domenica 18 dicembre 2016

Viaggio in GUATEMALA, HONDURAS

 "Chuchkajaue" (capopreghiera) all'opera
sulla gradinata di San Tomàs 
a Chichicastenango - Guatemala
Paesi attraversati: Guatemala, Honduras
Itinerario: 
in Guatemala: Guatemala City, Antigua, lago Atitlàn (Panajachel, Santiago Atitlàn, San Lucas Tolimàn), Chichicastenango, la cordillera de Los Cuchumatanes (villaggi Maya Ixil, Uspatàn), lago Petén Itzà, la città maya di Tikal, Livingston, le steli maya di Quiriguà, Esquipulas;
in Honduras: Copàn Ruinas, la città maya di Copàn
Periodo: febbraio 2002
Durata: 3 settimane
Ne parlo nel libro: IL GATTO BUDDISTA

Un viaggio entusiasmante, molto vario, in grado di soddisfare molteplici interessi. Primo tra tutti l’archeologia con i maestosi siti maya di Tikal e Copàn, poi, e non da meno, l’etnologia con i contatti costanti con la cultura e i costumi della popolazione maya che ancor oggi vivono nel paese e che si manifestano ovunque, principalmente nelle zone rurali. Una mescolanza interessante tra religione cattolica, riti maya e magia emerge non appena si esce, e neanche tanto, dalle città e dai luoghi più battuti dal turismo di massa. 

Aggiungiamo la paleontologia, con gli importanti ritrovamenti di scheletri fossili di mastodonti primordiali che sono stati radunati nel piccolo ma interessante museo di Estanzuela.
Aggiungiamo anche la sorprendente enclave nera di Livingston, abitata dai Garifuna, discendenti dagli schiavi strappati nei secoli scorsi dal continente nero: una angolo di Africa tropicale trapiantato in America centrale. Non manca nemmeno una natura ancora esuberante nonostante le devastazioni, come si può osservare, ad esempio, navigando sul rio Dulce per raggiungere Livingston. Ci si poteva allora – forse si può ancora oggi – rendere conto di cosa sia lo sfruttamento dei bianchi sulle popolazioni del mondo povero. Bastò la visita ad una sterminata bananiera dalle parti di Quiriguà per renderci conto delle condizioni disumane nelle quali erano costretti i lavoratori. Ritrovammo tutte le situazioni denunciate da una trasmissione che la trasmissione della Gabanelli (Report) dedicò al tema. Ci fu risparmiata solo l’irrorazione dal cielo dei pesticidi per mezzo degli aerei, una modalità che anche in quella bananiera veniva praticata. Ovviamente, date le sue dimensioni smisurate, i lavoratori vivevano con le loro famiglie al suo interno in piccoli villaggi a loro assegnati. Una profonda esperienza di vita

Antigua: per questa città accogliente e tranquilla contano due date: 10 marzo 1543, giorno della sua fondazione e 29 luglio 1773, giorno della sua distruzione causata da un terremoto. La prima le aveva dato un’architettura tipica coloniale di impronta spagnola ancora oggi facilmente riconoscibile, la seconda la riempì di rovine di chiese e palazzi che si possono vedere lungo le sue strade acciottolate. Il terremoto trasferì a Città del Guatemala la capitale, ma non il fascino e il calore che la città ancora emana. E infatti non c’è turista che, arrivato in Guatemala, soggiorni nella capitale: appena sceso dall’aereo parte immediatamente per Antigua, ora patrimonio dell’UNESCO (a meno di 50 km). Nella capitale tornerà poi per un’unica ragione: visitarne i musei tra i quali lo splendido Museo nacional de Arqueologia e Etnologia. Camminare per il centro di Antigua era un piacere unico, in particolare nella piazza centrale (Parque Central) circondata dalla cattedrale e da bellissimi palazzi storici. Per le strade si avvertiva già aria di Settimana Santa con processioni e manifestazioni religiose tenute dalla diverse confraternite (cofradìas, vedi più avanti). Ancora più belle dei palazzi erano le chiese, che denunciavano l’antico ruolo della città quale capitale del paese, forse troppo numerose per le sue attuali dimensioni e troppo imponenti.
La Merced , Antigua - Guatemala
La Merced, la chiesa coloniale più straordinaria di Antigua, la chiesa di San Francesco, del cui edificio originale non rimane molto, ma ugualmente affascinante. Non mancano le facciate isolate e sole, uniche superstiti di chiese minori crollate per i terremoti. Toccanti i ruderi della chiesa e del convento della Recolecciòn, anch’essi distrutti da un terremoto nel ‘700. La posizione della città è spettacolare, al centro di una vallata circondata da alcuni vulcani, come il Pacaya in quei giorni in piena attività. Non è raro riuscirne ad ammirare una colata dal Parque Central. A noi una sera toccò e prendemmo un taxi per avvicinarci ancora di più. Arrivati ai piedi del vulcano, ci godemmo uno spettacolo notturno straordinario, anche se non era proprio in primo piano.

