lunedì 23 giugno 2014

Viaggio in SIRIA, LIBANO

Paesi attraversati: Siria, Libano
Itinerario:
In Siria: Damasco, Bosra, Malula, Homs, Krak dei Cavalieri, Ugarit, Apamea, Hamah, Serjilla, Maarrat an-Numan, Ebla, Qalb Lawzah, Qalah Siman, Aleppo, Rusafah, Dayr az-Zawr, Palmira
In Libano: Beirut
Periodo: aprile-maggio 2000
Durata: 2 settimane


Il Venerdi di Repubblica n.1364 (09.05.2014) riportava un articolo dal titolo angosciante: Primavera araba, inverno dei monumenti. Si trattava di una documentata rassegna sui danni e i furti che il patrimonio archeologico di Tunisia, Libia, Egitto e, soprattutto, Siria sta subendo da quando sono in atto in questi paesi, con alterne vicessitudini, le cosiddette “primavere arabe.” Uno scenario agghiacciante, particolarmente amaro per me.
Sono tutti paesi che ho visitato prima di questi sconvolgimenti che tante speranze e altrettante delusioni hanno suscitato, quando, nonostante le evidenti storture di società antidemocratiche e corrotte, almeno il patrimonio storico e culturale sembrava preservato, se non altro per evidenti interessi economici. Quasi metà dell’Egitto vive di turismo e il turismo in Egitto, a parte il mar Rosso,  che va a fare se non ad ammirare gli antichi siti dei faraoni e i musei? E la Libia? Chi andrà mai più in questo paese se saranno irrimediabilmente danneggiate Leptis Magna o Sabratha? E le città e i mosaici romani della Tunisia? E la Siria, con Palmira bombardata nel 2013 e usata come base militare dalle truppe – diciamo orde - di Assad?
Non mi permetto di giudicare io che vengo dall’Italia dove, anche senza la scusante della guerra, non si riesce nemmeno a mantenere decentemente Pompei. Dico solo che chi bombarda – per errore, tra l’altro - l’abbazia di Montecassino (febbraio 1944), distruggendo un monastero del VI secolo o abbatte a cannonate per sfida all’Occidente i Buddha di Bamiyan antichi di 1.500 anni, non merita di appartenere al genere umano. Perché credo che non sia mai vero che il fine giustifica i mezzi. Punto.
Così ho deciso di raccontare un po’ di questi paesi come li ho visti e di riportare qualche foto. Può sembrare un malinconico “come erano” e nel racconto userò tristemente il passato, ma in effetti può darsi che oggi molto di quello che ho avuto la fortuna di ammirare (penso ad Aleppo, ad esempio) non esista più o possa scomparire a breve. E tutto per colpa della stupidità umana.
Comincio dalla Siria, evidenziando un’amara beffa del destino che a volte
riserva imprevedibili, spesso tragiche, sorprese. Mentre visitavamo il paese eravamo inondati da un asfissiate culto della personalità rivolto alla famiglia al-Assad. Enormi manifesti ne ritraevano i rappresentanti di spicco: Hafiz al-Assad, il vecchio presidente salito al potere nel 1971, alla sua destra il figlio Basil al-Assad, destinato alla sua successione, morto in un incidente stradale nel 1994 e, forse per questo destino, indicato sui manifesti come il martire. Alla sua sinistra il figlio Bashar al-Assad, l’attuale presidente siriano. Dopo un mese dalla nostra visita, il 10 maggio 2000 il vecchio Assad morì e gli succedette il figlio Bashar, che ormai tutto il mondo ha imparato e conoscere. Ebbene, oggi solo io, i miei compagni di viaggio e pochi altri siamo in grado di rivelare al mondo che allora, sui manifesti sparsi in tutta la Siria, Bashar era indicato come la speranza! Fate voi!

