mercoledì 2 aprile 2014

Viaggio in India (lungo il fiume Gange), Nepal

Sui Ghat di Varanasi - India
Paesi attraversati: India, Nepal
Itinerario: 
in India: Kajuraho, Allahabad, Varanasi (ex Benares), Sarnath, Bodhgaya, Patna
in Nepal: Chitwan National Park, Katmandù
Periodo: marzo 1996
Durata: 2 settimane
Ne parlo nel libro: Il Gatto Buddhista 

Un viaggio nell'India sacra, breve ma focalizzato, mirato a conoscere e a vivere un aspetto fondamentale della vita degli Indiani, speciale e coinvolgente. Un cammeo. Un viaggio che intendeva seguire il corso del Gange, in primavera, quando la gente compie i pellegrinaggi nelle città sante che si affacciano sulle sue rive. Non era l’anno del Kumbh Mela, l’immenso e periodico raduno dei fedeli induisti, ma in India anche un “piccolo” spostamento di persone coinvolge milioni d’individui. 



Come sempre mi è successo in quel paese, mi stordiva il numero delle persone che incontravo e in quel periodo partecipavano ai pellegrinaggi e non riuscivo nemmeno a immaginare come ad Allahabad, durante il Grande Kumbh Mela del 2001, si fossero raccolti sessanta milioni di fedeli. Come si fa a immaginare un raduno di sessanta milioni di persone?

Sui Ghat di Varanasi - India
Partecipare a questi grandi raduni o recarsi almeno una volta nella vita in pellegrinaggio in una città santa, come Allahabad, fa parte del dovere di ogni fedele Indù. Diventa un’azione che genera influssi benefici al karma di ognuno e fa acquisire meriti nella catena delle reincarnazioni.

Non era il Kumbh Mela ed era marzo, un periodo poco interessante per i flussi turistici e quindi non c’erano molti stranieri sul fiume in quei giorni e questo consentiva alla gente di festeggiare senza troppi forestieri intorno.
Quel viaggio lungo le rive del Gange offriva ogni giorno manifestazioni della profonda religiosità degli Indiani. Se potevamo assistere ai grandi pellegrinaggi degli Indù alla volta del sacro fiume, non potevamo ignorare la presenza dei Sikh, soprattutto a Patna e i frequenti pellegrinaggi dei Buddhisti (soprattutto stranieri, Giapponesi in primis) che a Bodhgaya e nei  dintorni andavano alla ricerca dei luoghi fondamentali della vita e della predicazione del Buddha.

Khajuraho. Esistono luoghi al mondo che riassumono in sé le idee di archeologia e storia, per lo stato di conservazione,  monumentalità e posizione geografica. Come Petra, Leptis Magna o Tikal. Khajuraho è uno di questi, meta turistica tra le più popolari dell’India. Mostra con orgoglio 85 templi che il regno di Chandela costruì all’inizio dello scorso millennio, dei quali  molti ancora in buono stato e alcuni ancora aperti al culto e frequentati dalla gente. Sorprendono per le migliaia di bassorilievi dedicate all’amore e al sesso, presentati con serenità e dolcezza. 


I bassorilievi dei templi di Khajurao - India
Khajuraho ha dato origini al Tantrismo, il che spiega la presenza delle figure erotiche scolpite sui templi. Si tratta di una mistica religiosa in cui si trovano coinvolti alcuni elementi fondamentali della vita: donna, benessere, fertilità ed energia sessuale. Dove l’Induismo e l’Ascetismo dei Bramini tendono a negare il mondo, nel Tantrismo esso deve essere goduto fino in fondo. Oltre a quelli erotici, sulle parete dei templi ci sono molti altri soggetti, scolpiti nelle posizioni più strane: soldati, elefanti, carri, fantastico il loro stato di conservazione. La nostra guida proveniva da una famiglia di religiosi e la sera del nostro arrivo un suo fratello officiava una cerimonia in un tempio indù e anche noi (grande privilegio) fummo invitati. Fu per me un’esperienza importante per rendermi conto da vicino del profondo misticismo degli Indiani, ma anche faticosa, pigiato com’ero dalla ressa dei fedeli, alla fioca luce delle candele, nel fumo pesante delle candele e nell’odore dolciastro degli incensi. Ma gli spruzzi d’acqua, la pioggia di petali di fiori che ci inondava, il sorriso allegro che tutti i presenti, curiosi, mi rivolgevano alleviavano la mia difficoltà a rimanere per molto tempo a strettissimo contatto fisico con tante persone.
Sulle rive del Gange a Allahabad - India

