domenica 3 dicembre 2017

Secondo viaggio-missione in MADAGASCAR

Lemure "Vari", Parco Andasibe-Montadia -
Madagascar
Paese attraversato: Madagascar
Itinerario: Antananarivo, Tulear, Andavadoaka, Tulear, Miary, P.N. de l’Isalo, riserva e villaggio Anja, P.N. de Ranomafana, Fianarantsoa, Ambositra, Antsirabe, P.N. Andasibe-Montadia, Antananarivo.
Periodo: luglio-ottobre 2017
Durata: 2,5 mesi

Sono tornato all’ospedale “Vezo” di Andavadoaka per una seconda missione e  alla fine ho aggiunto un viaggetto di un paio di settimane nel sud del Madagascar. Sono rimasto in contatto con le stesse persone (volontari e locali) per un paio di mesi. Ho approfondito quindi un po’ la loro conoscenza, ma soprattutto mi sono confrontato in un rapporto più diretto con l’Africa e gli africani, col volontariato e i volontari, col razzismo e l’antirazzismo. Un’esperienza che mi ha sorpreso con una durezza inaspettata, pesante ma formativa. Mi sono fatto molte domande, anche su di me, difficile trovare le risposte. Più che risposte, quindi, butto là pensieri in libertà…

Sono un Vasàha. All’ospedale di Andavadoaka, anche se l’ha costruito la nostra associazione, lo manda avanti, vi esercita la sua autorità, noi pensiamo di essere a casa nostra, ma siamo Vasaha, teniamolo sempre presente. Vasaha significa letteralmente “straniero”, ma la traduzione non esprime l’esatto valore del termine. Ho approfondito l’argomento. In malgascio il concetto di Vasàha rimanda all’identificazione basata sull’aspetto fisico e la provenienza geografica della persona incontrata, ma contiene anche l’idea implicita di una disconoscenza della sua cultura e, quindi, del suo valore. L’ho sempre sospettato. Ho incontrato vecchi che mi hanno chiamato Vasàha con rispetto e un leggero inchino, ma anche giovani che mi hanno rivolto lo stesso epiteto con un odioso sorrisetto. Ho la sensazione che per loro siamo tutti Vasàha”, senza distinzione: i padroni dei lodge che sono in Madagascar per affari, le anime irrequiete che hanno trasferito qui le loro vite e anche noi che arriviamo dopo un viaggio massacrante e costoso, qui rimaniamo per settimane o mesi per curare gratuitamente chi si presenta al nostro ospedale. Beh, mi piacerebbe che esistessero due vocaboli distinti per chiamare noi e loro. Ma per ora siamo e rimaniamo Vasàha, come gli altri. Pazienza.
Quindi basta retorica: ad Andavadoaka siamo stranieri e ospiti, anche se apprezzati e ben accetti. Siamo a casa loro. E chiamarci Vasàha è un modo per ricordarcelo.