Cosa non mi sarei perso di questo viaggio (prima della guerra civile):

Damasco: ovvero l’archeologia “a portata di mano”, nel senso che in Siria ci sono centinaia di siti archeologici, soprattutto di origine romana e tali siti erano ancora utilizzati dalla gente. Parliamo di edifici civili e religiosi (e non di resti nel senso letterale del termine) ancora imponenti che culture precedenti hanno lasciato in eredità. E che le popolazioni successive hanno modificato, ricostruito e riutilizzato.  E questo fenomeno era evidente soprattutto a Damasco. Camminando per il souk (mercato) incontrammo un tempio romano utilizzato come abitazione e negozi. Lo stesso destino toccava ad un arco romano, senza contare le case e i palazzi che inglobavano colonne e reperti antichi nei muri e negli stipiti. La visita del souk avrebbe potuto essere una fotocopia di uno dei tanti che avevo visitato (Istambul, Il Cairo, Marrakech…) invece si dimostrò molto “originale” per la quantità di gente che la frequentava e l’incredibile varietà dei prodotti. Inoltre Damasco non era una meta turistica molto ambita, gli stranieri erano pochi e quindi il mercato non era orientato, se non in piccola parte, ai souvenir. Infine la presenza di vasti khan (caravanserragli) incastonati tra le case trasmettevano un aria da mille e una notte. Stupenda la moschea degli Ommayyadi, anche se rimaneggiata nei secoli, molto frequentata. Altrettanto magnifico il palazzo Azem, costruito nel ‘700 da una potente membro dell’omonima famiglia.
Penso con angoscia al Museo Archeologico Nazionale che vantava (spero ancora) una delle più importanti collezioni archeologiche del Medio Oriente con reperti provenienti da Mari, Ugarit, Palmira, Dura Europos e Ebla.
Bosra:il fascino di Bosra derivava dalla eccezionale importanza dei suoi monumenti, a cominciare dal clamoroso teatro, uno dei meglio conservati al mondo. Ma non possiamo tralasciare le strade bordate da case basse e nere, tra le quali spuntavano ovunque vestigia di un antico passato (capitelli, colonne) e apparivano così evidenti e ben amalgamati da dare l’impressione di essere da sempre  inseriti nei muri delle case. Un miscuglio creatosi nei secoli durante epoche diverse. Per esempio attorno alla cavea del teatro romano fu eretta dagli Arabi nel XI-XIII secolo una possente fortezza che lo inglobò completamente. Un obbrobrio verrebbe da dire, eppure il risultato a distanza di un millennio appariva maestoso.
I mosaici bizantini: chi è stato al museo del Bardo (Tunisi) o villa Armerina, è rimasto certo affascinato dagli splendidi mosaici trovati nella ville dei ricchi possidenti di venti secoli fa. Ebbene in Siria c’era da rimanere ancora più stupiti ed estasiati davanti a centinaia di metri quadrati di mosaici, ottimamente conservati. Stupivano per dimensione e qualità. Quelli più belli li vedemmo ai musei di Shahba e As-Suwayda (piccoli paesi situati tra Damasco e Bosra) presentati in modo molto intelligente. I mosaici erano installati sul pavimento e i visitatori potevano osservarli dall’alto camminando su passerelle che sospese. Naturalmente l’imbecillità e la cialtroneria dei turisti non aveva (e non ha) limiti. Al museo di  Shaba un gruppetto di loro (non ricordo la nazionalità, ma certamente europei) aveva dato una mancia alla guida che li accompagnava per convincerla a gettare acqua sui mosaici. Vi chiederete perché. Perché le tessere dei mosaici, bagnate, luccicavano e rendevano i colori più scintillanti!!!!
Last but not least rimane da nominare anche Maarrat an-Numan (tra Hamah e Aleppo) dove un museo un po’ malmesso custodiva una serie di mosaici pavimentali fantastici, tra i più belli del paese.
Malula: questo piccolo e troppo famoso villaggio a nord di Damasco meritava una visita perché si presentava come un mosaico di piccoli cubi scavati nella roccia, dipinti con sgargianti colori. Era inserito in uno scenario stupendo fatto di brulle montagne scolpite e scavate dalla pioggia e dal vento, punteggiato da macchie verdi che spuntavano tra le case (fichi e viti). Ma il villaggio era intossicato da troppi pullman turistici che giornalmente arrivavano da Damasco, troppo vicina per consentire a Malula di essere visitata in pace e con un po’ di criterio.