Lago Atitlàn: Dall’alto della panamericana, prima di iniziare la discesa verso il lago, Panjachel (Pana per gli amici), una fila di case lungo la strada, mi ricordò Porto Escondido (il film): sonnolento, poche persone (per lo più turisti) a ciondolare intorno a bar trasandati e ristorantini con poche pretese. Un posto “alternativo” anni ’70, una Saosalito del sud, un posto da “scoppiati”, come si diceva una volta. Un paese poco interessante se non per la visita ai villaggi che si adagiano sulle rive del lago, ai piedi dei vulcani che si specchiano nelle sue acque.
Attraversato l’Atitlàn sbarcammo a Santiago Atitlàn, principale luogo di culto di Maximòn (vedi  dopo) finendo anche qui nel colorito mercato locale. Gente allegra e cordiale che ci proponeva tappeti, vestiti, statue di legno e dipinti un po’ naif, non male. Di maggior interesse per noi era la grande chiesa, bianca e massiccia, sproporzionata nelle dimensioni. Qui ebbi il primo impatto con la devozione dei maya degli altipiani, che avrei visto poi esaltata a Chichicastenango. Le pareti della chiesa erano zeppe di statue, teche e ogni possibile “oggetto” di devozione cattolica. Altari, croci. Discutevano con i santi, chiedendo grazie e favori, a voce alta. Osservavo e ascoltavo in silenzio.


Il lago Atitlàn - Guatemala
Un’altra mezz’oretta di navigazione ci condusse a San Lucas Tolimàn, paese vicino e simile a Santiago Atitlàn. I pochi che incontravamo per strada indossavano esclusivamente costumi tradizionali, colorati e pesanti. Dov’era la gente. Camminando per il paese scoprimmo dov’era: erano quasi tutti a un funerale, li incontrammo mentre uscivano dal cimitero. E questa coincidenza mi induce a spendere due parole sui cimiteri dell’America ispanica, come quello di San Lucas o quello di Sololà che avevamo incontrato nella discesa verso il lago. Le tombe sono tutte colorate (giallo, blu, rosso, bianco…) alcune povere, altre ricche, ma tutte ugualmente colorate. Niente di lugubre. In Guatemala e in America Latina, fuori dalle città, i cimiteri erano, e sono ancora, quasi tutti così. Sotto il sole del primo pomeriggio quello di San Lucas Tolimàn sembrava quasi un luogo allegro, di certo era sereno e meno triste dei nostri.

