mercoledì 4 gennaio 2017

RACCONTO: Il fuggiasco

(Tratto dal mio libro IL VENDITORE DI SOGNI)


Carla alzò lo sguardo stanco all’orologio: mancavano dieci minuti alle otto, orario di chiusura del museo. Dopo tre giornate dedicate allo studio delle opere del Prado, si sentiva esausta e già sapeva che non sarebbero bastate per completare il lavoro. Ne sarebbero servite altre, ma il mattino seguente aveva il volo per l’Italia e non poteva perderlo. Sarebbe dovuta ritornare a Madrid, aveva ancora bisogno di esaminare i capolavori custoditi in quelle sale se voleva completare la sua tesi di laurea sulla pittura spagnola.
Era maggio, ma la primavera tardava ad arrivare e, anzi, a giudicare dal freddo quasi pungente e dalla pioggia che cadeva incessante fin dal mattino, sembrava di essere ancora in pieno inverno. Forse per questo a quell’ora i visitatori del museo si contavano sulle dita di una mano. Posò ancora lo sguardo su Las Meninas  di Velàsquez e le parve bello concludere la visita in una delle sale a lui dedicate, ammirando il suo quadro più importante e famoso.

All’improvviso la raggiunse un frastuono di passi accompagnato da grida concitate:
“Di qua, di qua”, “no di là”, “dov’è andato?”, “maledizione, non lasciamolo scappare!”
Prima di scoprire l’origine del trambusto, Carla si sorprese per la lingua: chi urlava ordini perentori di inseguire e di non lasciarsi sfuggire qualcuno che scappava, era francese o, quanto meno, parlava bene il francese.  Ebbe solo il tempo di spostarsi di un passo per non farsi travolgere da un uomo, abbastanza giovane, che correva disperatamente verso di lei per sfuggire a invisibili inseguitori. Il fuggitivo la sfiorò e proseguì la corsa lungo il corridoio, anche se dava l’impressione di non saper bene dove andare. Carla lo seguì con occhi sbalorditi e trattenne i fiato, ma quelli che urlavano in francese non arrivarono nella sala di Velàsquez e si fermarono in quella accanto, indecisi sulla direzione da prendere. Le loro voci stizzite si udirono ancora per qualche minuto, poi cominciarono a spegnersi lentamente. Era come se gli inseguitori avessero perso le tracce del fuggiasco e se ne fossero andati da un’altra parte. Il silenzio calò sui dipinti di Velàsquez e su Carla, lasciando stupefatti lei e loro. Chi era quel disperato in fuga con la camicia bianca? Per riprendersi dalla sorpresa si sedette su uno degli sgabelli disposti al centro della sala per i visitatori più stanchi. E lei era senz’altro molto stanca.

Trascorsi pochi minuti comparve di nuovo l’uomo con la camicia bianca, lanciato in una corsa disperata nella direzione opposta a quella di prima. Evidentemente non era riuscito a sfuggire alla caccia degli inseguitori, e questa volta, arrivato di fronte a Carla, si fermò e la fissò con occhi sbarrati e pieni di terrore, cercando di dirle qualcosa. Ma aveva il respiro affannato e non riuscì a pronunciare una sola parola. In lontananza si udirono ancora le voci sguaiate e il fuggitivo pensò di non avere il tempo di spiegarsi con lei. Balzò alle spalle di Carla e si appiattì dietro una pesante tenda di velluto. La ragazza non ebbe alcuna reazione, anche se riconobbe che quel nascondiglio era tanto ovvio e banale da non concedergli molte speranze di salvezza.

Se alla vista dell’uomo in fuga era rimasta sorpresa, vedendo gli inseguitori rimase esterrefatta. All’apparenza erano due soldati. Indossavano uniformi sbiadite, uno scomodo zaino, gli stivali e un pesante colbacco in testa. Imbracciavano vecchissimi fucili e al loro fianco pendeva una sciabola. Lo stupore non impedì a Carla di rendersi conto che i due, impacciati com’erano dall’ingombrante divisa e dallo zaino, impediti da sciabole e fucili, avrebbero potuto correre per una settimana intera senza mai catturare l’uomo dalla camicia bianca che appariva molto più agile e veloce di loro. Se poi si aggiungeva alle difficoltà nella corsa anche l’evidente stupidità che dimostravano nel procedere senza pensare che il fuggitivo avrebbe potuto, oltre che scappare, anche nascondersi – ad esempio dietro una tenda - pensò con un sorriso che l’uomo dalla camicia bianca avrebbe avuto più probabilità di morire di fame che di cadere abbattuto dalle loro fucilate.
La soldataglia passò davanti ai suoi occhi senza voltarsi, urlando:
“E’ passato di qua, l’ho visto! Presto, presto!”
Corsero via, il tonfo dei passi si allontanò e a poco a poco il silenzio tornò a regnare nella sala di Velàsquez.

Carla era incerta sul da farsi, ma soprattutto non era sicura di essere desta, forse stava sognando. Oppure poteva sospettare che l’apparizione dei soldati e del giovane in fuga fossero frutto della sua mente stanca. Lasciò trascorrere un po’ di tempo tendendo l’orecchio e con sollievo non udì più le voci e i rumori dei soldati. Si alzò e andò verso la tenda di velluto dietro la quale si era nascosto il fuggiasco. Se tutta quella storia fosse il parto dalla sua immaginazione lo avrebbe scoperto presto. Con il cuore che batteva forte scostò la tenda chiudendo gli occhi. Voleva prepararsi alla visione  e quando li riaprì, la prima cosa che intravide nella penombra fu un’indistinta macchia bianca. Trasse un sospiro e fece qualche passo verso la macchia che si rivelò essere la camicia dell’uomo, accucciato a terra con le spalle alla parete.
Si avvicinò e si chinò verso di lui per vederlo in volto. Quanti anni poteva avere? Trenta? Meno? L’uomo, capelli crespi castano scuro e baffi, si girò verso di lei e la fissò con gli occhi sbarrati, in silenzio. Oltre alla paura Carla scorse in quegli occhi un’angoscia disperata, come se la caccia dei soldati fosse il problema minore, come se il loro inseguimento e il tentativo di ucciderlo fossero l’aspetto meno preoccupante di un conflitto spietato con forze sconosciute, per cause che andavano ben oltre la sua possibilità di comprensione e che gli inseguitori non fossero altro che ciechi strumenti nelle mani di un nemico mosso da un odio implacabile verso di lui. Era fradicio di sudore e un tremito incontrollabile gli scuoteva il corpo. Il volto era rigato da gocciole che scendevano lungo le gote e Carla non avrebbe potuto dire se fossero sudore o lacrime.