Krak dei Cavalieri: non era l’unica fortezza ancora esistente (c’erano anche il castello di Marqab, quello di Salah ad-Din e il Qualat Sheizar), ma senz’altro la più bella, possente e quasi intatta di tutta la Siria, modello di perfezione in fatto di fortificazione medievale, contesa per secoli tra Musulmani e Cristiani. Sotto un cielo azzurro, punteggiato di nuvole bianche che un vento tagliente faceva correre verso est, dagli spalti e dai bastioni sembrava ancora di vedere i vecchi Crociati che combattevano contro gli “infedeli” ai piedi delle mura.
Ugarit:3500 anni di storia! Prima di visitarla pensavo che avrei trovato solo qualche mozzicone archeologico, invece mi sbagliavo. Naturalmente non stiamo parlando di Palmira (vedi dopo) ma le vestigia della metà del II millennio a.C. erano tutt’altro che trascurabili. I reperti più belli ovviamente erano (spero siano ancora) custoditi nei musei di Aleppo e Damasco e anche al Louvre ovviamente, visto che i Francesi dominavano nel paese quando alla fine degli anni ’20 si cominciò a scavare a Ugarit. La scoperta della città fu importante anche per l’aiuto che diede alla comprensione delle vicissitudini storiche del secondo secolo prima di Cristo, in quanto qui furono rinvenute migliaia di tavolette con iscrizioni cuneiformi riguardanti avvenimenti del XV-XIII secolo, forse la più antica lingua alfabetica di cui si abbia traccia.
Apamea: la visita ad Apamea fu una miniera di sorprese, un po’ perché conoscevo poco di questa città romana che fino agli anni ’90 era solo un cumulo di rovine, ma che rovine! Un ottimo restauro l’aveva fatta risorgere e da allora centinaia di colonne  imponenti e resti di templi e di chiese si innalzavano lungo un cardus di quasi due km. Il tutto circondato da una cinta muraria ancora ben visibile. Probabilmente allora anche il turismo conosceva poco Apamea e infatti eravamo in pochi a visitare il sito.
Purtroppo non mancavano molti ragazzotti che scorrazzavano tra le rovine in motorino, cercando di spacciare ai più sprovveduti visitatori “patacche” per reperti antichi. Questo era il punto dolente di Apamea, come di quasi tutti i siti archeologici siriani: lo scarso rispetto per le vestigia delle antiche civiltà.
Oltre all’antico c’era anche il nuovo, o quasi. Infatti, a lato delle rovine, si ergeva una fortezza medioevale (Al-Mandiq), ancora in buono stato di conservazione, circondata da una cinta muraria del XIII secolo. Attorno ai monumenti di Apamea alcune famiglie di beduini avevano piantato le loro tende e greggi di pecore e di capre scorrazzavano tra le rovine. La loro vita all’aperto ci permise ci avvicinarli un po’ e di ammirare i loro costumi, in modo particolare quelli coloratissimi delle donne.
Hamah: questa antica città (ovviamente di antichissime origine), una che più delle altre nel paese aveva mantenuto quasi inalterato il tessuto urbano del centro storico, è quella che più di tutte mi ferisce il cuore quando mi arrivano le notizie della sua attuale condizione al tempo della guerra. Perché quando arrivammo noi era in pieno svolgimento la festa di primavera. La gente passeggiava lungo il fiume Oronte, i bambini si rincorrevano con grida e sorrisi smaglianti. Una festa e una fiera allegra e gioiosa che aveva occupato tutto il centro.
La caratteristica principale di Hamah era però costituta da una quindicina di norie ancora in funzione dal tardo medioevo. Enormi (la più grande ha una circonferenza di 21 metri!), lente, inarrestabili. Da secoli sollevavano acqua dal fiume per irrigare campi ed orti. Davano veramente il senso dell’incessante trascorrere del tempo. Ne avevo viste poche ancora in funzione nei miei viaggi precedenti (le ricordo in Egitto) e trovarmene tante, innalzate a gruppetti di 4 o 5, una di fianco all’altra, mi dava un senso di sbalordita sorpresa. Illuminate con perizia, di notte emanavano un fascino ancora più toccante e perfino il loro perenne cigolio sembrava musica più che rumore fastidioso. Una di esse alimentava ancora il laboratorio di un falegname che costruiva, oltre ai mobili, anche piccoli modellini di norie, fantastici. Lo scoprimmo quando ormai era già chiuso e il mattino dopo, quando lasciammo Hamah, era ancora chiuso. Peccato! Avrei pagato per uno di quei meravigliosi modellini di legno “qualsiasi” cifra.
