giovedì 10 marzo 2016

Viaggio in ALGERIA DEL SUD

Verso il Tassili N'Ajjer (Algeria)
Paese attraversato: Algeria del sud
Itinerario: Tamanrasset, montagne dell’Hoggar, Telued, Ideles, erg Tihodain, Iherir, Essendilen, Ghat, stazione delle pitture rupestri di Jabbaren, erg Admer, erg Kilian, Tahaggart, Tamanrasset
Periodo: dicembre 2000 – gennaio 2001
Durata: 2 settimane
Ne parlo nel libro: Il gatto buddhista

Viaggio spettacolare in una delle più belle regioni del Sahara. L’archetipo del deserto. Il deserto del nostro immaginario, formato da dune di sabbia, esiste solo per l’8-10 % del totale, cioè il deserto di sabbia è abbastanza raro. Beh, in Algeria ce n’è una bella fetta e quindi se uno ama il deserto il sud dell’Algeria (insieme al sud della Libia, va detto) è il luogo giusto. 


I viaggi come questo (solo vita di campo, in totale autonomia di mezzi, di cibo, di acqua), hanno un impatto forte su di me (ma credo a chiunque li affronti) perché costringe il gruppo a “fare squadra” e condividere la vita di tutti giorni, nel vero senso della parola, come non siamo di solito abituati a fare (si fa tutto insieme: si consumano i pasti, si attinge l’acqua dai pozzi, si spingono i fuoristrada insabbiati, si aspetta quando un guasto li ferma, ci si preoccupa per l’indisposizione di un compagno, sempre insieme). Si capisce cosa significa la parola “comunità” perché in queste situazioni ognuno è legato all’altro e vale davvero la regola ugualitaria “uno per tutti e tutti per uno”: un’esperienza piacevole. 


Nell'erg Admer - Algeria

Un viaggio che mi ha permesso di scalare le montagne dell’Hoggar e di arrivare all’eremo di Padre de Foucauld, l’uomo di Tamanrasset (vedi oltre). Di vedere la sorgente di Essendilen, una pozza di acqua cristallina alla base di una nicchia di fiori e di piante acquatiche che ci ha regalato un suono raro per il deserto: il gocciolare dell’acqua. Mi ha portato ad arrampicami lungo le pareti del Tassili N’Agger per ammirare le stupefacenti pitture rupestri e i cipressi millenari di Jabbarén. Mi ha anche costretto a costatare con angoscia le conseguenze dei massacri avvenuti negli anni ’90 nel nord del paese che avevano allontanato anche i viaggiatori diretti al sud (noi eravamo il primo gruppo che arrivava dopo quegli anni tragici). Per loro era stato costruito il centro artigianale di Iherir che noi invece avevamo trovato abbandonato. Mi ha costretto, una volta di più, ad affrontare una tempesta di sabbia e vedere il mondo cambiare in una sola notte: la sera eravamo arrivati tra le guglie rosse di Tahaggart nella luce di uno splendido tramonto, per ripartire il giorno dopo nel grigiore opaco di un mattino senza sole, l’aria intrisa di sabbia e una visibilità che arrivava al massimo a trenta metri.

Tamanrasset: avevo fatto, con alcuni compagni sconsiderati, un primo tentativo di raggiungere la famosa oasi algerina nel 1975, arrivando da nord in auto, ma impreparazione, inesperienza e mezzi inadeguati ci fermarono molto più a nord, dalle parti di In Salah, dopo aver rischiato stupidamente anche la nostra incolumità.
Arrivai quindi a Tamanrasset nel 2000 con mezzi adeguati, ma con il rammarico di aver perso molto del fascino che l’oasi poteva offrire nel ‘75. 25 anni sono tanti…