Razzismo dell’antirazzismo. Viaggio in Africa da più di quarant’anni, se sommo le durate dei viaggi fatti in una trentina di paesi del continente nero supero i due anni, eppure devo ammettere un’ignoranza profonda su questa gente, malgasci compresi. Le mie conoscenze sono e forse rimarranno superficiali. E comincio a coglierne le cause. Inutile alterarsi, nonostante gli sforzi fatti per conoscere e per quanto mi sia impegnato a capire, troppo spesso in Africa non sono riuscito a liberarmi del mio stato di turista. Lo capisco e lo ammetto. Abbiamo un bel da crederci viaggiatori e non turisti, ma il fatto è che in qualsiasi paese mettiamo piede difficilmente riusciamo a superare il filtro imposto da chi fornisce servizi agli stranieri (agenzie di viaggio, lodge, autisti, guide...), parla le loro lingue e ha assunto molto delle loro abitudini e della loro cultura. E spesso non riusciamo o non ci interessa andare oltre. Anche se siamo impegnati in un progetto di volontariato. Questo è un rimprovero che posso fare anche a me stesso. Guardiamo questa gente attraversando l’Africa protetti dai nostri soldi, i nostri fuoristrada e le nostre vaccinazioni con il filtro del pregiudizio, cosciente o meno, attenti a non toccare persone o cose e ad evitare di mangiare verdura fresca. E viaggiamo nei i paesi poveri con gli occhi e il cuore rivolti alla natura, ai colori, ai profumi, ai volti sorridenti dei bambini, alle acconciature delle donne e poco alla gente.
Anticipo immediatamente l’obiezione più ovvia, forse anche giusta: non siamo tutti così. Ovvio, posso infatti pensare questo di me o altri, soprattutto giovani, che impegnano tempo e denaro per arrivare in questo luogo estremo per lavorare in ospedale? Forse no, ma ritengo che il discorso sia più complicato.
Tra i viaggiatori “africani” ci sono quelli che conoscono la storia del continente e sanno che se gli africani sono troppo poveri è perché gli occidentali sono troppo ricchi e sono anche consapevoli delle colpe storiche dei paesi colonialisti dai quali provengono. Cercano di guardare la realtà che scorre davanti ai loro occhi e pensano di farlo con occhi onesti. E come reagiscono, purtroppo? Troppo spesso col razzismo dell’antirazzismo, sembra un gioco di parole. Abbracciano l’idea cioè che tutte le colpe siano nostre e che le persone che incontrano in Africa siano poveri, ma puri, immuni dalla malvagità degli occidentali (l’ho quasi sempre visto in giro e l’ho visto anche all’ospedale, anche questa volta). E le trattano come bambini molto cresciuti che vanno educati con pazienza e determinazione. Persone che non capiscono e sbagliano non per cattiveria, ma per ignoranza, un’ignoranza che chiede solo di essere emendata. Si rifanno, anche senza rendersene conto, al mito del “buon selvaggio”, all’idea di una umanità non corrotta dalla civiltà, al concetto settecentesco che, senza i vincoli della civilizzazione, l’uomo sarebbe essenzialmente buono e adotterebbe comportamenti semplici e innocenti, tipici dei primitivi prima di essere corrotti dai nostri traffici. E’ un discorso complicato, lo so, ma è meglio provare ad affrontarlo, soprattutto se abbiamo l’idea di fare del volontariato in un paese povero. Perché è troppo facile condannare il razzismo antisemita, son capaci tutti.

Perché? Le esperienze africane mi hanno mostrato i profondi mutamenti avvenuti nel continente. Nel tempo ho visto aumentare i chilometri di strada asfaltata e il numero delle auto che le percorrono, ho visto diffondersi l’energia elettrica e la rete telefonica, arrivare la televisione e le mode occidentali, i cellulari e internet, oggi ho anche amici africani su Facebook.
Ho incontrato anche molte associazioni, religiose e laiche, che si impegnano per dare una mano agli africani in molti campi per tentare di emanciparli dallo stato di sottosviluppo in cui versano. E penso: tutto questo è buono, no? Certo, ma allora perché continuo a incontrare la stessa miseria, la stessa sporcizia, le stesse malattie di un tempo, fatico a scorgere un minimo indizio di riscatto, come se l’Africa fosse condannata all’inferno da una maledizione biblica? Domande che pensavo retoriche, convinto di conoscere bene le risposte, ma evidentemente non è così. Mi viene in mente la drammatica vicenda dell’ebola e, prima della partenza all’aeroporto di Antananarivo, le hostess hanno intossicato l’aero con diverse bombolette di disinfettante: una barriera contro la peste di manzoniana memoria appena scoppiata in Madagascar. Non è bubbonica come quella, ma polmonare che sembra pure peggio e comunque cambia poco. E la storia si ripete. La peste… ci rendiamo conto?

