giovedì 27 agosto 2015

Viaggio a Chicago

Periodo: agosto 2015

Durata: 10 giorni
Cloud Gate di Anish Kapoor al Millennium Park

Chicago è troppo famosa e conosciuta per mettermi a descriverla. Mi limito a riportare le mie impressioni e cosa mi ha colpito di questa bellissima città. Più qualche suggerimento.Tutto il resto (il Navy Pier, l'Adler Planetarium, lo Shedd Aquarium, i parchi, il museo di Storia naturale, dove è custodito il più grande Tyrannosaurus Rex mai trovato, la Robie House, considerata uno degli edifici più importanti del mondo e progettato da Frank Lloyd Wright all'inizio del '900, ecc... ecc...) lo lascio alle guide e al Web.


La giovenca della signora O’Leary
Per più di cento anni si è raccontata la leggenda che ad appiccare l’incendio che distrusse Chicago fosse stata la giovenca della signora O’Leary che con un calcio avrebbe rovesciato una lampada. In realtà alla fine fu chiaro che invece era stato uno sprovveduto di nome Daniel Sullivan che poi aveva cercato di dare la colpa alla mucca. Sta di fatto che l’8 ottobre 1881 divampò il grande incendio che, alimentato dal vento, imperversò per tre giorni e distrusse tutta la città. E quando si dice tutta, si intende proprio tutta, lasciando solo pochi muri sbrecciati a alcuni pilastri abbrustoliti da fuoco. Comunque sia andata, oltre a alcune centinaia di morti, furono distrutti 18.000 edifici. 



Se l’incendio fu una tragedia dal punto di vista umano, insegnò alla città a non costruire tutto in legno e alla fine del secolo diede inizio ad un grandioso rinascimento, commissionando ai migliori architetti del paese (primo tra tutti Daniel Burnhum) la ricostruzione della città. Solo sei anni dopo l’incendio sorse a Chicago il primo grattacielo del mondo.

L’esposizione universale del 1893
Per accelerare la ricostruzione della città, Chicago organizzò anche l’Esposizione Universale del 1893 (l’antenata dell’attuale Expo) che segnò un enorme successo e dove gli stessi architetti dimostrarono al mondo come si possano costruire città a misura di uomo con grattacieli e grandi innovazioni, ma anche con giardini e verde. Gli edifici sorti a sud della città per l’esposizione erano bianchi e per questo la città si guadagnò il soprannome di “White City” che mantiene ancora oggi. 
La storia della lunga e faticosa preparazione dell’esposizione è ben descritta nel romanzo-saggio “La città bianca e il diavolo” di Erik Larson (Mondadori) che racconta anche le contemporanee gesta di un serial killer che nello steso periodo uccise in una quantità di donne prima di finire giustiziato.



A me è piaciuto molto.

I gioielli architettonici del Loop
Ho riportato i due precedenti episodi per dire che la città che oggi ammiriamo e che si presenta come un gioiello da punto di vista architettonico è una loro conseguenza diretta, potendo vantare un armonioso mix di stili che partono dal liberty, passano per il deco per arrivare alla modernità più avanzata. Ovviamente i più straordinari si trovano in centro (nel cosiddetto Loop).

Ecco un breve elenco dei più importanti (rimando a Internet per i dettagli e la loro storia):

-          Monadnock Building (53 W Jackson Blv)
-          Rookery Building (209 S La Salle Str)
-          Marshall Field Building (111 N State Str)
-          Sullivan Center (1 S State Str)
-          Marquette Building (140 S Deaborn Str)
-          Reliance Building (1 W Washington Str)
-          Santa Fe Building (224 S Muchigan Ave)
-          Klukzynski Building (230 S deaborn Str)

C’è da dire che, senza indicazioni precise, avreste difficoltà a distinguerli da tutti gli altri, perché anche quelli meno preziosi sono veramente belli.

A questi si aggiungono altre opere d’arte, come lo spettacolare Jay Pritzker Pavillon di Frank Ghery (quello del Gugghenheim di Bilbao e della casa Danzante di Praga – cito solo le sue opere che ho visto) (https://it.wikipedia.org/wiki/Frank_Gehry). Di fianco a questo Gehry ha progettato anche il BP bridge e non va dimenticato il ponte pedonale (Nichols Bridgeway), progetto di Renzo Piano, che dal giardino di fronte all’opera di Gehry porta direttamente al terzo piano dell’Art Institude of Chicago, il museo più bello della città. Il Loop è il centro della città. Si chiama così perché è delimitato dal giro in tondo che la metropolitana soprelevata compie prima di partire verso le periferie. Anche questa è un’opera notevole nata con l’Esposizione Universale.