Allahabad. Pandit Jawaharlal Nehru, erede politico e spirituale di Gandhi, confessò: “Il desiderio che un pugno delle mie ceneri sia gettato nel Gange ad Allahabad non ha un significato religioso. Non ho sentimenti religiosi in proposito. Sono attaccato ai fiumi Gange e Yamuna ad Allahabad fin dalla mia infanzia e questo attaccamento è cresciuto con me.” Era nato nella città sorta alla confluenza dei fiumi più sacri dell’India che arrivano dall’Himalaya e, uniti, vanno a sfociare nell’oceano Indiano. Oggi la residenza dei Nehru ad Allahabad è diventata un museo, pieno di cimeli, foto e ricordi della famiglia protagonista della riconquistata indipendenza indiana. Ma lo spettacolo della città non stava in questa elegante dimora, ma nella gente che si bagnava nel fiume. Lunghe fila di uomini e donne entravano in acqua immergendosi fino alla cintola. Ad Allahabad in marzo le piogge sono finite da tempo. Il livello del fiume era basso e l’acqua scorreva lentamente e, nonostante il sole splendente, doveva essere abbastanza fresca a giudicare dai brividi che scuotevano i bambini che s’immergevano. Ognuno si concentrava sui propri riti. Si bagnavano, raccoglievano acqua con i palmi delle mani e la facevano scorrere sul corpo, cominciando dalla fronte. I leggeri sari delle donne s’incollavano ai loro corpi slanciati, liberi da qualsiasi accenno di adipe, mettendone in evidenza i fianchi e i seni. Erano gli stessi corpi scolpiti sulle pareti dei templi di Khajuraho, là dediti a scene d’amore e ad altre attività, qua impegnati in atti di meditazione e preghiera. Portavano ghirlande di fiori di tutti i colori che affidavano all’acqua. La corrente, vicino a riva quasi immobile, all’inizio sembrava non interessarsi alle offerte che galleggiavano a lungo di fronte all’offerente, poi ne prendeva possesso e le faceva partire lentamente verso il largo. Anche le piccole candele, affidate all’acqua su foglie o piccoli legni, esitavano prima di andarsene, come se avessero bisogno di un po’ di tempo per assuefarsi al peso della speranze in esse riposte. In acqua si meditava e si pregava, ma sulle barche, che scivolassero lente sulla corrente o fossero ancorate alla riva, si festeggiava chiacchierando e banchettando. Come a Venezia alla festa del Redentore.

Varanasi (la Benares degli Inglesi). Ad Allahabad, a Patna e in altre città, piccole e grandi, che si affacciano sulle rive del Gange, in quei giorni si pregava e si festeggiava, la gente era sorridente ad allegra. C’erano raccoglimento e concentrazione in quelli che s’immergevano nel fiume, ma fuori dall’acqua c’era aria di festa. A Varanasi, invece, a parte la calca, asfissiante più che altrove, tutto mi appariva diverso. Stessa gente, stessi colori, stessa umidità, eppure tutto cambiava. L’incredibile differenza di Varanasi mi era apparsa evidente fin dalla sera del nostro arrivo. Eravamo giunti in tempo per assistere al tramonto del sole che si specchiava sulle acque immobili del fiume, mentre all’orizzonte si stagliavano le guglie dei templi e dei palazzi che si affacciano sulla sua sponda sinistra e solo su quella. Perché Varanasi, città che vive sul Gange e del Gange, è costruita tutta da quella parte. Sull’altra ci sono solo campagna e alluvioni quando nella stagione delle piogge il fiume straripa. Agli eventi o ai luoghi estremi, come Varanasi, i racconti di chi li ha già vissuti, le foto, i filmati non rendono giustizia. Al massimo riportano quello che si vede, ma non riescono a trasmettere le sensazioni, fortissime, che prendono, quasi aggrediscono, l’animo e la mente del visitatore che riesca ad andare oltre il banale folklore. 