L’uomo di Tamanrasset: un santo, un avventuriero, una spia, un politico, un esploratore mistico. E chi lo sa? Ai posteri l’ardua sentenza. Charles de Foucauld, visconte di Pontbriand, fu nobile di lunga stirpe, molto ricco e grande viveur nella stagione magica della Belle Epoque. Ufficiale degli Ussari, poi dimessosi, quindi reintegrato nel grado.
Ad un certo punto della sua vita rinunciò a tutti i suoi beni a favore della sorella, si fece frate Trappista e fece voto di povertà e di umiltà. Volle cambiare vita anche se non dimenticò mai il suo passato militare. Il che forse a Tamanrasset gli costò la vita. Sulle montagne dell’Hoggar fece costruire l’eremo dell’Assekrem dove andò a vivere per lunghi periodi.
Per scopi militari arrivò più volte nell’Africa del nord, ed ogni volta rimase sempre di più affascinato dal deserto, dai Tuareg e dalle loro montagne. Questo lo rese ogni volta più determinato a spingersi sempre più a sud, sempre più solo.
Per ragioni pratiche, perché sapeva che verso l’Hoggar avrebbe potuto andarci solo in incognito, divenne il più grande esperto del deserto, della lingua e della cultura dei Tuareg, finché non riuscì a convincere il suoi superiori a mandarlo a Tamanrasset. Ci arrivò a piedi, dopo aver percorso centinaia di chilometri ed avere riempito migliaia di pagine di annotazioni storiche e geografiche sulle cose viste e gli incontri fatti.
Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, armi e religione procedevano insieme. La Francia laica cercava di costruire un impero coloniale con la diplomazia e le armi, quella religiosa puntava allo stesso risultato tramite Dio e la religione. De Foucauld era stato per anni un militare, un ufficiale coraggioso ed ora era un religioso. In più per anni fu l’unico Francese ad avere un’ampia conoscenza dell’Algeria del Sud, del Sahara, dei Tuareg e delle loro tribù, della cultura e della lingua. Fu una fonte di notizie storiche e geografiche di prim’ordine, di idee e di suggerimenti per la Francia, ad esempio su come amministrare gli sterminati territori che andavano dall’Atlantico alla Libia, dal Mediterraneo ai paesi dei Neri. 
Voleva una nazione francese in Africa che diffondesse benessere ed equità a tutti, non solo violenza e sopruso. Ad esempio lui non cercò mai di convertire i Tuareg, gli bastava professare la sua fede e mettere sé stesso al servizio degli altri, con umiltà.
Questo suo ruolo, che lui non rinnegò mai, fu determinate durante la prima guerra mondiale, quando la Francia dovette rivolgersi alle sue vicende europee lasciando in buona parte soli l’Algeria e Padre de Foucauld. Alla mercé delle rivolte e delle insurrezioni dei Tuareg. E il primo dicembre del 1916 una pallottola gli strappò la vita di fronte al fortino di Tamanrasset che aveva fatto costruire per proteggere la popolazione degli insorti. 
Un bellissimo libro di Cino Boccazzi ne racconta l’affascinante storia.



Djanet: ancor più di Tamanrasset rappresenta (o almeno rappresentava) l’archetipo dell’oasi sahariana: un rigoglioso palmento a protezione delle case color ocra, a ovest si stagliano le punte del Tassili N’ajjer, a est si spandano le enormi dune del erg Admer. Per le strade si incontrano gli abitanti (Tuareg), uomini e donne, con indosso la tradizionale gandura, una specie di tunica leggera, di lana o cotone, con o senza maniche, di norma a strisce colorate o bianca). Figure silenziose a leggere. 

Perché gli asini hanno il muso bianco? Avete mai notato che gli asini hanno il muso bianco? Come mai? Ce lo svela questa bella favola, forse di origine marocchina, che in Africa conoscono tutti. L'asino è molto paziente, mansueto, lo si può caricare fino all’inverosimile e lui sopporta tutto. Ci rendiamo conto di quanto chiediamo all'asino solo quando muore per la fatica a cui lo abbiamo sottoposto.Tuttavia, le maggiori angherie gli asini devono sopportarle dai bambini. I bambini li picchiano e tirano loro i sassi, si fanno trasportare in groppa anche a cinque alla volta. Ma, come sappiamo, l’asino è paziente, sopporta e li lascia fare.
Colpiti da simili ingiustizie, un giorno alcuni angeli dissero a Dio:
“Oh Signore, osserva l'asino: è l'immagine della pazienza e della resistenza alle ingiustizie che subisce! Non avrebbe diritto anche lui al Paradiso?”
“Sì” disse il Signore, “conducetelo qui!”
Gli asini hanno il muso bianco - Algeria
Allora gli angeli volarono dall'asino, lo presero e lo trasportarono davanti al Paradiso. Volevano farlo entrare, ma l'asino, appena messo il muso dentro con titubanza, vide che in Paradiso c’era un gran numero di bambini e non volle più entrare. Era troppa la paura che aveva di loro che lo avevano sempre maltrattato. Se doveva trovare i bambini anche in Paradiso, allora era meglio rinunciare. Gli angeli cercarono di convincerlo in tutti i modi, ma non riuscirono a smuoverlo di lì. Infine si arresero e riportarono l'asino sulla terra.
E il muso bianco? Ecco la risposta: ormai l’asino aveva messo il muso in Paradiso ed era stato folgorato dalla luce divina. Era diventato bianco.
Ed è così che da allora tutti gli asini hanno il muso bianco. E’ bella o no?
                                                                                                            