Ebla: pochi resti e molto ancora da scavare facevano di Ebla un sito quasi trascurabile, se non fosse che riveste molta importanza per noi Italiani in quanto la sua scoperta, una delle più importanti del secolo scorso, è dovuta alle missioni effettuate sul posto dall’italiano Paolo Matthiae (Università di Roma). Le ricerche furono indirizzate più a ricostruire un quadro attendibile sulle culture che si susseguirono nell’area nei millenni precedenti l’era cristiana che a trovare manufatti da esporre nei musei. Missione compiuta in pieno, perché, negli “archivi” della città che gli scavi portarono alla luce vennero rinvenute migliaia e migliaia di tavolette di argilla scritte in caratteri cuneiformi che consentirono di ricostruire il quadro storico, economico e sociale dell’area mediorientale  e anche di ampliare le conoscenze sulla Mesopotamia e l’Egitto di allora.
Qalah Simam (San Simeone): 1500 anni e non li dimostrava. Molti manufatti erano ancora a terra, ma molto era stato restaurato. Il risultato era un enorme complesso ancora straordinariamente ben conservato, costituito da un battistero, una lunga via sacra e quattro basiliche a tre navate che si dipartivano da uno spazio ottagonale comune. Nel centrodi questo spazio si innalzavano i resti della colonna su cui visse il celebre santo stilita, ormai ridotta ad un blocco informe alto non più di metri, dai quindici dell’origine. Anche per un non credente fu una esperienza mistica d’impatto.
Le città morte: si tratta di centinaia di insediamenti risalenti V-VIII secolo, sparsi a nord-ovest del Paese. Alcune veramente imponenti. Colpivano perché non presentavano monumenti spettacolari e isolati, ma interi quartieri ancora ben individuabili e il loro alto livello di conservazione dimostrava che furono abbandonate più o meno nello stesso periodo storico. Perché? Se anche al tempo della mia visita erano dislocate in uno territorio abbastanza inospitale, ai tempi di Bisanzio avevano un produzione di vino e olio d’olio eccellente. Fu perché cambiò l’economia e i prezzi dell’olio e del vino diminuirono drasticamente? Oppure i terremoti spinsero la popolazione a trasferirsi altrove? Non si sa.
Ovviamente andammo in cerca delle città morte più importanti, a cominciare da Serjilla, adagiata tra due costoni di granito. Impressionava passeggiare tra gli edifici quasi intatti della città e tra le sue chiese, occupati dai beduini che ne avevano fatto magazzini e ovili per le loro greggi. Anche noi facemmo il picnic di mezzogiorno tra le rovine, osservando un contadino che dissodava un orto aiutato da un trattore, un orto del IV o V secolo! Particolarmente ben conservato era il grande complesso delle terme.
Un’altra città morta molto ben conservata era Al-Barah, molto estesa su una collina punteggiata di ulivi, con muretti a secco che dividevano gli appezzamenti ben arati, come nel nostro sud. Ma i muretti erano costruiti soprattutto con reperti romani, capitelli e architravi che da noi farebbero la felicità di qualsiasi museo. Eravamo Al-Barah per visitare le straordinarie tombe a piramide, la cui copertura si stringeva verso l’alto lasciando in cima un’apertura, come un camino.
Non tralasciammo anche ad-Duna con una tomba a piramide preceduta da un portico di straordinaria fattura e conservazione.
Qalb Lawzah: la vera città morta sarebbe Qirq Biza a meno di un km di distanza, ma non si poteva tralasciare questo villaggio che mostrava una della più belle e antiche basiliche bizantine a tre navate alla quale mancava solo il tetto e dalla quale si godeva un bel panorama. La visita fu infastidita da nugoli di bambini e donne che cercavano di venderci dei ricami artigianali di discutibile fattura. Oltre alla splendida basilica, potemmo apprezzare la assoluta assenza di turisti che ci permise di parlare, tramite la nostra guida, con un gruppo di donne che stavano dissodando piante di tabacco e di bambini che le aiutavano attingendo acqua da una fonte.