La vista della donna parve tranquillizzare un po’ il fuggiasco che chiese, in spagnolo:
“Dove siamo qui?”
Carla lo osservava dubbiosa. I suoi occhi indagatori lo fissavano per capire se fosse pericoloso. Non si trattava di dare indicazioni ad una persona incerta sulla direzione da prendere. Si trattava di decidere in fretta se fuggire o meno davanti a un pazzo sconvolto che sembrava scappato da un quadro di Hieronymus Bosch. Decise di non fuggire e rispose, anche lei in spagnolo:
“Siamo al Prado.”
La risposta non sortì alcuna reazione nell’uomo che forse non sapeva dov’era il Prado e che cosa fosse, o forse non sapeva cosa farsene dell’informazione. Carla approfittò della pausa per prendere l’iniziativa e domandò:
“Scusami, tu chi sei?”
“Mi chiamo Ramon.”
In realtà non era il nome che le interessava, ma la sua storia, sapere chi fossero quei soldati, perché lo inseguissero… e aggiunse:
“Io mi chiamo Carla e… mi puoi raccontare cosa sta succedendo, cosa capita qui dentro? Non mi spiego ciò che vedono i miei occhi, tu che fuggi, quelli che ti inseguono...”
Ramon sembrò sollevato dalla richiesta e felice di aver incontrato qualcuno disposto ad ascoltarlo. Cominciò a raccontare, con grande sforzo:
“Io sono uno del popolo, un commerciante, vendo frutta e verdura. La mia bottega si trova vicino alla Plaza Real. Di politica non capisco nulla, ma non c’è molto da capire quando degli stranieri arrivano a casa tua armati e violenti e ti costringono a fare quello che vogliono. E questo se sei fortunato, perché per un nulla, un capriccio qualsiasi, puoi rimetterci la vita. Per loro vali meno di niente. Al popolo non viene detto come avvengono questi fatti, il popolo li scopre da solo sulla propria pelle e su quella dei figli. Quei maledetti Francesi… sono arrivati tempo fa con le armi in pugno e un fare da padroni e hanno occupato la città. Assassini, criminali e provocatori.”
L’emozione strozzò la voce di Ramon che interruppe il racconto per riprendere fiato. La pausa concesse spazio ai pensieri di Carla che stava cominciando a perdere il filo. ‘I Francesi? Hanno occupato Madrid? Ma cosa sta dicendo questo?’ pensava e tremò di fronte alla prospettiva di trovarsi, di sera, sola con un pazzo in una sala del Prado, anche se l’uomo sembrava più spaventato che pericoloso.

Ramon guardava di fronte a sé con occhi che forse non vedevano più in là delle proprie lacrime e, quando stava per riprendere il racconto, si irrigidì e il terrore riapparve nei suoi occhi. Si udivano infatti passi pesanti in arrivo. Carla portò l’indice sulla bocca e gli fece segno di tacere, poi gli sussurrò all’orecchio:
“Non ti spaventare, non sono i soldati. Sarebbero molto più rumorosi. Sssstt.” Si accomodò di fianco a lui, sistemando la tenda di velluto in modo che non tradisse la loro presenza. I passi si accostavano lentamente e loro trattennero il fiato.
Da uno spiraglio della tenda videro un custode del museo che stava facendo il giro d’ispezione prima della notte. Non era molto attento ai suoi compiti e non pensò che qualche visitatore potesse essere nascosto dietro le tende e passò oltre. Arrivato in fondo alla sala di Velàsquez spense la luce principale, accendendo nel contempo le lampade di sicurezza e la sala fu invasa da una luce azzurrognola e fredda. I due trassero un sospiro di sollievo. Nessun pericolo.
Carla si rese conto che, se il custode stava facendo il giro di ricognizione, il museo era chiuso e lei era rimasta dentro. Quali sarebbero state le conseguenze di questa superficiale disattenzione? Sarebbe rimasta prigioniera fino al mattino? Il Prado apriva alle dieci, avrebbe perso l’aereo?
Poi giudicò che forse rimanere reclusa nel museo per tutta la notte fosse il male minore. Con Ramon, chiunque fosse, in quello stato confusionale non era il caso di fare alcunché, doveva solo aspettare, in attesa che tornasse in sé e riacquistasse un po’ di lucidità. Inoltre voleva capire la situazione nella quale si trovava. Guardò l’orologio e costatò che erano passate le nove. A bassa voce informò Ramon:
“E’ un custode del museo che fa il giro di controllo prima di andarsene. Sono quasi le dieci di sera, il museo è chiuso.”

Carla si poneva tante domande, ad esempio la più ovvia: ‘sogno o sono desta? E dove sono?’ Questa era l’unica che aveva una risposta: era in visita al museo del Prado. Il fuggiasco era fuori di testa? In effetti anche il suo abbigliamento – pantaloni ocra e camicia bianca - le sembrava stravagante e troppo leggero per la stagione. Prese l’iniziativa:
“Come ti senti, Ramon?”
“Sto male” confessò lui, “sono stanco e angosciato e ho paura che tornino i soldati. E non capisco dove mi trovo.”
“Siamo al museo del Prado, te l’ho detto e siamo rimasti chiusi dentro.”
“Non conosco questo posto” confessò l’uomo scuotendo la testa.
“Ma non sei di Madrid? Non conosci questo posto?” domandò Carla, sorpresa che un abitante della città non avesse mai sentito parlare del palazzo di Villanueva, uno dei più importanti della città dopo il palazzo Reale.
“So che i Francesi al loro arrivo ne hanno fatto una caserma e credo che il palazzo non fosse ancora terminato quando l’hanno occupato, per cui figurati in quali condizioni sarà adesso…” si guardò intorno e aggiunse: “Questo invece è pulito e ben messo.”
Ancora con questi Francesi! Carla non parlava, scrutava Ramon con occhi  dubbiosi e la sua mente era attraversata da pensieri inquietanti a proposito di quelle parole sconnesse. Il fuggiasco riprese il racconto:
“La rivolta di ieri è stata il culmine della ribellione contro i Francesi. E’ cominciata a Madrid, ma poi abbiamo saputo che è dilagata anche nelle campagne e nelle altre città. Ormai da ogni parte del paese si levano incitamenti alla rivolta, all'insurrezione armata e alla fine riusciremo a cacciarli via. Ma fino ad oggi ogni accenno di protesta è stato soffocato nel sangue e ieri i Francesi hanno raggiunto il colmo della sfrontatezza quando hanno prelevato il figlio del re dal palazzo Reale.”
‘Ieri cosa? I Francesi hanno prelevato il figlio del Re da Palazzo reale?’ pensava Carla sempre più allarmata.
Ramon continuò:
“C’era molta gente presente a quell’atto insolente ed è scoppiata immediata la rivolta, prima davanti al palazzo e poi per le strade di Madrid. Forse i Francesi non si aspettavano una reazione così forte da parte nostra, erano impreparati e all’inizio li abbiamo costretti a ritirarsi.”
Carla ascoltava sbalordita mentre Ramon faticava a proseguire, perché il racconto diventava sempre più angosciante e gli richiedeva una sforzo enorme. Il fuggiasco si fece forza:
“Gli scontri sono continuati per tutta la notte, fino all’alba, ma intanto i Francesi si erano organizzati e alla fine siamo stati sopraffatti.” Sospirò. “E purtroppo il peggio doveva ancora arrivare, perché da questa mattina quegli assassini hanno dato inizio alla vendetta. Si sono scatenati in una furiosa caccia all’uomo ammazzando tutti quelli che incontravano per strada. Tutto questo per sfogare la rabbia e l’odio contro di noi. Poi hanno dato inizio alle fucilazioni di gente inerme, incolpevole, solo per ribadire la loro volontà di spargere inutile violenza. Solo per ritorsione. Dicono che l’ordine sia partito direttamente da Murat. Maledetto.”