Sui ghat di Varanasi - India
E in questo sta la straordinaria differenza di Varanasi. Se il tramonto sui ghat  (il termine, in lingua hindi, indica tipicamente una scalinata che scende a un corso d'acqua, a una piscina, a un lago), ammirato da lontano, era stato bellissimo, lo stesso tramonto, la subentrante sera e la conseguente notte vissuti in riva al fiume mi stordirono, perché m’introdussero all’improvviso, e con violenza, nella realtà di Varanasi. Come m’immaginavo, ma con una profondità inaspettata. Non c’era luce elettrica nelle strade in riva al fiume e la vita era illuminata da migliaia di esili fiammelle, candele e fuochi accesi in ogni angolo. Ero immerso in una folla pigiata all’inverosimile, che immaginavo potesse estendersi per chilometri lungo la riva del Gange. Un muro umano che, pur a fatica, riusciva a scorrere lentamente, lasciando che ognuno scivolasse nella direzione desiderata. Erano uomini, donne, molti vecchi, sadu (gli induisti asceti che dedicano la propria vita all'abbandono, alla rinuncia della società), venditori, santoni, mendicanti. Altrettanti erano seduti a terra. Anche pressati da migliaia di persone, molti di loro mi sembravano soli, concentrati solo su di sé. E tra sé e sé bisbigliavano, pregavano, cantavano, accendevano o attizzavano fuochi, bruciavano spezie. Sembravano essere in attesa di qualcosa, i volti illuminati dalle fiamme balenanti dei fuochi. Molte le barbe e le capigliature lunghissime, molti gli occhi che fissavano il vuoto. Sulle vie si affacciavano botteghe e stanzette stipate di fedeli prostrati davanti alle immagini degli dei Indù, Ganesh dalla testa di elefante il più adorato. Incensi, unguenti, cere, essenze di mille diverse fragranze uscivano da quei luoghi angusti e soffocanti e andavano a mischiarsi al fumo acre che si sprigionava dai fuochi. Ovunque piccole processioni scorrevano lungo le strade tra canti, preghiere e osanna sommessi. Erano in riva al Gange, la loro meta, la fine del viaggio, erano in attesa dell’alba per bagnarsi nel fiume sacro, alcuni di loro senza più intenzione o speranza di fare ritorno al luogo di origine. Si preparavano. Chi si preoccupa solo dell’anima e dell’aldilà non s’interessa dei disagi terreni: non ho mai visto al mondo luoghi più sporchi delle strade di Varanasi in quei giorni. Anche i cani rubavano tensione e fascino al luogo. Sporchi e macilenti andavano intorno a frugare in ogni angolo in cerca di qualcosa da mangiare. In alto, sopra le strade della miseria e della speranza, i palazzi eleganti, o addirittura sfarzosi, dei ricchi mostravano finestre ben illuminate dietro le quali altra gente aspettava, con le stesse speranze dei miseri che si accalcavano nelle strade. Perché a Varanasi convivono, una di fianco all’altra, la miseria più vergognosa e la ricchezza più sfrenata, entrambe arrivate là per lo stesso motivo. Calò la notte, ma non per la gente accalcata sulle rive del fiume. L’alba del mattino seguente ci vide ancora sui ghat in riva al Gange. Il sole nascente illuminava una città diversa, l’altra metà, quella che va a completare il mosaico della Varanasi che non si può comprendere, nemmeno sfiorare, senza salire e scendere quei gradoni di cemento, i gradoni della speranza. Un luogo senza tempo, sospeso tra la vita e la morte. Non c’era quasi nessuno dove la sera prima c’era la calca, l’attesa era finita, ora tutti erano sui ghat per immergersi nelle acque salvifiche di un bagno purificatore. Migliaia di persone colorate si accalcavano per trovare un po’ di posto dove sedersi per pregare, meditare, mendicare e cercare un pertugio per scendere al fiume. Più numerosi che altrove, sui ghat di Varanasi c’erano barbieri, venditori di fiori e di dolci, ciarlatani e giocolieri, donne fasciate in sari colorati, vecchi sadu che asciugavano al sole i lunghi capelli, giovani magrissimi che si contorcevano in complicati esercizi yoga, santoni in meditazione. Noleggiammo una barca, il mezzo più adatto per osservare la vita in riva al fiume e i ghat ci passarono davanti agli occhi lentamente, come in un film, mentre scivolavamo dolcemente sull’acqua piatta, quasi ferma. E scoprimmo che esiste una specializzazione per ogni ghat. Sul Raja Ghat vedemmo al lavoro i lavandai e là tutti i gradoni erano tappezzati di vestiti stesi al sole ad asciugare. Attorno alla barca l’acqua fangosa trascinava qualche fiore che resisteva alla debole corrente. Non molti anni prima avremmo potuto imbatterci nei morti affidati al sacro Gange. Perché a Varanasi si va per morire o ad aspettare di morire. E’ l’ultima meta, il luogo più sacro tra i luoghi sacri dove un Indù possa sperare di terminare la vita. E il dono più sacro che un Indù può fare a una persona cara è quello di accompagnarlo a morire a Varanasi. 