Religione e magia: In Guatemala è normale: religione, riti maya e magia si mischiano per formare un sincretismo speciale, sorprendente per chi non l’abbia mai incontrato. Si manifesta in forme e riti diversi da villaggio a villaggio, in rappresentazioni differenti da una regione all’altra, in santi oggetti di culto che da un luogo a un altro cambiano iconografia e nome. La venerazione e la fede in essi riposte invece rimangono profonde e costanti in tutto il paese.
Mi colpì la venerazione rivolta a Maximòn (San Simòn per gli spagnoli, Ry Laj Man per i Maya) nei villaggi che si affacciano sul lago Atitlàn. Rappresentato da una statua lignea, vestita con sciarpa e abito di tutte le fogge, ma anche da un sigaro o dalle immancabili bottiglie di rum, era oggetto di culto da parte di tutti glia abitanti del paese. Anche le effigi di Cristo e dei santi, sempre addobbati con sciarpe, mantelli, cappe, se non vestiti di tutto punto, erano frequentissime in ogni processione. Uno spettacolo sorprendente e toccante. Ovviamente la Settimana Santa è il periodo cruciale per conoscere e apprezzare questo aspetto del paese.
Impressionate fu la partecipazione a un rito al Pascual Abaj, un “santuario” (in realtà un idolo dal volto di pietra in mezzo a una pineta sopra Chichicastenango) dedicato al dio maya della terra. Il capopreghiera (chuchkajua) per conto di una famiglia che aveva richiesto il rito offriva cibo, incenso, sigarette, fiori, liquore, il tutto sacrificato alla fine in un fuoco purificatore. 
Rito a Pascual Abaj a Chichicastenango - Guatemala
Venne anche immolato un gallo, sgozzato brutalmente davanti ai nostri occhi: era una ringraziamento e un augurio per la fertilità della terra. Cioè che sorprende di queste manifestazioni è la loro continuità temporale nel tempo. Il mondo va avanti con le scoperte e i relativi cambiamenti, ma queste credenze resistono e si protraggono nei secoli. La prova di ciò: verso la fine della liturgia si udì uno squillo al Pascual Abaj e il chuchkajua rispose al cellulare.
Gli stessi chuchkajaues li avrei rivisti il giorno dopo nella piazza del mercato sulla gradinata di accesso alla chiesa di San Tomàs, intenti a scuotere gli incensieri accesi e a mormorare preghiere in lingue sconosciute per conto dii fedeli che avevano richiesto la loro intermediazione verso Dio. Di fronte a questi spettacoli, come assistendo ai riti che si svolgevano davanti ai miei occhi all’interno della chiesa di San Tomàs (vedi dopo), mi sembrava di essere in piena era pagana. Ma capivo anche come abbia potuto la Chiesa sopravvivere per duemila anni fino ad oggi: adattandosi e “inglobando”.

Chichicastenango. Darei due consigli a chi vuole godersi questa spettacolare cittadina e il suo mercato che secondo me, per altro, non è nemmeno il clou della visita. Il primo è perfino banale: arrivare il mattino alle 7 al massimo, prima dell’arrivo dei pullman provenienti da tutto il paese carichi di turisti. Per essere in paese alle 7 del mattino, scatta il secondo consiglio, quello cruciale: arrivare il giorno prima. Questa “furbata” consente non solo di visitare Chichi (per gli amici) senza i turisti, ma soprattutto di vedere i preparativi per il mercato. Alcuni venditori e compratori arrivano a volte da lontanissimo, anche da più di cento km e quindi devono giungere in paese la sera prima. E’ un’ottima occasione per sbrigare impegni burocratici e perciò, per permettere alla gente di approfittarne, il comune e molti uffici pubblici rimangono aperti fino a notte. Noi arrivammo appunto il pomeriggio prima e assistemmo ai preparative per l’installazione del mercato. I primi ad aprire i loro banchetti furoano quelli che facevano da mangiare per gli altri, così verso sera la piazza era un unico ristorante. Poi, terminata la preparazione dei banchi per il mattino successivo, diventò un dormitorio. I venditori si accampavano sotto i portici delle case o sotto i banchi in modo da ripararsi dal freddo (Chichi è a 2.000 metri) e nello stesso tempo per fare la guardia alla merce.
Tra tutti i mercati che ho visto nella mia vita, in effetti quello di Chichi, se non è il più bello, va comunque annoverato nella top 3. Tappeti, prodotti di ogni tipo, tantissime maschere di legno (ma chi le comprerà mai?), vestiti, frutta, verdure… una distesa di banchi fittissimi che vendevano di tutto.
La la vera magia di Chichi sta in quelle due chiese che si fronteggiano sui due lati della piazza del mercato: la capilla del Calvario e la celeberrima chiesa di San Tomàs. E le loro gradinate piene di vita. Ok i colori, ok la gente, ma il vero coup de coer sulla gradinata di San Tomàs sta nei Chuchkajaues di cui ho detto sopra. Sui gradini è difficile trovare posto tra chi ozia, vende qualcosa, parla, prega, dorme. La gradinata serve a tutto tranne che a salire alla chiesa, cosa per altro vietata.
 "Chuchkajaue" all'opera sulla gradinata 
di San Tomàs a Chichicastenango -
 Guatemala