Arte rupestre del Tassili (altopiano) N’ajjer: nel 1958 l’esploratore ed etnologo francese Henry Lothe, pubblicò il resoconto della spedizione che negli anni ’50 condusse sul tassili N’ajjer sopra all’oasi Djanet (in italiano: Alla scoperta del Tassili, edit. La biblioteca del tempo). Una lettura fluente e gradevole anche per i non esperti. Lhote con questo libro portò a conoscenza del mondo lo sterminato ed entusiasmante patrimonio di pitture rupestri sparso tra le rocce dell’altipiano. Migliaia e migliaia di pitture, che vanno da 10.000 a 1000 anni prima di Cristo. Lothe rimase sul posto a lungo con molti collaboratori ed eseguì un minuzioso lavoro di catalogazione delle pitture. Ad esempio fece riprodurre, a grandezza naturale, da veri pittori le più importanti, dopo aver rilevato dei calchi a contatto diretto con le stesse pitture. Un lavoro immane.


L’ambiente lunare, solo pietra in ogni direzione, archi, caverne, pinnacoli arditi, frane e sabbia fanno dell’altopiano N’ajjer un ambiente fantastico, che potrebbe essere degno scenario di un episodio di Star Wars.
Non è sempre stato così, un paio di migliaia di anni fa il Sahara era molto più verde, lo dimostrano le poche decine di antichissimi ed enormi cipressi che ancora resistono tra le rocce. I loro semi non attecchiscono più da secoli sul terreno roccioso e quindi hanno un destino segnato. Il tutto è patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

L’ambiente asciutto e secco aiuta il mantenimento delle pitture, ma già da decenni il degrado avanza e, come sempre, l’uomo ne è la causa. (Tra parentesi sono convinto che la sua estinzione sia la sola possibilità di salvezza del mondo). Già Lothe aveva scoperto che bagnare le pitture le pulisce dalla polvere accumulata su di esse dal tempo, ma soprattutto ne ravviva i colori rendendole più scintillanti e fotogeniche. Quindi immaginiamo cosa è successo dopo che le pitture del Tassili n’Ajjer sono diventate famose… Ho davanti ai miei occhi diversi libri e loro riproduzioni: mi angoscia pensare a quante secchiate d’acqua sono dovuti.
Leggo anche che negli ultimi anni è diventato “normale” non riportare a valle i rifiuti prodotti dalle spedizioni e dai trekking che salgono sul tassili e di questo sono responsabili i tuareg che li organizzano. 
Una delle più complesse e studiate pitture è “La dea cornuta” o “Dama bianca” di Aouanrhat. Nella riproduzione dei pittori di Lhote (anni ’50) ha i contorni definiti, i colori vivaci, se ne coglie perfettamente l’eleganza nella corsa. In alcune riproduzioni successive (J.D. Lajoux, Le meraviglie del Tassili – 1962) la figura è meno definita, io nel 2000 ho potuto vedere poco più di un’ombra.