Verso la cremazione sul ghat Manikarnika di Varanasi - India
La sera prima avevamo incontrato in una stazione delle corriere e dei taxi un uomo di mezz’età seduto a terra, con lo sguardo triste. Forse aspettava un mezzo di trasporto. Di fianco a lui giaceva un corpo, avvolto in un sari verde, che stava accompagnando al fiume per la cremazione. La moglie? Un genitore? Un altro uomo triste, molto giovane, quasi un ragazzo, il mezzo di trasporto invece l’aveva trovato. Portava sul portapacchi della bicicletta un corpo molto piccolo, anche quello fasciato da un sari, il corpo di un bambino. Andavano entrambi, come altre persone tristi, verso i ghat dove si eseguono le cremazioni, forse al Manikarnica, il più importante, verso il quale stavamo dirigendo la barca. Avvicinandoci potevamo vedere sempre più distintamente le pire in fiamme che bruciavano i corpi ormai inutili, quelle appena spente, tra le ceneri delle quali si recuperavano i resti dei morti, quelle pronte ad accogliere altre salme da ardere. Quando la nostra barca fu di fronte al ghat, una piccola processione stava accompagnando alla pira un corpo avvolto in un sari arancione. Quella macchia di colore mi sembrò un fiore di speranza, quasi allegro, nel grigiore del fumo che galleggiava nell’aria. Mi sembrava anche di sentirne il profumo leggero, mescolato all’odore acre dei fuochi e della morte. In alto, sopra i ghat di Varanasi, vedevo gli sfarzosi palazzi dei ricchi e i miserabili ospizi dei poveri pronti ad accogliere quelli che erano prossimi alla morte. Quel giorno, quello dopo, quello dopo ancora e per gli anni a venire i corpi senza vita dei ricchi e dei poveri sarebbero stati bruciati in riva al fiume e le loro ceneri gettate nel sacro Gange, per un nuovo Inizio che accompagna la speranza della definitiva Liberazione.

La culla del Buddismo. Pochi chilometri a nord di Varanasi sorge Sarnath, luogo sacro dei Buddisti. Dopo aver ricevuto l’Illuminazione il Buddha arrivò qui  per diffondere il suo messaggio sulla via del Nirvana. A Sarnath l’imperatore Ashoka eresse un magnifico stupa e altri edifici. A parte lo stupa (bellissimo) poco è rimasto, ma quello che stupivano erano i pellegrini in arrivo da ogni parte del mondo per visitare questo e altri luoghi del Buddismo. Gente molto diversa dai pellegrini induisti, tutti indiani, gente per lo più molto povera. 