Il silenzio invase la sala di Velàsquez. Ramon cercava le parole per continuare il racconto, Carla cercava di resistere alla tentazione di fuggire lontano da quello psicopatico sudato e tremante che accusava i Francesi di avere commesso il giorno prima una carneficina nel centro di Madrid. Ma si ricordò che il museo ormai era chiuso e che doveva aspettare il mattino successivo per andarsene. E comunque l’uscita dal Prado le parve per il momento il problema meno importante. Che la situazione fosse o no pericolosa cercava di riacquistare la padronanza di sé, voleva venirne a capo, trovare delle spiegazioni. Era mezzanotte, c’era tempo, mancavano ancora dieci ore all’apertura, dieci ore da trascorrere in compagnia di Ramon, il fuggiasco del Prado.
Ramon riprese il racconto:
“Io e una decina di compagni, mentre fuggivamo dal palazzo Reale, siamo stati circondati da un drappello di soldati francesi. Abbiamo cercato di resistere e ci siamo difesi a lungo, ma non avevamo armi adeguate e alla fine abbiamo dovuto arrenderci. Ci hanno catturato e portato verso le rive del Manzanares e, mentre procedevamo, si affiancavano a noi altri gruppi di cittadini, anche loro in catene e scortati dai soldati. Eravamo tutti diretti dalla stessa parte e abbiamo continuato a camminare fino ai piedi della montagna del principe Pio. E qui a piccoli gruppi, radunati a caso, hanno cominciato a mandarci di fronte al plotone di esecuzione.”
Ramon tacque ancora, lo sforzo del racconto era insopportabile e ogni tanto doveva fermarsi per riprendere il respiro.
“Ne prendevano quattro o cinque alla volta e li fucilavano e appena questi cadevano sotto una scarica, un altro gruppo era già pronto a prendere il loro posto…” - si interruppe -  “poi in uno dei gruppi ci sono finito anch’io, insieme ad altri quattro che non conoscevo… per metterci in posizione abbiamo dovuto calpestare i corpi di quelli che erano stati ammazzati un minuto prima...” si interruppe ancora.
La storia non era finita. Carla era ansiosa di sapere, ma non si sentiva di sollecitarlo a continuare, lasciava che fosse lui a dettare i tempi del racconto, seguendo le cadenze delle sue emozioni.
“Di fronte alle bocche dei fucili ho pensato che fosse finita, non c’era più via di scampo. Non so per quale motivo mi è venuto da alzare le braccia al cielo in segno di impotenza, forse di resa davanti a tanta cieca violenza, come se non valesse più la pena di imprecare o di chiedere pietà. In attesa della scarica, però, ho pensato che non volevo morire, che l’ingiustizia non poteva prevalere, che dovevo salvarmi. E in quel momento ha sentito una forza sovrumana dentro di me, mi sono sentito invulnerabile, la violenza dei Francesi non mi avrebbe toccato. E sono scappato. Non so come ci sono riuscito, forse la mia reazione li ha colti di sorpresa, forse in quel momento ero davvero invulnerabile o forse ho solo avuto molta fortuna. Non so. E non so nemmeno come sono giunto fino a qui. Il resto lo conosci anche tu.”

La preoccupazione per la condizione psicologica di Ramon era dipinta sul volto di Carla fin da quando il fuggiasco era arrivato nella sala di Velàsquez. Ma all’improvviso alla preoccupazione si aggiunse lo stupore che le fece sgranare gli occhi sbalordita, come se un’idea assurda si fosse fatta strada nella sua mente, un’idea inconcepibile. Sollevò con delicatezza la mano destra di Ramon e si chinò per osservarla da vicino. Sul palmo della mano scorse una piccola ferita rotonda, come una stimmate.
Si alzò lentamente e gli disse, quasi gli ordinò:
“Tu rimani qui, io vado e torno.”
“Dove vai?” chiese l’uomo, preoccupato di rimanere solo.
“Voglio controllare dove sono i soldati, torno subito” mentì, cercando di controllare l’agitazione.

In realtà non era sicura di tornare, né subito, né dopo, né forse mai, perché se il sospetto che si era insinuato nella sua mente fosse stato confermato, ci sarebbe stato da fuggire lontano dalla sala di Velàsquez, dal Prado e dalla città intera. Ma volle rassicurare Ramon ribadendogli con un gesto di non muoversi di là e si allontanò dal nascondiglio dietro la tenda. Fece alcuni passi titubanti per paura che un suo movimento venisse intercettato da qualche sistema di allarme, ma nulla turbò il silenzio che regnava nel museo. Prese così a camminare più spedita, facendo rimbombare le sale con il rumore dei tacchi. Aveva fretta di verificare e quasi di corsa si diresse nella stessa direzione presa dai soldati nella loro ultima scorribanda.
La pallida luce di sicurezza era sufficiente per indicarle la direzione giusta e, in ogni caso, conosceva bene la dislocazione delle sale, non poteva sbagliarsi. Passò davanti alle tele del Greco e, senza rendersene conto e senza essere credente, lanciò uno sguardo interrogativo al Cristo che appariva su quasi tutte le sue tele – Crocefissione, Resurrezione, Pentecoste - come a chiedere protezione da un possibile evento che le sarebbe stato difficile accettare. Raggiunse le scale e scese al pianterreno.

Continuò a comminare fino ad arrivare sulla soglia di una delle sale dedicate a Francisco Goya e qui si fermò, incerta. Là avrebbe avuto la risposta cercata e temuta, ma la fretta di sapere lottava contro la paura di vedere l’inaccettabile. Avanzò tremante con lo sguardo fisso su un grande quadro appeso alla parete di fronte. Era un quadro noto a tutti, uno dei più famosi del grande pittore e che anche lei conosceva alla perfezione. Avrebbe potuto tenere cento seminari su quel dipinto. Non ebbe bisogno quindi di leggere la didascalia per sapere che era di fronte a Le fucilazioni della montagna del Principe Pio, noto anche come Il tre maggio 1808.

Goya nel dipinto rappresenta un violento e terribile episodio di guerra. Sulla tela non appaiono eroi, condottieri o stendardi al vento, ma solo umili popolani travolti da inaudita violenza. In primo piano, in un forte contrasto di chiaroscuri, la luce di una lanterna si contrappone all’ombra della guerra che sovrasta la scena. Luce e ombra si scontrano, la vita e la ragione contro l’irrazionale della guerra e della morte. Ma la luce più intensa, quella che alla fine sconfiggerà le tenebre, è la luce che esplode dalla camicia bianca del condannato che affronta per primo i fucili dei soldati. La sua posizione a braccia alzate e le mani aperte, con una ferita che assomiglia ad una stimmate, rimandano all’immagine di Cristo in croce.