Qalb Lawzah mi rimarrà nel cuore anche per un’altra incredibile circostanza. Eravamo vicini al confine con la Turchia, arrivando avevamo sfiorato la frontiera, non c’erano dubbi. Tuttavia nella nostra cartina geografica di produzione siriana il confine appariva molto lontano. In pratica la provincia di Antiochia, che si estende poco più ad est e che da tempo è contesa da Siria e Turchia, sarebbe stata, secondo i Siriani, in Siria, mentre per tutto il mondo si trova in Turchia, come dimostrava l’altra cartina (Bern & Freitag) che avevamo con noi. Era un po’ come se su una carta francese comprata a Lione, la Valle d’Aosta fosse in territorio francese. Da non credere!
Aleppo: dopo aver smesso di fumare da almeno dieci anni, ad Aleppo ho fumato per la prima volta il narghilè dopo cena, in un ottimo ristorante del quartiere armeno, il quartiere più ricco di tradizione e storia della città. Oltre a noi erano soprattutto le donne a fumarlo. Sensazione strana ma piacevole il fumo freddo.
Ovviamente grande attenzione dedicammo alla visita alla cittadella, una fortezza inespugnabile costruita nel centro della città, circondata da un fossato e dotata di una porta d’accesso  fantastica. L’interno non era all’altezza dell’esterno, ma dai suoi spalti si poteva godere una vista spettacolare della città.
Seguì una deludente visita al museo dove troppi capolavori erano buttati là alla rinfusa e coperti di polvere. Ancora una volta valeva il detto: non dare perle ai porci! Molto apprezzata fu invece una mostra di icone bizantine degli ultimi tre secoli, esposta nelle sale del museo.
Non poteva mancare un salto al hotel Baron, lo storico e fascinoso albergo di lusso dove hanno albergato tutti i personaggi famosi che in passato sono arrivati in città e che è stato set cinematografico di molti film di spionaggio e avventure galanti: Lawrence d’Arabia, Agatha Christie, Rockfeller, il maresciallo Montgomery, Kemal Ataturk, il principe Gustavo di Svezia, De Gaulle, Nasser, Ceausescu, Tito, Re Feisal e Hafez al-Assad (padre di Bashar). Nel 1968, Pierpaolo Pasolini, impegnato nelle riprese di Medea, vi trascorse alcune settimane. Era anche l’albergo dove scendevano i facoltosi viaggiatori che nei primi decenni del ‘900 arrivavano in città con l’Orient Express. Nella hall si potevano ancora cogliere i segni dell’antico splendore, ma ormai i tempi d’oro erano passati e il Baron poteva solo lasciare immaginare come era stato un tempo. Com’era davvero un tempo l’ho potuto ammirare, invece, nelle foto storiche presentate a Parigi nella mostra dedicata appunto all’Orient Express. Tutta un’altra cosa.
Da ultima la visita al souq, l’immenso e labirintico mercato coperto che occupava gran parte del centro della città. Per certi aspetti potrebbe assomigliare a tanti altri già visto, ma, aggirandosi nel dedalo di viuzze strette che lo compongono, nella penombra rotta improvvisamente dagli squarci di sole che filtrava da qualche buco del soffitto e dalle finestrelle che si aprivano al centro delle volte del soffitto, si scoprivano monumenti molto antichi. Già il souq nella forma attuale aveva quasi mille anni di storia, ma poi, oltre ai resti romani, si potevano trovare madrase (scuole coraniche) di cui una del 1168 o moschee di epoca ottomana. Infine l’altra caratteristica che per me rendeva il mercato di Aleppo più affascinante degli altri visti in precedenza: i caravanserragli che accoglievano nei loro recinti le carovane in arrivo in città (il più grande, quello della Dogana, del secolo XVII). Erano usati anche come sede delle rappresentanze commerciali e dei consolati dei più importanti paesi europei. Nel più piccolo Khan al-Nahuasin  fin dal XV secolo i Veneziani tenevano la loro sede. Passeggiare nelle stradine del souq era fare un pellegrinaggio tra aree dedicate alle più disparate tipologie dei prodotti: calzature, tappeti, oggetti di rame, tessuti (soprattutto cotone), oggetti in argento, mobili, oggetti di plastica, vetro…