Siamo sinceri, almeno con noi stessi. Ora che ho esperienza diretta di volontariato in Africa aggiungo domande alle domande e dubbi ai dubbi. All’ospedale vedo me stesso e i volontari impegnarsi con entusiasmo e dedizione nell’aiuto e nell’assistenza a chi soffre e ha bisogno di cure, ma mi domando anche quale sia la vera motivazione, il movente di questo entusiasmo, a volte troppo retorico per essere onesto. Sono “loro” (cioè gli africani) con i loro bisogni o siamo noi, con i nostri problemi che poco hanno a che fare con “loro” (che so: magari ferie intelligenti, esperienze “diverse”, fughe dalla dura realtà,k dare un senso alla vita, vantarsi su Facebook…), con il nostro ego da alimentare con “cibo fresco” nella speranza, forse, di dare un senso alla nostra esistenza “occidentale” da social network? Altre domande che aspettano una risposta.

Uguaglianza? Un’ultima considerazione. Non ho dubbi in proposito, anche quest’ultima esperienza mi ha insegnato che l’uguaglianza tra le persone non esiste, è solo un tragico luogo comune, un approccio fuorviante. Come può un bolognese essere uguale a un africano, a parte avere due braccia e due gambe? Non sono uguale nemmeno a mio fratello, figurarsi a una persone di pelle scura. Quelli che dovrebbero essere uguali, invece, sono i diritti (per altro già definiti da tempo) di cui siamo tutti portatori, i diritti fondamentali e inalienabili di ogni essere umano, questi sì uguali per tutti. E questi, lo ricordo bene, li ha visti sempre calpestati o sminuiti in Italia come ad Andavadoaka. E’ meglio capire bene questa distinzione.
Capita questa differenza, forse saremo in grado di trattare i malgasci con onestà, senza il razzismo becero e senza quello subdolo dell’antirazzismo, insomma come persone diverse e normali, ma con gli stessi diritti fondamentali, coscienti che esistono quelli buoni e quelli cattivi, gli onesti e i corrotti, i lavoratori e i fannulloni. Come accade tra la nostra gente, niente di diverso.
E forse, allora, potrò fermare il baricentro del mio animo che oscilla tra la passione per un continente che amo fin dalla prima volta in cui vi ho posato il piede e la domanda che si fa Chatwin, sintesi del suo viaggiare: “Che ci faccio qui?”

Un paese normale, ma eccezionale.
E’ difficile definire il Madagascar. All’apparenza non suscita particolari entusiasmi, non è il primo paese africano nel quale andrei (e infatti nella classifica delle mie visite si piazza tra gli ultimi, oltre il venticinquesimo posto). Sono stato in molti paesi più affascinanti e più belli. Il mare è splendido, ma ci sono anche i Caraibi, il mar Rosso, la Polinesia… E’ rimasta un po’ di foresta pluviale (in francesi l’hanno quasi completamente distrutta nella prima metà del ‘900), ma vuoi mettere con l’Amazzonia, l’Africa equatoriale, il Borneo, l’Indonesia… Gli altopiani centrali sono coperti da risaie e risaie, ma nulla in confronto all’Indocina… C’è fauna, ma non possiamo certo paragonarla con quella delle savane del Kenya e della Tanzania… Nel canale di Mozambico si possono vedere le balene, ma l’esperienza non regge il confronto con quella che si può vivere nella baie della Bassa California… E si potrebbe continuare. Non sembra esserci nulla di clamoroso che meriti il viaggio. E infatti è stato il volontariato a spingermi laggiù, cioè un motivo diverso dal viaggio.

Ma il fatto è che bisogna viverci un po’ per poterlo capire e apprezzare, occorre penetrare la superficie, instaurare un contatto col paese che vada un po’ oltre il filtro (o la barriera) che i servizi turistici frappongono tra i locali e il turista.
E quando questo accade allora si scopre cosa offre il Madagascar per essere definito alla fine un grande paese, normale, ma eccezionale. E si scoprono i malgasci a cui possiamo insegnare tanto, ma che hanno altrettanto da insegnare a noi. Così, al di là della retorica.