Tutto questo Carla lo sapeva senza bisogno di guardare, la mattina aveva trascorso almeno due ore di fronte al quadro. Lei voleva vedere altro e, posati gli occhi sulla tela, riconobbe, sulla destra, il plotone dei soldati, raffigurati di spalle e senza volto, tutti allineati nell’identica posizione, anonimi strumenti di morte. Sulla sinistra erano ammassati i condannati a morte e tra essi c’era un frate francescano, al quale nemmeno l’abito talare avrebbe salvato la vita.
Carla sapeva che Goya con questo particolare aveva rappresentato un fatto storico, perché tra i fucilati alla montagna del Principe Pio ci fu anche un sacerdote, di cui, da esperta, conosceva anche il nome: Francisco Gallego y Davila. In alto un cielo plumbeo occupava gran parte del dipinto, rendendo l'atmosfera ancora più cupa. In primo piano un mucchio di cadaveri. Il loro sangue, mescolato alla terra, rendeva più drammatica la scena. Tra i condannati e i soldati spuntava un secondo gruppo di disgraziati in attesa dell’esecuzione. Sullo sfondo si perdevano nel buio i profili delle case e delle chiese di Madrid, spente e silenziose nella calma notturna. Goya aveva rappresentato in questo modo la terribile solitudine dei condannati. Tutte cose a lei note.

Catturata ancora una volta dalla bellezza e della potenza del dipinto, Carla aveva quasi dimenticato il motivo che l’aveva spinta là. Si scosse e focalizzò lo sguardo sul protagonista al centro del quadro: il condannato con la camicia bianca. Sì, c’era la grande lampada a illuminare la scena, ma la luce più abbagliante, necessaria al pittore per rischiarare i suoi occhi sbarrati e la faccia attonita, le braccia alzate e la mano con la ferita che ricordava una stimmate, avrebbe dovuto diffondersi dalla sua camicia bianca. Goya lo aveva dipinto così, ma, come la ragazza aveva sospettato e temuto, il condannato non c’era più. E dal plotone di esecuzione mancavano due soldati, a cominciare dal primo della fila. Ramon – ora conosceva il suo nome – era fuggito dalle Fucilazioni di Goya.
‘E ora?’ si domandò sconcertata sentendosi cedere le gambe. Si sedette su uno sgabello, incapace perfino di pensare. Poi si fece forza e tornò lentamente sui suoi passi.

Quando si trovò di nuovo di fronte a Ramon aveva un aspetto orribile, al punto che l’uomo parve preoccupato più del suo aspetto che della propria condizione e le chiese:
“Cosa è successo? Ti senti male? Arrivano i soldati?”
Carla non riuscì ad aprire bocca, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Si mise a piangere in silenzio, senza singhiozzi e le grosse lacrime che scivolavano sul suo volto fecero capire a Ramon quanto fosse tragica la situazione.
“Dove sei stata?” insistette.
Carla si sentì con le spalle al muro. Come poteva raccontargli la verità appena scoperta? Come poteva dire a un uomo disperato che lui in realtà non esisteva, che era il frutto della fantasia e dell’opera di un pittore – certo, un grande pittore – che era un impasto di colori e olio, insomma una pittura? E soprattutto, come faceva a sostenere una simile idea senza dubitare del proprio equilibrio mentale e senza apparire agli occhi di Ramon ancora più sconvolta di lui?
Non ottenendo  risposta, l’uomo continuò:
“Quando te ne sei andata hai lasciato qui i tuoi quaderni. Ne ho aperto uno e ho trovato tante frasi e qualche schizzo. Io so leggere, ma non queste parole. Senz’altro sono scritte in una lingua diversa dalla mia...”
“E’ Italiano” lo interruppe Carla.
L’informazione sembrò inutile a Ramon che aggiunse:
“… ma ho visto un disegno che  ritrae quel quadro” e indicò Las Meninas che stava proprio di fronte a loro.
Carla si fece forza e lo ringraziò in cuor suo per avergli suggerito, senza volere, da dove cominciare. Prese il quaderno e sfogliò le pagine finché non arrivò allo schizzo approssimativo che aveva tracciato delle fucilazioni di Goya. Glielo mostrò e disse:
“Sono andata a vedere questo quadro. E’ di un pittore spagnolo che si chiama Francisco Goya e ritrae le fucilazioni eseguite dai Francesi durante la rivolta del maggio 1803.”
Ramon trasalì, non a causa del quadro che non conosceva, ma per la scena rappresentata che l’aveva visto protagonista e conosceva invece molto bene.
“Perché ti interessa questo quadro?” domandò.
Carla non seppe cosa rispondere e, per guadagnare tempo, si alzò e suggerì:
“Vieni con me, andiamo a vederlo:”
“Per quale motivo?”
“Perché ti riguarda da vicino” disse e si allontanò.

Il fuggiasco la seguì incerto, guardandosi attorno con circospezione: i soldati di sicuro erano ancora nei paraggi. Intanto Carla pensava a come raccontargli l’incredibile storia della sua fuga.
“Ramon” cominciò, “ascoltami con attenzione, devo dirti qualcosa di molto importante. Prima ho fatto accenno al quadro di Goya sulle fucilazioni del 3 maggio. Quel quadro ha a che fare con te.” Tacque, aspettando che Ramon la aiutasse a proseguire nel difficile cammino della rivelazione e lui le diede una mano:
“Ha a che fare con me? Che vuoi dire?”
“Tu hai detto che eri finito davanti al plotone di esecuzione e che sei fuggito appena in tempo…”
“Sì. E allora?”
“Allora, allora… Dio, come faccio a spiegarti?”
“Spiegarmi cosa?” domandò il fuggiasco che cominciava a spazientirsi. Nel momento in cui Ramon fece questa domanda arrivarono nella sala di Goya. Lei si fermò al centro della sala e non rispose, ma gli indicò il quadro:
“Eccolo.”
Ramon si avvicinò alla tela in silenzio e la osservò con interesse, scorrendo i particolari con occhi attenti e il tumulto nel cuore.
“E’ bravo questo pittore” commentò, “le fucilazioni erano proprio così. Sembra quasi che fosse presente.”
“Non è sicuro, ma forse ha davvero assistito alle fucilazioni” confermò Carla. L’uomo rimase assorto davanti al quadro. Sembrava rivivere la terribile esperienza, sembrava manifestare un profondo dolore per i compagni di sventura e un odio implacabile per i carnefici. Poi si girò verso la ragazza e le chiese, con semplicità, come se si aspettasse una risposta ovvia e affermativa:
“E’ per questo che il quadro mi riguarda? Perché ritrae un episodio terribile del quale anch’io mio malgrado sono stato partecipe?”
 “No” rispose la ragazza.
Ramon non se l’aspettava e si irrigidì:
“E allora, perché?”
Carla capì che erano arrivati al dunque e non si poteva rimandare oltre. Doveva parlare:
“Non noti nulla di strano in questo quadro? Qualche particolarità?”
Ramon osservò ancora il dipinto, poi rispose:
“Non so, sei tu l’esperta, una che studia i quadri.”
La ragazza sgranò gli occhi: come faceva a sapere che lei si interessava alla pittura? Poi si ricordò dei suoi quaderni che Ramon aveva consultato.
“Guardalo bene. Vedi i soldati, i condannati illuminati dalla grande lampada?”
“Sì.”
“E quelli in attesa di andare davanti al plotone di esecuzione?”
“Certo.”
“Vedi i cadaveri a terra, imbrattati di sangue?”
“Li vedo, li vedo! Certo che li vedo! Io c’ero là” urlò Ramon disperato, guardandosi subito intorno per paura che i soldati lo avessero udito.
“E non noti quel grande spazio vuoto proprio al centro della tela? Come ti spieghi che un grande artista come Goya abbia potuto dipingere una scena così sbilanciata, senza un punto focale sul quale l’osservatore possa dirigere lo sguardo? L’hai detto tu, io sono un’esperta e ti assicuro che non è possibile, è un errore che un pittore, anche meno bravo di Goya, non potrebbe mai commettere.”
“E allora?” chiese incerto il fuggiasco.
“Allora” sentenziò Carla con tono deciso, “in quello spazio manca qualcosa.”
“Manca qualcosa? E cosa manca?”
“Manchi tu.”