La cerimonia del tè: ogni sera i nostri accompagnatori ci offrivano il tè di fronte al fuoco ed era sempre Suliman, il capocuoco, a officiare il rito. Finita la cena scavava con le mani una piccola buca nella sabbia, vi depositava un po’ di tizzoni e braci presi dal fuoco principale e ne accendeva un altro più piccolo, perché, ci spiegò, il tè va preparato con un fuoco acceso solo a questo scopo. Poi ci invitava a sedere con lui attorno al fuoco sul quale metteva a bollire la teiera.
Offrire il tè nella cultura dei Tuareg é mostrare all’ospite il senso dell’ospitalità e dell’accoglienza, un rito che richiede tempi lenti e rilassati. Nel deserto il tè viene preparato più volte durante la giornata. E’ una miscela di tè verde e foglie di menta che viene fatta bollire e servita tre volte, aggiungendo ogni volta acqua, in modo da ottenere una bevanda di concentrazione sempre minore. Ad ogni bollitura viene aggiunto zucchero e il tè viene mescolato passandolo da una teiera all’altra, tenute una in alto e l’altra in basso, perché la caduta del liquido crei in quella più bassa una schiuma sempre più corposa ad ogni travaso. Nessuno riuscirebbe a compiere questa operazione, all’apparenza così semplice, con tanta eleganza e senza versare una goccia di tè, se non un Targui.[1] Tre bicchieri, tre simboli sul significato dei quali si conoscono troppe versioni. Io preferisco questa: il primo tè è amaro come la vita, il secondo forte come l’amore, il terzo dolce come la morte. E’ un tè fortissimo, anche se molto dolce, e chi non è abituato a berlo, come me, dopo i tre bicchieri canonici passa di sicuro la notte insonne.

La taghella: ringrazio Suliman anche per averci mostrato come si fa la taghella, il pane del deserto, come si cuoce sotto la sabbia in un letto di braci e poi la si monda finché anche l’ultimo granello non cade dalla grande pagnotta rotonda. E per averci rivelato la ricetta. Vi svelo un segreto: gli ingredienti per una forma di taghella per 6 persone sono: 1 kg di semola fine, un cucchiaio da caffè di sale, tre cucchiai da caffè di lievito di birra, un pugno di semola media.

Le tombe solari: Suliman ci spiegò il significato delle tombe solari che andavamo incontrando lungo il viaggio. Si tratta di cumuli e sequenze di pietre che formano figure geometriche di grandi dimensioni, circolari o rettangolari.
Si chiamano tombe, ma non furono mai sepolture e i corpi che a volte vi sono stati trovati furono aggiunti molto tempo dopo la loro costruzione. Sono strutture antichissime, forse luoghi di culto e di preghiera, forse luoghi rituali. Quando incontrammo le prime due non ci diede spiegazioni e ci lasciò soli con le nostre interpretazioni improvvisate. Aspettò di giungere nei pressi di Djanet davanti alla più bella, quella di Tin-Amali, per raccontarci la loro storia e il loro ruolo nella cultura di chi le aveva costruite e per aggiungere che dentro le tombe solari, proprio al centro, si concentrano flussi di energia positiva e che forse erano state costruite proprio per questo. 

La tomba solare di Tin-Amali a Terarart (Algeria)
E ci invitò a provare di persona. Io non seguii il suo invito e preferii allontanarmi per salire su una collina poco lontana. Dalla cima osservai la tomba solare con occhi di uccello: una figura geometrica che dall’alto, dimensioni a parte, ricordava i disegni di Nazca. Al centro un tumulo, circondato da un doppio cerchio di pietre, nel quale s’incuneavano due fila di sassi che potevano far pensare a un corridoio di entrata. Dalla collina vidi alcuni compagni entrare a turno nella tomba e fermarsi al centro un po’ di tempo. In seguito non chiesi a nessuno di loro di raccontarmi l’esperienza. Preferii lasciare che le parole di Suliman mi rimanessero dentro, misteriose, insieme con l’illusione che fossero vere.

Tempeste di sabbia: chi non è mai stato investito da una tempesta di sabbia, fatica a immaginare di cosa esattamente si tratti. La nostra idea di tempesta si abbina a quella di neve o pioggia, che in questo caso proprio non c’entrano, e quindi non ci rendiamo bene conto. Non sono molto frequenti, ma a me è capitato di provarne 3 o 4. Tra cui la più dura in Tchad in balia della quale arrancammo per 3 giorni. Anche in questo viaggio, a Tahaggart, ce ne beccammo una che per fortuna durò una sola notte.