Secondo l’usanza infatti solo i Chuchkajaues sarebbero autorizzati a percorrerla, oltre a chi ha incarichi pubblici di qualche tipo. Passando quindi per il cortile laterale entrai in chiesa e, pur preparato, rimasi sbalordito. Una chiesa bassa e massiccia, tozza verrebbe da dire pensando alle nostre cattedrali gotiche, ma è fatta così per resistere nei secoli agli innumerevoli terremoti. Mi sedetti su un banco prendendo appunti per non perdere nulla dell’esperienza e perché nella chiesa non si può fotografare. La giornata era nuvolosa e la penombra aumentava il fascino di ciò che accadeva davanti ai miei occhi. Ero circondato da altari che reggevano santi, addobbati con tuniche e vesti, corone e ghirlande di fiori. E poi croci, teche e ancora santi.  Il pavimento era cosparso di centinaia di candele che rendevano la scena suggestiva e toccante, un presepe vivente, un valzer di fedeli che si muovevano silenziosi nella penombra.

La gente entrava a gruppetti, per lo più famiglie, e coloro che potevano permetterselo arrivavano accompagnati da una capopreghiera, un mazzo di candele, una bottiglietta di liquido, fiori e petali. Si sedevano in circolo, sembravano concordare con il capopreghiera le richieste e le promesse da scambiarsi con un santo o direttamente con Dio. Quindi benedivano le candele, le accendevano da altre già accese e le alzavano sul pavimento con un gesto semplice e sicuro. Ogni gruppo allestiva il luogo di preghiera dove capitava, dove c’era posto, alcuni in piedi altri in ginocchio, i più seduti a terra. Parlavano e pregavano. Tutti si comportavano in modo preciso e sicuro, dandomi l’impressione che la cerimonia seguisse un rituale stabilito da tempo.  I vestiti, i volti e le mani denunciavano la povertà dei fedeli, tuttavia molti trovavano il denaro per le offerte che udivo cadere tintinnando negli offertori posti davanti agli altari. Contro di loro e per trent’anni si scatenarono gli squadroni della morte, solo perché portatori di una cultura diversa, non conforme alla nostra. C’erano candele accese ovunque e la cera colava sul pavimento, ma solerti addetti raschiavano dal pavimento la cera indurita delle candele consumate, preparando il posto per l’arrivo di altri.
C’erano quelli che entravano soli e si dirigevano direttamente di fronte ad un santo e con lui iniziavano un fitto dialogo, sommesso ma non sottomesso, che non mi sembrava una preghiera, ma un colloquio tra pari, tra vecchi amici. Mi venne in mente la signora che nella chiesa di San Pablo Atitlàn parlava con Dio a voce tanto alta che si poteva udire dalla piazza. Ero sconvolto. Cristianesimo e riti maya, preti e sciamani, in un miscuglio a me impenetrabile. Gli antenati sempre presenti nelle preghiere. Si levavano le suppliche dei fedeli che entravano in chiesa, si spegnevano quelle dei fedeli che uscivano. Aleggiava così nell’aria un equilibrio di suoni, un brusio di lingue a me sconosciute, compendio di tutte le preghiere e di tutte le suppliche, un coro in cui entravano ed uscivano di continuo voci diverse.