Ancora una volta calò un pesante silenzio nel museo. Ramon sgranò gli occhi e li puntò su Carla senza aprire bocca. ‘Manco io? Ma cosa sta dicendo? Manco io da che? Da un quadro?’ pensava. Lei andò avanti:
“Ramon, non so come spiegarti, sto dicendo cose che anch’io non concepisco, incomprensibili per me e per chiunque non sia pazzo. Non immagino come questo sia possibile, ma tu sei il primo fra i condannati rappresentati da Goya, quello davanti a tutti. Sei tu a riempire lo spazio vuoto al centro del quadro che, con la tua presenza, acquista un equilibrio mirabile. Conosco il quadro nei minimi particolari, ero qui anche nel pomeriggio a studiarlo e tu eri là davanti alle bocche dei fucili con le braccia alzate.”
Aveva parlato in fretta per non essere interrotta, per arrivare il più presto possibile alla fine della sentenza. Ora aspettava la reazione dell’uomo, che tardò ad arrivare. Poi:
“No! Noooo! Sei pazza?” urlò Ramon, incurante del rimbombo che il suo grido, trasportato dall’eco, perpetuava nelle sale del museo e che avrebbe potuto richiamare i soldati. Carla si rese conto che quell’urlo non manifestava sarcasmo per le parole sconsiderate di una pazza e nemmeno dileggio al farneticare di una demente. Era la ribellione disperata di un condannato a morte alla pronuncia della sentenza inappellabile di un giudice spietato e ingiusto. Continuò a parlare:
“Ramon, questa è la verità. Anche i soldati sono usciti dal quadro per inseguirti. Goya ne dipinse sette, anche se i tre più lontani e più sfumati si intravedono appena. Sono solo cinque, vedi?” - e li indicò col dito ad uno ad uno - “uno, due, tre, quattro e cinque. Di sicuro i primi due del plotone mancano, non ci sono. Non possono che essere quelli che stanotte ti danno la caccia… Mi dispiace Ramon.” E chinò il capo.

L’uomo con la camicia bianca guardava ora lei ora il quadro, attonito, senza parlare. Stava elaborando la terribile realtà senza riuscire ad accettarla.
“Guarda” disse lei indicando un piccolo leggio alla base del quadro che presentava una riproduzione dell’opera, accompagnata dalle principali notizie storiche di riferimento, “guarda.”
Si avvicinarono alla piccola copia delle Fucilazioni e Ramon poté costatare che Carla aveva ragione. Anche se la luce nella sala era scarsa, il condannato in prima fila c’era e si vedeva bene, anzi la penombra sembrava esaltare la luce della lampada che illuminava la camicia bianca, oscurando altri particolari ininfluenti. Era la sua camicia, quella che aveva indosso. Ed era vero che i soldati c’erano tutti ed erano sette. Ramon continuò il confronto tra la riproduzione e l’originale, da solo, mentre Carla si ritirava in disparte.

“Eccolo, stavolta lo prendiamo. E’ andato da quella parte.” Di nuovo i soldati. Carla fu la prima a reagire di fronte alla nuova minaccia, afferrò Ramon per un braccio e fece per trascinarlo dietro una tenda. Ma Ramon si scrollò con decisione e si liberò dalla sua mano.
“No” esclamò deciso, “se hai ragione tu, a che serve?”
“Ti prego, Ramon” implorò lei, “serve a non morire, ti pare poco?”
Il fuggiasco la guardò con lo sguardo triste e un leggero sorriso che pareva un addio. Poi si sedette su uno degli sgabelli al centro della stanza, in bella vista. Lei corse a nascondersi dietro la tenda.
Il trambusto aumentò fino a quando non apparvero ancora una volta i due sgherri già visti in precedenza.
“Eccolo, su, su, stavolta non ci scappa.”
Carla chiuse gli occhi per non assistere allo scempio che avrebbero fatto di Ramon ora che, oltre alla crudeltà colta dal pennello di Goya, mettevano in campo anche la rabbia e la frustrazione per esserselo lasciato scappare dal quadro. I soldati si precipitarono insieme verso il fuggitivo, poi si separarono, uno gli passò davanti, l’altro gli passò dietro e continuarono la corsa rumorosa, come se non lo avessero visto.

La ragazza uscì dal nascondiglio e si accomodò sullo sgabello di fianco all’uomo.
Come se il passaggio dei soldati non lo avesse turbato, Ramon mormorò sconsolato:
“Allora è vero, sono una pittura.”
“Sì, purtroppo” confermò Carla.
“Eppure in questo momento sono di carne e ossa.”
“Certo, questa notte sei un uomo.”
“Perché, che senso ha tutto questo?”
“Sai, Goya era un grande, grandissimo pittore. Era spagnolo ed era a Madrid durante l’occupazione dei Francesi. Come ti ho detto, forse assistette alle fucilazioni del 3 maggio. Le fucilazioni non potevano essere uno dei tanti quadri che aveva dipinto fino a quel giorno. Era il quadro a cui affidava un compito importante: denunciare gli orrori della guerra, gridare al mondo il suo rifiuto della violenza e dell’ingiustizia ai danni degli innocenti. Per questo rappresentò gente comune come te, nessun condottiero a cavallo.”
Ramon annuiva e Carla continuò, come se a poco a poco i dubbi e le incongruenze di quella notte si sciogliessero e i tasselli del mosaico andassero al loro posto uno dopo l’altro:
“Goya è riuscito a rendere umana la vostra sofferenza, a farla arrivare allo spettatore. Non si è limitato a rappresentare i vostri corpi, quelli addirittura li ha tratteggiati in fretta con pennellate veloci. Sono quasi approssimativi, non rispettano le proporzioni. Tu, ad esempio, sulla tela sei in ginocchio e se ti alzassi in piedi saresti alto il doppio del frate. Ma è una sproporzione che notiamo solo noi studiosi. L’osservatore non guarda i corpi, ascolta gli animi, perché l’autore è riuscito a imprimere le vostre anime sulla tela. Ed è stata la tua anima che ti ha dato la forza di fuggire.”
Attese che le parole facessero presa su Ramon, poi domandò:
“E’ la prima volta?”
“Cosa è la prima volta?”
“Che evadi dal quadro, che sfuggi alla fucilazione.”
“Non lo so, non ho altri ricordi oltre a quelli che ti ho raccontato.”
“Quindi in questo momento non ricordi le sensazioni che provi quando sei una pittura.”
“No, ora provo le sensazioni attuali, la paura per i soldati, per esempio, e posso solo immaginare cosa può provare un disgraziato che aspetta di morire.”