I mezzi pubblici negli Usa sono considerati poco (gli Americani “veri” viaggiano in macchina, anche in centro) e quindi la “El” o “L” (la sopraelevata) avrebbe bisogno di un po’ di manutenzione, ma rimane un’opera ingegneristica spettacolare. Il Loop non è molto vasto (1 km per 1,5 km), per cui si può percorrere in lungo e in largo a piedi con il naso in sù e stando attenti ai semafori. Facendo i furbi e fingendo di non capire, una buona (anche se maleducata) abitudine è entrare almeno nelle hall dei grattacieli che di solito sono la parte più elegante del building. Vi si possono trovare opere d’arte (lampadari, vetrate, boiserie) sorprendenti, o addirittura vetrate di Tiffany, come nel “normale” grattacielo dei grandi magazzini Macy’s.


La visita dei grattacieli non è completa se, oltre al camminare tra essi, non si vivono anche altre esperienze:
-     - Un giro in barca sul fiume Chicago; in realtà è un modesto corso d’acqua che gira attorno al Loop, passando proprio tra e alla base dei grattacieli; facile trovare direttamente all’imbarcadero sul fiume una delle molte agenzie che propongo questo tour imperdibile, corredato da ampie spiegazioni sulla storia dei vari grattacieli che si sfiorano;
-     - Un giro su una linea della “El” che percorre il Loop per intero; in questo caso la vista dei grattacieli è più alta e cambia il punto di vista;
-     -Non può mancare la vista dall’alto (400 m.), basta salire (l’affollamento è enorme) sullo skydesk della Willis Tower oppure sulla cima del John Hancock Center (qui c’è molta meno gente). Se c’è il sole (meglio nel tardo pomeriggio o al mattino) le viste sui grattacieli e il lago sono splendide.
-     - Una biciclettata lungo la pista ciclabile che costeggia il lago, attraverso il Millennium Park e il Grant park fino al Shedd Aquarium e all’Adler Planetarium, da dove si gode la vista d’insieme più spettacolare dello skyline.

Automobili
Come ben sappiamo, in America in metropolitana vanno solo i turisti e quelli che abitano nelle prime periferie (tendenzialmente poveri e non bianchi). E Chicago non fa eccezione. Gli Americani viaggiano quasi solo in auto, ma non si lasciano soffocare dalla stesse come noi. Vi stupirete nel trovare che in centro molti grattacieli, anche tra i più eleganti e nobili, dedicano i primi dieci o venti piani a garage per le macchine. I parcheggi costano un occhio (anche 30/40 dollari al giorno), ma a Chicago le macchine in sosta non esistono e il traffico scorre fluido.
Per dare un’idea precisa della dipendenza degli Americani dall’auto, riporto un fatto. Siamo andati ad uno spettacolo del Cirque du Soleil (“Kurios”, splendido) all’United Center (per i basketdipendenti: è la sede dei Chicago Bulls!) che dista dal Loop solo 4 fermate di metro. C’erano circa 2.500 spettatori. Ebbene ci credete se dico che al ritorno alla fermata più vicina della metro siamo andati in 4? Oltre a noi due c’erano due ragazzi stranieri.

Architettura di strada (arte pubblica)
L’aspetto più sorprendente di Chicago è stato scoprire, disseminate nelle piazze e nelle strade, decine di opere d’arte (sculture) di grandi dimensioni (anche di 10-15 metri di altezza). La Lonely Planet la chiama “arte pubblica”. E fin qui non c’è nulla di eccezionale, l’eccezionale arriva quando ne scopriamo gli autori. Date un’occhiata a questo elenco ‘minimo’ (rimando alle foto e, anche in questo caso, a Internet per i dettagli e la storia):

-          Untitled (50 W Washington Str) di Pablo Picasso
-          Mirò’s Chicago (69 W Washington Str) di Joan Mirò
-          Monument with standing Beast (100 W Randolph Str) di Jan Debuffet
-          Four Season (10 S Deaborn Str) – un grande mosaico - di Marc Chagall
-          Flamingo (50 W Adams Str) di Alexander Calder