Cordillera de los Cuchumatanes e villaggi Maya Ixil. Il turista frettoloso, arrivato a Chichicastenago, ritorna verso il lago Atitlàn e Antigua. Poi prenderà un volo per Tikal e farà un’escursione in Honduras per visitare Copàn. Invece, arrivati a Chichi, noi andammo oltre come consiglierei a tutti. In questo modo avemmo la possibilità di attraversare una delle più belle regioni del paese: le valli della cordillera de los Cuchumatanes purtroppo già allora troppo disboscate. Il percorso permetteva di incontrare le comunità maya più isolate e ancora attaccate alle vecchie tradizioni. Sembra un luogo comune, sembrano parole fatte, ma era la realtà. Ricordo la deviazione per recarci a Nebaj abitata dai Maya Ixil, che, come i villaggi circostanti, non contava allora sul turismo per la sua economia. Un passo a oltre 2.500 metri e una pista molto dura, li “proteggeva” e li “isolava”.
 Visitammo il bel mercato e comprammo cibo per il pranzo senza che nessuno ci offrisse qualche souvenir. In tutto il paese non ce n’erano proprio: molto diversa la relazione con quella gente rispetto a Chichicastenango o Antigua. Le donne indossavano tipici, stupendi vestiti e corpetti coloratissimi e sfoggiavano acconciature molto eleganti, elaborate e perfettamente tenute, tanto da chiedersi se venissero sistemate ogni giorno e come trovassero il tempo per farlo. Gli uomini indossavano invece costumi meno appariscenti, ma nessuno aveva i jeans.

Gli elaborati copricapo delle donne maya Ixil - Nebaj
 Guatemala
A Cunen assistemmo alla danza del Venato (vedi oltre) una manifestazione molto particolare. In un altro villaggio partecipammo alla festa per l’arrivo dell’acquedotto alla quale credo che tutta la popolazione fosse presente. Il passaggio da Uspatàn, paese di nascita di Rigoberta Menchù, mi ricordò le sue battaglie e il premio Nobel per la pace che ricevette nel 1992 quale “riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene". Mi vennero in mente anche i massacri che tra queste montagne perpetrarono gli ‘sguadroni della morte’ durante gli anni della guerra civile.
Scesi dalla cordillera attraversammo intere regioni di foresta tropicale fino a raggiungere Flores, luogo di arrivo dei voli di chi si recava in aereo alle rovine di Tikal. Due giorni - da Chichi a Flores – duri, ma indimenticabili.

 La danza del Venado a Cunen -
 Guatemala

Le cofradìas e la danza del venado. La vita e le scadenze religiose in Guatemala sono gestite soprattutto dalle confraternite (cofradìas) tenute in altissima considerazione sociale. Hanno un santo protettore e un presidente, carica ambitissima ed elettiva. La domenica o nelle feste religiose le si vedono sfilare per le strade, accompagnate da tamburi e flauti. I loro membri indossano i vestiti tradizionali con gli stemmi ben in vista che ne mostrano il rango all’interno della cofradìa. Si incontrano abbastanza frequentemente. Sfilano anche le effigi dei santi più importanti, riccamente vestiti, come vuole la tradizione sudamericana. Ne vedemmo una ad Antigua, un’altra all’uscita dalla chiesa di Copàn Ruinas. Più raramente partecipano attori e danzatori che indossano splendidi vestiti tradizionali e maschere di legno scolpite. Rappresentano leggende degli antichi Maya o lo scontro tra gli antenati e i conquistatori spagnoli. In questo caso le rappresentazioni sono più allegre, perché tendono a mettere in ridicolo i conquistatori sottolineandone la forza, ma anche la gretta stupidità. Una la incontrammo a Cunen, come detto. Era una rappresentazione semplice, ma toccante, tenuta da una decina di danzatori sul sagrato della chiesa, allietata da un’orchestrina di marimba. Aveva pure un nome: danza del venado (cervo) o delle “due culture”. Si trattava anche in quel caso di una rappresentazione dello scontro tra Maya ispanici dei secoli scorsi. I bianchi, gli stranieri arrivati dall'Europa, venivano circondati, minacciati e dileggiati dai danzatori che rappresentavano invece la popolazione locale.