Carla rifletteva. Ramon ricordava quando era vivo, la tragedia della rivolta di Madrid e le fucilazioni furono reali e anche Ramon, che ne fu partecipe, durante la rivolta era reale, come reali erano i morti che vedeva ai suoi piedi mentre aspettava i colpi fatali. Tutto era reale. E anche quella notte, nella sala di Velàsquez, Ramon era vivo, poteva toccarlo, aveva una mano che sanguinava davvero. Le aveva raccontato la sua fuga dalla montagna del Principe Pio, ma le fucilazioni e la tela di Goya avevano tempi diversi. Gli chiese:
“Sai che Goya dipinse il quadro nel 1814?”
“No, ma che importanza ha?”
“Significa che come pittura sei nato sei anni dopo essere morto come uomo, come rivoltoso…”
“Se sono morto…” precisò l’uomo, calcando sul se, “perché quando sono fuggito da sotto la montagna del Principe Pio, ero vivo.” ‘No, non è così’ pensò Carla e annunciò al giovane la tragica notizia:
“No, Ramon, non eri vivo. La tua vita terrena è stata stroncata dai Francesi il 3 maggio del 1808, altrimenti ora avresti duecento anni. Non sei fuggito quel giorno dalla montagna del Principe Pio, sei fuggito oggi da questo quadro.”
Il fuggiasco sbarrò gli occhi:
“Duecento anni?”
“Si, Ramon.” Gli afferrò le mani con dolcezza per trasmettergli un po’ di calore, lo guardò negli occhi e gli disse:
“Sì, oggi è il 3 maggio del 2008.”

Il cuore di Ramon non poteva contenere altra disperazione perché vi albergava ormai tutta la disperazione del mondo. Esiste una barriera oltre la quale l’angoscia non può andare e Ramon quella barriera l’aveva oltrepassata da tempo. Grosse lacrime velarono i suoi occhi.
“Allora è così” ammise con rassegnazione, “io sono morto ai piedi della montagna del Principe Pio. Sono una pittura, anche se in questo momento sono vivo. Per questo i soldati prima non mi hanno visto e catturato. Perché anche loro sono pitture e stanno cercando una pittura.”

Carla, di fronte alle parole e al dolore di Ramon, viveva un altro dramma e prima di precipitare nel vortice della commozione cercava di mantenersi lucida, per capire come potesse credere alle parole che lei stessa andava pronunciando e pensare davvero di trovarsi di fronte alla pittura di un condannato a morte di duecento anni prima che, proprio quella notte, stava fuggendo inseguito dai suoi carnefici. ‘Carla!’ ordinò a se stessa, ‘calmati! Sei impazzita? Parli di Ramon come se fosse una persona, ma è una pittura, il protagonista di un quadro di Goya.’ Subito si accorse di averlo chiamato Ramon, anche se sapeva che non c’erano notizie storiche sul quadro che dessero un nome al condannato dalla camicia bianca. ‘Te l’ha detto lui’ si disse ancora, ‘ti rendi conto? E’ stata la pittura stessa a dirti di chiamarsi Ramon. Stai delirando.’
Ma più guardava l’uomo disperato che aveva di fianco e meno poteva credere che le sue lacrime fossero frutto della fantasia della propria mente stanca e lo stesso si poteva dire delle stille di sangue che sgorgavano dalla stimmate e cadevano goccia a goccia sul pavimento.
Ritornarono a passi lenti nella sala di Velàsquez.

Improvvisamente nella mente di Carla si fece strada un’idea:
“Perché non fuggi?”
“Fuggire da dove?”
“Da qui, dal museo e da quella maledetta tela.” Ripensò con orrore alle parole appena pronunciate. La fuga di Ramon avrebbe significato la fine del quadro, forse l’opera principale di Goya, di sicuro una della più importanti della storia della pittura. Ma poi pensò che si trattava di donare una vita vera a Ramon, di liberarlo dalla schiavitù infinita di una esecuzione sempre imminente e mai eseguita. “Siamo vicini all’uscita, quattro o cinque sale da quella parte. Io posso aiutarti.”
“Ma è notte e il museo è chiuso, come faremo ad uscire?”
“Non lo so, ci penseremo quando saremo di fronte alla porta. Ora preoccupiamoci di raggiungerla.”
Ramon era incerto, tentennava:
“Da quando sono stato fucilato, o da quando Goya mi ha dipinto, dici che sono passati duecento anni, duecento” sottolineò. Si avvicinò a una finestra e guardò fuori. “Vedo una realtà che non conosco, di cui non mi rendo conto, luci che non c’erano e oggetti che si muovono da soli. Duecento anni sono un’immensità, Carla. Vedo un mondo estraneo che non mi appartiene e molto diverso da quello che ricordo. Come potrei sopravviverci?”
Carla troncò sul nascere questi discorsi, non voleva ascoltarli, anche se erano incontestabili:
“Ci penseremo dopo, intanto andiamo” disse afferrando la mano di Ramon. Lui si lasciò condurre verso l’uscita.

Lasciarono la sala di Velàsquez e si inoltrarono nel corridoio silenzioso che conduceva alle scale. Scesero con circospezione le rampe fino al piano terra e Carla puntò verso la porta Velàsquez che era la più vicina.  Girato l’angolo, quando la ragazza credeva di essere nell’atrio, si trovarono nella sala di Raffaello. Eppure quella era la direzione giusta, aveva attraversato in lungo e in largo il museo negli ultimi giorni ed era certa che non c’erano stati spostamenti di opere. Sconcertata si guardò intorno per capire come mai fossero finiti là. Aveva nella borsa una piantina del Prado e la consultò, costatando che non avevano commesso errori nel percorso, ma avevano di fronte le opere di Raffaello.
Non aveva tempo per approfondire e, trascinandosi dietro Ramon, puntò verso il lato opposto del palazzo di Villanueva per uscire dalla porta Murillo. Mentre camminavano, si guardava intorno per avere conferma sulla direzione e si tranquillizzò passando di nuovo davanti alle sale di Goya, perché la loro vista significava che erano al pianterreno e si stavano dirigendo verso la porta Murillo. Purtroppo quando arrivarono nel secondo atrio non trovarono l’uscita attesa, ma le tele di Rubens, che Carla ricordava con chiarezza essere al primo piano. Cominciò a preoccuparsi. La tensione che l’esperienza notturna le procurava stava cominciando a minare il suo equilibrio. ‘Calma’ si disse. Anche la luce fredda e opaca diffusa dalle lampade di sicurezza generava ansia e non l’aiutava ad agire con calma e raziocinio. Carla sapeva che c’era una terza uscita e cercarono di andarsene di là, ma anche quella risultò irraggiungibile e finirono al cospetto delle opere di Caravaggio che le risultavano essere, anch’esse, al primo piano. Tentarono ancora nuovi percorsi per raggiungere un’uscita, ma arrivarono sempre in luoghi inaspettati e lontani dalle porte. Alla fine l’unica possibilità rimasta fu quella di ritornare alle sale di Velàsquez che ritrovarono invece senza difficoltà.