Dopo una tempesta di sabbia questo è lo scenario per giorni (Algeria)
Sì, conosco le tempeste di sabbia, so come si comportano. Prima di aggredire con la sua violenza, la tempesta si annuncia da lontano con una grande nube giallastra, sorprendentemente netta ai bordi come non ci si aspetterebbe da un mulinare di miliardi di granelli di sabbia. Al cospetto di siffatta manifestazione di potenza, ci si rende conto dell’inutilità di qualsiasi preparativo, che non sia quello di chiudersi in auto o ripararsi in qualche modo e poco altro. Quando la tempesta arriva il sole si spegne, scompaiono i colori e il mondo vira al bianco e nero, più al bianco che al nero. Il poco nero che ancora balugina tra le folate di vento si deve a qualche ombra indefinita che solo la forma può suggerire essere una persona o un'acacia o una roccia. La visibilità si riduce a qualche metro e le poche ombre che ancora si scorgono sono gli ultimi simulacri della realtà. Perduti quelli, cadono le speranze di orientarsi, perché la foschia rende la luce lattiginosa, abbagliante e omogenea in ogni direzione e non consente di individuare la posizione del sole e con essa i punti di riferimento. Momenti di sbandamento, anche fisico, perché si ha la sensazione che i sensi siano divenuti improvvisamente inutili o inadatti a percepire la nuova realtà. Nei racconti e nelle fiabe dei Tuareg, quando è presente, la tempesta di sabbia viene sempre descritta come un momento di rischio e pericolo per la vita, soprattutto se si è in viaggio. Se non fosse per il rumore sembrerebbe di trovarsi immersi nella nebbia, nell'impenetrabile nebbia della bassa padana. Ma se c’è rumore non può essere nebbia quel biancore impalpabile e compatto, perché la nebbia è silenzio e pace, immobilità e stasi, un'ovatta che isola dal mondo. Invece nella tempesta di sabbia c’è rumore, il vento scava sotto le scarpe e la sabbia sferza ogni cosa, il viso e le mani, entra negli occhi, perfino nelle tasche, e inizia a seppellirti ammonticchiandosi attorno alle caviglie. Un vortice che stordisce. Poi finalmente torna la calma, ma questo può avvenire dopo qualche ora, a volte qualche giorno.

L’ultimo tè: eravamo arrivati con largo anticipo sull’orario di partenza del nostro volo per sbrigare le incombenze della partenza con calma e senza l’affanno che ci prende quando dobbiamo partire. L’ultimo ad arrivare al banco del check-in fu Massimo che sembrò disinteressarsi a code, bagagli e biglietti per puntare direttamente verso di noi e annunciare:
“Sono arrivati i ragazzi per salutarci. Ci aspettano fuori” e tornò indietro.
I ragazzi erano gli autisti, i cuochi e i meccanici che ci avevano accompagnato nella traversata dell’Hoggar, da Tamanrasset a Djanet e ritorno. In due o tre seguimmo Massimo che sembrò avviarsi al bar, ma al bar non si fermò e proseguì verso l’uscita. Pensai che ci aspettassero là, ma vidi Massimo prendere la porta e andar fuori. E noi dietro. Fuori lo attendeva Suliman, il cuoco della spedizione. Uno di fianco all’altro, senza aspettarci, si allontanarono. E noi dietro, guardandoci sconcertati e pensando che avevamo un po’ di tempo, sì, ma non tanto da permetterci di andare a zonzo per l’aeroporto. Con passo deciso Massimo e Suliman attraversarono il piazzale, scansando auto e pullmini che circolavano da ogni parte e si diressero verso una zona appartata del parcheggio.
Chissà di chi era stata l’idea? Chissà chi dei ragazzi sapeva di quel pezzetto di aeroporto forse destinato ad impieghi futuri, ma per il momento libero dall’asfalto? E a Tamanrasset dove non c’era asfalto c’era sabbia. In quel pezzetto di deserto, circondati dai taxi che andavano e venivano, ci aspettavano i ragazzi, seduti in circolo sulla sabbia. Al centro avevano acceso un piccolo fuoco, giusto qualche brace, come solo i Tuareg sanno fare. Giunti di fronte al gruppo, Massimo e Suliman aspettarono il nostro arrivo, quindi anche Suliman si accomodò accanto ai colleghi. Noi invece rimanemmo in piedi mentre loro finivano di preparare il tè. Perché questo era il loro regalo di addio: prepararci l’ultimo tè. Attenzione al cliente? Non credo, sapevano benissimo che non saremmo più tornati a Tamanrasset, come in effetti è accaduto. Fu semplice gentilezza.




[1] Targui è il singolare di Tuareg.

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