Monaci buddhisti a Sarnath - India
Invece i buddisti che arrivavano da quelle parti erano gente ricca che poteva permettersi di viaggiare, c’erano molti occidentali convertiti (poco convincenti ai miei occhi…) e moltissimi giapponesi vestiti di banco e raggruppati attorno alla loro bandierina . A poca distanza da Varanasi (cosa sono 250 km in India?) sorge il villaggio di Bodhgaya, uno dei quattro luoghi santi del Buddismo e qui pellegrini e processioni non si contavano. Regnava un’atmosfera  solenne nelle strade e attorno all’enorme ficus sotto il quale il Buddha ricevette l’illuminazione. Bodhgaya è per i Buddisti quello che è Varanasi per gli Indù o la Palestina per i Cristiani, un luogo che avvolge con un pathos che difficilmente può lasciare indifferenti. Osservare l’aria rapita e fiduciosa dei pellegrini che pregavano davanti alla distesa di piccole candele accese sotto il Bodhgaya Tree, impressionava.

Patna. A Patna, anch’essa adagiata sulla riva del Gange qualche centinaio di chilometri più a valle, si ripetevano le stesse scene di Varanasi. Anche là centinaia di fedeli si purificavano nelle sacre acque del fiume e affidavano alla corrente le loro offerte. E sui ghat la gente festeggiava cucinando ogni sorta di cibo in attesa dei riti notturni, quando la sera avrebbe portato un po’ di fresco. Giunta la notte i fedeli si avvicinavano al fiume, s'immergevano nelle sue acque e ripetevano, alla luce fioca dei fuochi accesi sulla riva, gli stessi riti e gli stessi gesti dei fedeli di Varanasi.


Sui ghat di Patna - India
Samir, la nostra guida, volle accompagnarci nella visita notturna sulla riva del fiume e con il suo aiuto entrammo in contatto con la gente che festeggiava, ci presentava amici e parenti. Patna non è Varanasi, i turisti non trovano ragione per spingersi fino a là, si fermano prima e quindi la gente era curiosa verso di noi, ci sorrideva e chiedeva di noi a Samir. Man mano che avanzava la notte, i fuochi si spegnavano e la gente si apprestava a passare la notte sui ghat e noi ce ne andammo lanciando un ultimo sguardo verso tenui ombre colorate, sfumate e fluttuanti sulle acque, circondate da sciami di lucciole che riprendevano il tremolio delle stelle nel cielo.

Chitwan (Nepal). Fu un’inaspettata delusione di un viaggio che, per fortuna, aveva nel Nepal una appendice marginale. Ci aspettavamo di arrivare nel tempio nepalese della tigre del Bengala (ancor meglio di Ranthambore in India, pensavamo) e invece passammo troppo tempo in inutili ricerche che approdarono solo all’avvistamento di qualche rinoceronte indiano, qualche sambar e un paio di splendidi orsi. Chitwan si dimostrò un parco troppo vasto perché una popolazione troppo densa potesse risparmiarlo. I suoi sentieri e le sue foreste erano invase da troppa gente che si dedicava alle attività più svariate. Anche una affollatissima festa religiosa, che in altre circostanze mi avrebbe entusiasmato, che si teneva in quei giorni dentro i confine del parco (il mitico Chitwan!) fu per me fonte di tristezza. Nessuna tigre, ovviamente.

Katmandù (Nepal). Too late, Vio, troppo tardi. Rimanemmo a Katmandù un solo giorno, in attesa di prendere il volo per New Delhi e, anche se era vent’anni fa, ebbi la netta sensazione che la mitica città il meglio di sè l’avesse già dato. Beati quelli che arrivarono a Katmandù negli anni ‘60 o ’70… Ricordo un centro storico intossicato dai gas di scarico di auto sgangherate che assediavano piazza Durbar e la sua architettura nepalese e ne spegnevano il fascino. Qualche “scoppiato” occidentale fuori tempo massimo, un po’ di turisti, troppe cianfrusaglie in vendita per le strade e i segni dell’inarrestabile occidentalizzazione già evidenti pur a fronte dell’estrema povertà della gente.

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