La piramide n. 1 sulla piazza centrale a
Tikal - Guatemala
Tikal. Nulla aggiungere su Tikal, tutto è già stato detto. Le stesse sensazioni provate nei grandi centri archeologici del mondo, un impatto fortissimo anche per l’ambiente in cui sorge: una foresta tropicale che mostra una fauna variegata e una percezione di leggero disagio che ho sempre provato nei siti maya, alimentato da quanto si sa della loro società: oppressiva, violenta, strana. Se poi aggiungiamo che i due giorni che trascorremmo a Tikal furono quasi sempre piovosi e nebbiosi, ma non tanto da impedirci le visite, risulta chiaro come per me la visita sia stata di forte impatto. I visitatori erano veramente pochi e, anzi, il secondo pomeriggio, entrai da solo a Tikal, i miei compagni rimasero in albergo. Questo mi permise di visitare in solitudine l’area più misteriosa del sito che non a caso si chiama Mundo Perdido. La nebbia avvolgeva tutto e, pur in possesso di una mappa dettagliata, non era facile orientarsi tra le rovine. Provavo un’emozione profonda e anche un po’ di timore. Non so… i riti sanguinari, il ‘gioco della palla’ altrettanto violento, le rappresentazioni di pietra di dei e re minacciosi, il buio incombente... Salii i gradoni del tempio che si erge al centro del Mundo Perdito e, arrivato in alto, uscii dalla nebbia. La vista spaziava intorno sopra la coltre bianca dalla quale spuntavano le sole le cime degli alberi e quelle dei sei templi più alti. Una sensazione di stupore e di gioia: per quello che riuscivo a scorgere intorno a me, ero solo a Tikal, un’esperienza inaspettata e forse unica. Rilevo dal mio diario che erano le 18 del 10 febbraio del 2002. Una data che non scorderò di certo.

Livingston (una città da non perdere). A Livingston arrivammo in una splendida giornata di sole, dopo qualche ora di navigazione sul rio Dulce. Sulle rive del fiume si allungavano le banchine del piccolo porto sulle quali una lunga fila di uccelli sembrava aspettare il nostro arrivo. Erano tutti girati verso di noi, uno di fianco all’altro, raggruppati per dimensione, prima i gabbiani e poi i pellicani. In mancanza del sole scintillante che illuminava la giornata, avrei potuto pensare di trovarmi nella grigia e ansiosa atmosfera de Gli Uccelli. Quali uniche differenze rispetto al capolavoro di Hitchcock c’erano in più i pellicani e mancavano i corvi.
Da dove cominciare per descrivere Livingston? Eravamo partiti il mattino dall’America Latina e dopo un viaggio di poche ore ci eravamo trovati in Africa. L’atmosfera era calda e umida, le strade s’incrociavano ad angolo retto, alcune finivano in riva al fiume, altre sulla spiaggia di fronte all’oceano. Palme rigogliose si protendevano verso il mare, lasciando cadere sulla battigia le loro noci che la risacca si portava via. Molti bar e negozi, molti piccoli ristoranti dimostravano che si stava sviluppando un timido turismo, soprattutto quello dei giovani ‘zaino in spalla.’ Livingston, infatti, a quei tempi non era inclusa nei circuiti turistici del Guatemala. Nessun grande albergo, nessun centro Maya nelle vicinanze e nessuna barriera corallina giustificavano una visita del turista ricco e frettoloso. Case basse, per lo più bianche, giovani e vecchi su sedie e poltrone sparpagliate nei trascurati giardinetti davanti alle porte di casa. C’erano Rasta con i capelli a treccine lunghe un metro, coppie di anziani con i capelli bianchi che passeggiavano lungo la spiaggia dove qualche giovane atletico correva per mantenersi in forma. Qualcuno andava in bicicletta, qualcuno a piedi. I bambini correvano di qua e di là impegnati nei loro giochi. Musica giamaicana nelle case, nelle strade e dalle radio che molti giovani portavano in giro. Musica giamaicana ovunque. Un’aria rilassata, da sballo. Anche la gente non era come nel resto del Guatemala. Oltre ai Caraibici e ai Latinos c’erano molti neri. Soprattutto neri. Nella dizione più comune sono i Garifuna, discendenti da popolazioni indigene caraibiche provenienti dal Sudamerica e da schiavi neri strappati all’Africa. Nonostante tre secoli di migrazioni, spostamenti forzati e scontri con Francesi, Spagnoli e Inglesi, hanno mantenuto molto della cultura originale dei loro antenati. Soprattutto la lingua, la musica e la danza.