“Non capisco” si lamentò Carla.
“Cosa non capisci?” le chiese Ramon con uno sguardo che sembrava di rimprovero. Come faceva a non capire? Non era lei l’esperta? “Non c’è molto da capire. E’ tutto molto chiaro.”
Carla lo guardò stupita: in che senso era tutto chiaro? Il fuggiasco espose la sua opinione:
“Siamo prigionieri nel museo. Anzi, io sono prigioniero nel museo. Credo che stiamo girovagando in un luogo che per me ha i confini labili ed evanescenti e, per questo, invalicabili. Non ti stupire se non riusciamo a trovare le uscite, credo che le uscite per me non ci siano, che svaniscano quando mi avvicino. La forza che mi ha permesso di fuggire dal quadro non mi è sufficiente per abbandonare il museo. Per riuscire ad evadere da queste sale serve qualcos’altro o qualcosa in più, la disperazione accumulata in duecento anni di fronte al plotone di esecuzione non basta. Ma non ti preoccupare, stai tranquilla, tu potrai senz’altro andartene da qui. Sono certo, infatti, che da sola troverai le uscite senza problemi.”
Carla dovette ammettere che forse Ramon aveva ragione. La sua libertà parziale e momentanea, circoscritta alla sale del Prado, era un’altra beffa che gli giocava il destino, faceva parte della condanna ingiusta. Era limitata, condizionata. Era riuscito a fuggire dal quadro, ma non poteva evadere dal museo, verso la vera libertà. Poteva solo correre disperato da una sala all’altra, braccato dai due scagnozzi che gli davano la caccia.

Ramon scuoteva la testa. Poi prese una decisione e annunciò:
“Ora devo andare.”
“Devi andare? E dove?”
“Al mio posto.”
“Al tuo posto?”
“Sì, al mio posto. Nel quadro” ribadì.
Ancora alla ricerca di un modo per uscire dal museo, Carla non volle prendere in considerazione questa possibilità e chiese stupita:
“Ma che dici? Tornare nel quadro? Ora che sei libero.”
“Non sono davvero libero, Carla” rispose non pacatezza il fuggiasco che ormai non appariva più disperato, ma determinato e convinto. “Posso solo correre spaventato per queste sale inseguito come un cane rabbioso. Ma non posso uscire da qui. Questo è il vero supplizio.”
“Come puoi dire questo? Credevo che il vero supplizio fosse stare davanti al plotone di esecuzione in attesa dei colpi fatali.”
“Forse” replicò l’uomo. “E’ vero, forse in quel momento ero terrorizzato e la paura mi toglieva il fiato. Non sentivo null’altro, solo paura. E odio. Ma almeno un pensiero, uno solo, mi sosteneva e mi dava forza, quasi mi consolava: sarebbe durata poco. Ancora pochi secondi e il supplizio sarebbe finito, non avrei più dovuto sopportare la vista nauseante di tutto quel sangue, dei petti squarciati e il ghigno osceno del Francesi. Prima di tentare la fuga aspettavo ormai solo i colpi liberatori. Ma ora...”
“Ora cosa?” domandò lei con durezza. “Ora sei libero, come forse non sei mai stato. La guerra è finita da un pezzo, Ramon, e i Francesi vengono a Madrid solo per visitare la città e non per uccidere.”
“Parli di una libertà che mi reclude qui dentro, in attesa che i soldati, prima o poi, si decidano a dare la caccia ad un uomo vero invece che a una pittura. Ti sembro libero, vestito come uno straccione, sudato e sanguinante? Tra un po’ arriverà gente in visita al museo, si aspetterà di vedermi nel quadro… Dove mi nasconderò e per quanto tempo dovrò fuggire davanti ai soldati?” Come faceva a non capire? Era facile per lei parlare. Lei era attuale, adeguata al suo tempo…
Carla provò a cambiare argomento:
“Tentiamo ancora, ti prego. Con un po’ di pazienza riusciremo a trovare un’uscita. Forse quando il museo aprirà ce la faremo.”
“E’ inutile, Carla. Guarda fuori. Se anche riuscissi a uscire di qui, cosa troverei? Io sono morto duecento anni fa, l’hai detto tu, il mio tempo è passato portandosi via il mondo che conoscevo. Forse potrei salvarmi da questi soldati, tanto stupidi da non riuscire a scorgermi a un metro di distanza, ma fuori finirei braccato da una vita che non mi riconosce, perché è la vita degli altri.”

La proposta che Carla fece a quel punto era terribile. Per una come lei era addirittura blasfema. Ma ormai non sopportava più lo strazio e l’impotenza di Ramon. Con ribrezzo si sentì dire:
“Allora distruggiamo quel maledetto quadro, adesso. Dopo non avrai nessun posto dove andare, sarai libero dal vincolo di appartenenza all’opera di Goya, perché senza l’esistenza del quadro l’uomo dalla camicia bianca non potrà sopravvivere e tu sarai solo Ramon e non potrai mai più essere una pittura. E sarai libero di andartene da qui, come uomo quale sei adesso.” Intanto pensava: ‘E pazienza per Le Fucilazioni, ci accontenteremo delle Majas.’
Era un’ipotesi disperata anche alle orecchie del fruttivendolo, il quale invece vedeva un’altra possibilità che tuttavia, se la fuga di quella notte era stata l’unica in duecento anni, sarebbe stata ancora meno  attuabile di quella di Carla. Ma provò a spiegare:
“Sono fuggito una volta dal dipinto, forse potrò riuscirci ancora. E la prossima volta forse potrei riuscire a fuggire anche dal museo. Questa notte non ce l’ho fatta, pazienza. E in fondo quel quadro è casa mia, il solo posto nel quale nel frattempo possa stare, l’unico posto al mondo dove possa esistere, anche se solo come pittura. Devo ritornare al mio posto e aspettare un’altra occasione, se mai si presenterà.”
Carla insisteva ancora:
“Ma ti sottoporrai di nuovo a uno strazio che potrebbe andare avanti per secoli, fino a quando esisterà il quadro. E’ un quadro di Goya, ricorda, uno dei più importanti della storia, un patrimonio di inestimabile valore. E’ protetto e curato con la massima attenzione. Durerà ancora centinaia di anni.” Parlava con affanno: “Rimarrai a braccia alzate a implorare clemenza accanto a Francisco Gallego, terrorizzato di fronte alle canne dei fucili per chissà quanto tempo, in attesa di una fine che non arriverà mai. Sei una pittura, Ramon, ricorda, ma una pittura che soffre.” Ramon soppesava attento le parole di Carla. “Rimarrai davanti al plotone di esecuzione per sempre e, per giunta, dinanzi a milioni di occhi distratti e ignoranti che torme di visitatori di tutto il mondo poseranno su di te, passando ignari davanti alla tua sofferenza. Con la stessa indifferenza con la quale il giorno dopo assisteranno a una corrida o a uno spettacolo di flamenco. Perché siamo a Madrid e anche tu ormai fai parte del pacchetto turistico.”