Rusafah e l’Eufrate: questa città ancora circondata dalle alte mura di pietra rosata che brillavano al sole ci apparve di lontano, un punto sulla piatta distesa desertica. L’antica Sergiopoli, già nominata nella Bibbia. Attraverso la splendida porta nord superammo la ancora ben messa cinta muraria per arrivare in faccia alla basilica di San Sergio, il capolavoro della città, che presentava una struttura a tre navate ancora ben conservata. La visita a questa città abbandonata da tempo, persa nel deserto dell’est siriano fu molto emozionante e la giornata mantenne un elevato impatto emotivo perché ci portò fino all’estremo oriente del paese, fin sulle rive dell’Eufrate, il fiume che nell’antichità segnava i confini estremo del mondo allora conosciuto da Alessandro Magno e che lui ebbe il coraggio di attraversare per andare verso quella che oggi chiamiamo India, verso l’ignoto. Avevo già visto il grande fiume molti anni prima da lontano, dalle montagne del Tauro in Turchia, ma ora ce l’avevo di fronte e potevo immergere le mani nelle sue acque. Sarà stata la luce stupenda del pomeriggio, la temperatura mite, il vento leggero che soffiava da est… mi sembrava di essere in una regione bellissima e molto diversa dalla Siria dell’ovest. Un altopiano desertico che improvvisamente precipitava in una valle stretta al centro della quale scorreva lento il grande fiume. Che ormai grande non era più, privato di molta della sua acqua dalle dighe costruite dai Turchi, furto di acqua al quale si era aggiunto anche quello perpetrato dalla grande diga di Assad costruita più a monte dagli stessi Siriani. Ma anche se molto depauperato l’Eufrate era ancora in grado di irrigare due strisce di terreno fertilissimo che lo fiancheggiavano verso nord e verso sud. E in queste strisce ogni metro era coltivato con attenzione e su ogni piccolo appezzamento un pastore pascolava le sue greggi oppure un gruppo di donne lavava i panni in un ruscello o preparava il terreno per la prossima semina. Mi ricordavano le mondine che fino a cinquant’anni fa lavoravano nelle risaie delle nostre valli. Uno sguardo al vecchio, grande ponte costruito dai Francesi, che attraversava l’Eufrate a Dayr az-Zawr e ripartimmo verso ovest, diretti a Palmira, con un grande rammarico: la regione ci aveva sorpreso per la sua bellezza e meritava più tempo.
Palmira: arrivando dal deserto quando ormai era buio, il primo impatto fu sgradevole. Anche se era illuminata in modo suggestivo, la città apparve assediata dalle case e dalle auto. La strada principale che portava a Damasco attraversava addirittura il famoso e spettacolare colonnato tra l’arco monumentale e il santuario di Baal! Insisto: mai dare le perle ai porci!
La città moderna era invasa da turisti e paccottiglia varia. Il giorno dopo ci organizzammo la giornata in modo da visitare Palmira nelle migliori condizioni di luce, cioè al tramonto. Iniziammo pertanto dalle tombe a torre, costruzioni alte 4 o 5 piani che davano riparo a molti loculi. Assomigliavano ai nostri moderni cimiteri. Nella piana desertica a fianco della città ce n’erano molte, alcune ben conservate, altre manomesse dai tombaroli. Al loro interno erano anguste e soffocanti, difficile camminare o salire da un piano all’altro. Più comode da visitare risultarono invece le tombe a ipogeo, scavate nel terreno. Con il solito sistema “italiano” una giuda del posto ci offrì di visitarne a “umma umma” un paio al momento ancora chiuse al pubblico. Erano quelle di Artaban e Argan (spero di aver capito bene) che le nostre guide cartacee nemmeno nominavano. Tra le tombe “ufficiali” la più bella era senz’altro quella dei Tre Fratelli. Tutte comunque molto interessanti, perché presentavano le lapidi di chiusura scolpite con temi spesso ripetitivi e stereotipati, come se fossero state prodotte in serie e a volte con qualità ridotta. Segno che a Palmira duemila anni fa una fetta non irrilevante di persone, oltre ai nobili e ai reali, si poteva forse permettere una sepoltura in una tomba. Chiudemmo la mattinata con la visita al museo, non eclatante, ma interessante.