-          Large Interior Form (all’entrata su Michigan Eve dell’Art Insitute of Chicago di Henry Moore di fianco alla quale c’è il Drago Volante sempre di Calder
E forse qualcuna m’è scappata e senza contare quelle di autori a me sconosciuti. Aggiungo l’ultima:
-          Il fagiolo magico (the Bean) - nome ufficiale: Cloud Gate - (attrazione del Millennium Park) di Anish Kapoor. Si tratta di un’opera sorprendente, un enorme fagiolo d’acciaio inossidabile che riflette (con deformazioni spettacolari) lo skyline e le migliaia di selfie-turisti che gli si affollano intorno.


Sono opere splendide (ovvio, visti gli autori) installate su strade e piazze alla portata di tutti. Che so, il solito imbecille, frequentissimo a Bologna, potrebbe incontrare sulla sua strada una scultura di Moore o un mosaico lungo 20 metri di Chagall e scriverci sopra un bel “messaggio”. La società americana non mi piace, ma devo prendere atto che per certi aspetti è invidiabile. Perché non ho visto, mai, su nessuna di esse (come del resto dappertutto nel Loop) un segno, uno scarabocchio o il più piccolo adesivo appiccicato. Se penso a come hanno ridotto le opere di Giò Pomodoro che incautamente avevamo installato in piazza Verdi… Un altro mondo, amici…

The Blues Brothers
Forse il film cult di John Landis, per me una pietra miliare della cinematografia internazionale, riveste poca importanza per i più giovani, forse il remake (The Blues Brothers: il mito continua, una vera puttanata) girato nel 1998, interpretata dagli stessi protagonista invecchiati, incalviti e ingrassati (a cominciare da Dan Akroyd), ne ha un po’ sputtanato l’immagine, anche se credo che non l’abbia visto nessuno. Sta di fatto che mi aspettavo che Chicago riservasse maggior attenzione al mito legato a questa pellicola che credo l’abbia fatta conoscere nel mondo più di qualsiasi altra iniziativa, anche solo per sfruttarla commercialmente.



Invece, in una città in cui si offre di tutto al turista (compreso un tour nei luoghi che furono teatro delle gesta di Al Capone, a cominciare dal luogo che ospitò la strage di San Valentino) pare che dei Blues Brothers interessi poco. Sì, qualcosa c’è su Internet, un sito di fa fa l’elenco delle location del film (http://www.bluesbrotherscentral.com/locations), ma poca roba. Ne ho viste alcune senza ritrovare tracce del mito. Anche il negozio di Ray (Charles) sulla 47th, dove i due fratelli vanno a comprare (a credito) gli strumenti della banda, ha cambiato mestiere e faccia, ora molto più dimessa, e il grande murale all’esterno del negozio di fronte al quale ballano i passanti, sembra che non sia rinverdito da tempo e sta scomparendo. Peccato!

I murales di Pilsen
Quando in una città c’è un quartiere messicano, qui non mancano i murales. Anche a Chicago, nel quartiere Pilsen, dove anche i menù dei ristoranti sono in spagnolo e in spagnolo si parla, sembra di essere a Città del Massico. E quindi a Pilsen questa forma di arte tradizionale spopola in ogni angolo. I murales sono enormi e dappertutto: su  scuole, chiese, negozi, stazioni della “El”.



Qualunque sia il soggetto (la vergine di Guadalupe o il riscatto popolare) sono enormi e coloratissimi. Quindi un giro a Pilsen lungo la 16th e 18th per me è un must.

Art Institute of Chicago ed Edward Hopper
Si può attraversare l’Atlantico per vedere un quadro? Probabilmente no e anch’io mi attengo alla regola. Ma se uno va Parigi solo per vedere la Gioconda, allora… E’ in ogni caso da non perdere questo museo bellissimo per contenuti ed esposizione, uno dei più belli al mondo. E ovviamente da non mancare il capolavoro di Hopper qui esposto: The Nighthawks (I nottambuli), per me, forse, il quadro principe del ‘900.




Un’altra sorpresa: Archibald Mosley
Non conoscevo questo pittore nero americano che pure credo abbia esposto qualcosa in Italia e ho trovato una sua mostra al Cultural Center. Non è Hopper, ma mi è piaciuto molto. Se vi capita...



Per saperne di più: https://en.wikipedia.org/wiki/Archibald_Motley 

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