Il mare di Livingston - Guatemala
Il caffè Ubafu, il cuore giovane della città, ha lasciato un segno su di me. Un edificio semplice, coloratissimo, affrescato da poco. ‘Music’ e ‘Garifuna Live’, due grandi scritte, invitavano al divertimento. Sotto la parola ‘UBAFU’ un mural mostrava gli strumenti di un’orchestra di musica tradizionale: due o tre grandi tamburi, due carapaci di tartaruga, alcune maracas e una grande conchiglia in grado di produrre ritmi e melodie. Di fianco all’orchestra era dipinta una ballerina di Punta, la danza dei Garifuna.
Appoggiato alla porta c’era un giovane intento a sfogliare un giornale. Udivo una musica spandersi dal locale e vedevo il ragazzo seguirne il ritmo accennando a leggere movenze di danza.
Quando il ragazzo si accorse di me, mi puntò addosso uno sguardo serio e inespressivo. A qualche metro da lui potei misurare la sterminata distanza che separava i nostri occhi e che solo un futuro lontano potrà forse colmare. Poi entrò nel locale tirandosi dietro la porta e dietro la porta vidi campeggiare una grande Africa dipinta di giallo, nero e rosso, i colori dell’Africa, quelli che appaiono sulle bandiere di molti paesi del continente nero. E una scritta in lettere maiuscole: ‘100% BLACK.’ A buon intenditor, poche parole…

Una stele maya, Quiriguà - Guatemala
Le steli di Quiriguà. Piccolo sito maya da non perdere per la raccolta di spettacolari steli e altari scolpiti del mondo maya che presenta. Forse le più belle del paese. Non ci sono templi o palazzi, solo steli, ma di che livello!

Copàn (Honduras). Diretti alle imponenti rovine si Copàn, avevamo preso alloggio a Copàn Ruinas che sorge a poca distanza da esse. Avevo temuto che la piccola città fosse solo un’appendice del sito archeologico, un posto tirato su in fretta per dare alloggio ai visitatori diretti alle celebri rovine. Invece Copàn Ruinas si dimostrò una graziosa cittadina coloniale molto ben tenuta, costruita secondo i canoni architettonici spagnoli del sedicesimo secolo, con le strade acciottolate, gli edifici bassi e i tetti di tegole rosse. Era un paese vivace, con le strade perpendicolari attraversate da viaggiatori sorprendentemente numerosi, soprattutto giovani. C’erano locali allegri, bar e piccoli negozi di artigianato. 
La sorpresa per la piacevolezza della città fu confermata il giorno dopo quando visitammo il Museo Archeologico, installato in un bell’edificio coloniale. Piccolo, ma spettacolare, una galleria di reperti fantastici provenienti dal vicino sito archeologico: grandi steli, tra cui una delle più importanti dedicate a Coniglio 18, glifi, terrecotte, incensieri e il corredo completo della tomba del Brujo, uno sciamano, ritrovata intatta nella piazza di Copàn.

Una piramide di Copàn - Honduras
Sul sito archeologico di Copàn non c’è molto da aggiungere a quanto già non sappiano tutti: troppo spettacolare e famoso. Impressiona per la varietà dei suoi edifici e steli molto ben conservati. Ma qualche parola va spesa su una particolarità che distingue Copàn da tutti gli altri siti maya, compresi quelli dello Yucatàn: i tunnel degli scavi. Periodicamente i Maya ricostruivano i loro edifici, ma non distruggevano quelli precedenti, semplicemente vi costruivano sopra. Quindi gli archeologi hanno avuto il problema di come andare alla ricerca degli edifici più antichi senza distruggere quelli sovrastanti. E allo scopo hanno scavato dei tunnel per poterli raggiungere. A Copàn ce n’erano due, il più bello dei quali raggiungeva il sepolto tempio di Rosalìa, esattamente sotto la successiva struttura 16.  L’altro (il tunnel dei giaguari), abbastanza lungo e non illuminato, era un po’ meno interessante e molto claustrofobico (circa 2 metri di altezza per meno di un metro di larghezza). Entrambi garantivano un’esperienza sotterranea emozionante anche se inquietante.

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