Anche se non sapeva cosa significasse pacchetto turistico, Ramon sentiva che l’angoscia e la paura cominciavano ad abbandonarlo, a scivolare via dal suo cuore. Forse cominciava a comprendere perché le porte del museo per lui non esistevano, rendendo inutile la sua fuga dal quadro. Una ragione che a lui, fruttivendolo, era ormai palese e che a Carla, esperta d’arte, sfuggiva ancora. Ma forse era una ragione che con l’arte  non aveva niente a che fare. Ormai convinto replicò:
“No, Carla, ho deciso, non ho alternative. Ora so perché, dopo essere fuggito dalle Fucilazioni del 3 maggio, sono rimasto prigioniero nel museo. Ora ho capito.”
“Di cosa stai parlando?”
“Parlo del messaggio che il pittore vuole lanciare al mondo, dipingendo ciò che di peggio la guerra porta: violenza, brutalità e morte. E come hai detto tu, le vittime nel quadro non sono soldati, gente del mestiere, ma innocenti inermi.”
“Questo si sa, lo sanno tutti.”
“Già, ma quello che forse nessuno sa, neanche tu e che solo Ramon conosce, è che l’uomo con la camicia bianca potrebbe essere il messaggero nel mondo, fuori dal quadro e dal museo. Questo potrebbe essere lo scopo della mia fuga: trasmettere il messaggio fuori da questa sala perché possa arrivare a tutti.” Tacque e guardò fuori dalla finestra, verso il Manzanares dove duecento anni prima aveva lasciato la vita.
Carla protestò, non perché non avesse pronunciato nobili parole, ma perché non sopportava l’idea di vederlo ritornare muta e piatta pittura, anche se in un quadro di Goya:
“Parli di diffondere il messaggio fuori dal museo, addirittura nel mondo intero, ma non sei nemmeno riuscito a uscire da qui…”
“Perché il messaggio possa diffondersi non deve scaturire dall’odio e dal rancore. E nel mio cuore non ci sono solo angoscia e paura, c’é anche odio, tanto odio che duecento anni non sono bastati a sciogliere. Per questo non posso essere un buon messaggero e per questo le uscite del museo oggi mi vengono negate: perché l’odio che avvelena il mio cuore non trovi uno sbocco per invadere il mondo, ma rimanga confinato nel quadro. Dovrò ancora essere pittura per molto tempo” concluse con rassegnazione, “ma alla fine riuscirò a perdonare. E se questa è la mia missione, ho una sola possibilità: perdonare per poter uscire in futuro dal quadro e dal museo.”
Carla era sbalordita e notò che per la prima volta aveva detto ‘uscire’ e non ‘fuggire’ dal quadro. Significava che per lui l’eventuale, futuro abbandono del dipinto non era più una fuga da una condizione insopportabile, ma la partenza per una nobile missione.

A Ramon non interessava più sapere se le sue parole l’avevano convinta e chiese:
“Che ore sono?”
Carla guardò l’orologio:
“Quasi le nove.”
Lui sembrò aver fretta di concludere un’avventura molto penosa e disse:
“Il museo sta per aprire, devo andare. Addio, Carla.” Poi si girò e si incamminò con passo deciso verso le scale. Lei, con le lacrime agli occhi, poté solo seguirlo con un sussurro:
“Addio Ramon, buona fortuna.”

“Eccolo, eccolo. Stavolta non ci scappa.” I soldati sopraggiunsero urlando alle sue spalle, ma Carla non si voltò a guardarli e neanche Ramon. Entrambi sapevano ormai che quei poveracci, anche loro usciti dal quadro, non erano pericolosi e correvano di qua e di là senza alcun criterio. Ansimando e sbraitando la sorpassarono e proseguirono all’inseguimento del fuggiasco. Ma questa volta, giunti alle sue spalle, cessarono le grida, rallentarono la corsa e gli si affiancarono, uno a destra e l’altro a sinistra. Gli posarono con delicatezza le mani sulle spalle e proseguirono in silenzio insieme con lui, senza che Ramon opponesse resistenza. Ora che aveva deciso di abbandonare la condizione umana per ritornare pittura, i soldati lo vedevano con chiarezza e avrebbero continuato a vederlo per secoli davanti alle canne dei loro fucili.
Carla li osservò allontanarsi a passi lenti, uno di fianco all’altro, come vecchi compagni, persuasi del loro comune destino - un condannato a morte e i suoi carnefici - fino a quando non scomparvero alla sua vista.

Erano ormai le dieci di un mattino di maggio finalmente soleggiato e la luce inondava la sala di Velàsquez. Si spensero le luci fredde delle lampade di sicurezza, ma nessun custode arrivò per accenderne altre. Qualche visitatore entrò nella sala e si affrettò verso Las Meninas. Lei abbandonò la sala e si diresse un’altra volta verso Le Fucilazioni del 3 maggio. Voleva sapere come si era conclusa la fuga di Ramon ed entrò nella sala di Goya, dove venne accolta da una voce femminile che descriveva il famoso quadro a un gruppo di turisti. Non capiva le parole, ma poteva immaginarne il contenuto. La guida parlava a voce troppo alta e sorreggeva una bandierina bianca con un grande cerchio rosso al centro. La bandiera giapponese, per questo non li capiva.
Il viavai dei visitatori nella sala era in aumento e quando i Giapponesi si allontanarono un altro gruppetto era in arrivo. Aveva poco tempo, doveva sbrigarsi se voleva rivedere Ramon da sola.
Si accostò e posò gli occhi sulla tela. Ora tutto era a posto, non mancava nessuno. Come sempre, da duecento anni, Ramon occupava il centro del quadro, con la camicia bianca che spandeva la luce della lanterna e rischiarava la notte, le braccia al cielo e la stimmate sul palmo della mano destra. Ora che conosceva Ramon e la sua storia, attese l’arrivo del nuovo gruppo per ascoltare i commenti della guida. Erano francesi e poteva capirli. La guida parlò del quadro, del contesto storico nel quale era stato dipinto e dei personaggi rappresentati, le solite informazioni.
Carla posò ancora gli occhi su Ramon, sul suo sbigottimento e la sua impotenza che incitavano lei e tutti gli osservatori del quadro a reagire al dramma della guerra e della violenza. Più che alimentare la tenue speranza che in futuro riuscisse a fuggire ancora una volta dal quadro e dal museo, immaginò che Ramon fosse ritornato dove Goya l’aveva dipinto proprio per questo: perché anche lo spettatore vivesse la tragedia insieme con lui e con i compagni di sventura. E per consentire questo miracolo la sua presenza davanti ai fucili spianati era necessaria. Ora riconosceva che aveva ragione lui.
Sentiva il respiro affannoso di Ramon e la disperazione degli altri condannati e le piacque immaginare che l’uomo con la camicia bianca spiccasse un balzo improvviso verso di lei, sfuggisse all’esecuzione ancora una volta e scappasse via dalla tela lungo i corridoi del museo, che diventasse ancora un fuggiasco. Ma ciò non accadde. Ramon non si staccò dalla tela e rimase al centro della macabra scena a braccia alzate, di fronte al plotone di esecuzione, in attesa di una scarica di fucileria che non sarebbe mai arrivata. Come Cristo in croce.
Carla udì la guida francese raccontare:
“In quest’opera Goya rappresenta un fatto storico del quale forse egli stesso fu testimone. Del religioso che sta per essere fucilato conosciamo anche il nome, si chiamava Francisco Gallego y Dàvila. Il condannato con la camicia bianca, invece, rimane uno sconosciuto.”
“No” si intromise Carla a voce tanto alta da interrompere la guida. Tutti a voltarsi verso di lei, stupiti.
“No” ripeté con forza, quasi con rabbia, “non è uno sconosciuto. Si chiama Ramon.” E nonostante avesse scandito le parole lentamente, nessuno notò che aveva parlato al presente, non al passato.

Poi voltò le spalle alle Fucilazioni del 3 maggio e ai Francesi e si avviò verso l’uscita.

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