Nel pomeriggio ci inoltrammo nella città vera e propria di Palmira. Di questa città clamorosa, che non ha paragoni al mondo (neanche Leptis Magna, secondo me) non ho molto da aggiungere a quanto tutti sappiamo. Il suo lungo colonnato, la posizione in mezzo al deserto ai piedi di una collina dalla quale si gode una vista spettacolare delle rovine, lasciano nell’animo del visitatore un minimo attento tracce indelebili, come capitò a me. Sulla collina alle spalle della città gli Arabi costruirono un forte e dagli spalti del forte aspettai che il sole calasse lentamente sul maestoso colonnato, sulla tombe della necropoli che avevamo visitato al mattino, sul santuario di Baal. E mentre ai miei piedi si accendevano le luci di una festa che aveva radunato moltissima gente a Palmira – ecco perché non si trovava un camera libera il tutta la città! – mandavo un accorato appello a qualcuno (lo stato siriano? L’Unesco? Il Padre Eterno?): “ma, cazzo, volete costruire una specie di tangenziale e smetterla di far passare macchine e TIR tra il santuario di Baal e l’arco monumentale?” Hanno retto duemila anni di storia e rischiano di crollare sotto l’assalto del traffico!” Ma temo che, per come si sono messe oggi le vicende del paese, sia già molto se Palmira esisterà ancora.
Beirut: avevamo un giorno in più a disposizione prima della partenza. Decidemmo per una escursione in Libano e, deciso questo, a cosa dedicarci? Lo spirito del viaggio avrebbe suggerito di completare le visite archeologiche mediorientali andando a Baalbek, uno dei siti archeologici più importanti del vicino oriente, dichiarato nel 1984 parimonio dell'Umanità. Baalbeck è famosa per le monumentali rovine di alcuni templi romani risalenti al II e III secolo dell'era moderna, quando con il nome di Heliopolis ospitava un importante santuario dedicato a Giove nella provincia romana di Siria. Invece, dopo tanti scavi e tante rovine e dopo un’accesa discussione, optammo per una visita a Beirut.
Per trasferirci quel giorno in Libano dovemmo affrontare un’esperienza allucinante alle prese con la burocrazie di uno stato medievale per i permessi (avevamo il visto per una sola entrata in Siria e la trasferta in Libano, con relativo rientro, avrebbe comportato una seconda entrata nel paese). Con l’aiuto (e la corruzione) messi in campo dalla nostra guida bypassammo – ingiustamente e, soprattutto, in quanto bianchi - file di poveretti che aspettavano da ore di poter accedere a non so quale sportello. Da vergognarsi. Alla fine riuscimmo a metterci in viaggio verso il Libano.
Appena passata la frontiera ci trovammo improvvisamente in una specie di Disneyland, una sorta di assurdo porto franco dove lungo la strada sorgevano un’infinità di negozi che vendevano di tutto. La nostra guida ne approfittò per comparsi un mucchio di roba (forse i prezzi erano buoni per un Siriano) e ci istigò a comprare scarpe in un negozio di un suo amico. Invito declinato. Meno eccentriche, ma più minacciose e squallide le tante postazioni militari siriane che controllavano la strada (in Libano!).
Un lunga discesa dai monti dell’Atlante, lungo la quale tutti sorpassavano all’impazzata, ci portò a Beirut, dove, ancora una volta, apparve con cruda evidenza la differenza tra ricchi e poveri. Mentre nei quartieri bianchi e cristiani le tracce della guerra non si vedevano e sul lungomare la gente sciamava tranquillamente gustando un gelato, nei quartieri musulmani i palazzi portavano ancora sul muri i segni della cannonate. In molti casi le esplosioni e le bombe, se non avevano demolito per intero un edificio, avevano fatto crollare i muri delle facciate. Il risultato era che gli abitanti rimasti (intere famiglie con bambini) abitavano ancora stanze e locali che davano sul vuoto al quinto o all’ottavo piano. Ed io potevo osservarli dalla strada a tavola o seduti davanti ai televisori, cioè condurre la loro dura esistenza, come in una macabra casa di bambole. Per concludere una giornata molto impegnativa dal punto di vista emotivo, al rientro in Siria dovemmo anche affrontare parecchi problemi burocratici nel ripassare la dogana, forse per giustificare la troppa roba che la nostra guida aveva comprato la mattina.




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