Sulla malattia, ad esempio
Sulla malattia, ad esempio, abbiamo ha molto da imparare. E questo, visto che siamo un ospedale, potrebbe miglioraci non poco. Quando ad Andavadoaka vedo decine di persone in attesa davanti all’ospedale, so che i pazienti sono al massimo la metà, gli altri accompagnano.



Nessuno arriva all’ospedale solo, qualcuno della famiglia lo accompagna sempre. E anche il letto di un ricoverato è sempre circondato da due o tre famigliari che gli portano da mangiare, ascoltano i sanitari, aspettano seduti a terra. Che si tratti di un bambino o di un vecchio è sempre così. E quando a volte i medici devono annunciare che non c’è più speranza di guarigione, portano a casa il morente perché possa spegnersi in seno alla famiglia. E li ringraziano per quanto hanno fatto per lui, anche se è stato inutile. Non denunciano, ringraziano.
Questa è una differenza non da poco, una bella lezione di superiorità culturale, secondo me.

Biodiversità.
Se non si ha fretta, si scopre il Madagascar. Ed è a questo punto che il paese da normale diventa eccezionale, quando ci accorgiamo della sua incredibile biodiversità, sia vegetale che animale. Centinaia di razze endemiche sia tra gli animali che tra le piante. Certo, per apprezzarle bisognerebbe non essere del tutto ignoranti in materia, perché per apprezzare leoni ed elefanti non servono altro che gli occhi, ma per apprezzare un camaleonte, una rana o un baobab bisogna avere un po’ di passione.


Microrana, Riserva naturale Peyrieras
E’ utile sapere, infatti, che quasi tutte le specie dei baobab abita qui, lo stesso vale per i camaleonti e lo stesso per le rane, alcune delle quali sono grandi come un’unghia. Purtroppo gli animali, oltre ad essere particolari, sono di piccole dimensioni (in Madagascar non ci sono le giraffe o gli ippopotami), molte hanno abitudini notturne e, quindi, come dicevo ci vuole pazienza e soprattutto passione.
Famiglia di lemuri "catta", Riserva Nat. Anjia - Madagascar

In Madagascar il concetto di biodiversità va applicata anche alla gente. Nel paese convivono, una di fianco all'altra, quasi venti etnie diverse per cultura, storia, abitudini e credenze. Si sono combattute in passato, come è sempre accaduto nella storia dell'umanità, ma i colonizzatori europei, soprattutto francesi, non sono mai riusciti a metterli gli uni contro gli altri. Un'altra bella lezione.

Il canto degli indri
Non posso tralasciare i lemuri, un mondo a parte, anche questo endemico: i lemuri vivono infatti solo qui. Sono proscimmie buffe, socievoli e meravigliose. Anche tra loro ci sono i nani, i notturni, i rari… quindi per vederne un po’ delle decine di specie occorre andare in giro per i parchi... Tra P.N. de l’Isalo, riserva Anja, P.N. de Ranomafana e P.N. Andasibe-Montadia, sono comunque arrivato a vedere sette della 93 specie del paese, non tante, ma nemmeno poche.
Ovviamente sono rimasto colpito soprattutto dai lemuri di maggiori dimensioni: i catta per la loro simpatia e i cerchi neri sulla coda e gli indri per il loro incredibile richiamo, udibile a chilometri di distanza, che modulano con maestria per comunicare ai compagni diversi stati d’animo: tensione, allarme, amore. Vedere per credere il video seguente.


Riti e credenze: il “mondo di mezzo” tra i malgasci e Dio
I riti e i culti manifestati dalle etnie malgasce sono innumerevoli e complessi, da perderci il conto e la testa. Ovviamente non sono di facile accesso perché, anche se possono coinvolgere una famiglia o un’intera tribù, mantengono comunque un carattere intimo a famigliare che di conseguenza difficilmente si allarga a un Vasaha. Tuttavia io mi sono informato, ho chiesto e, più la conoscenza e la fiducia nei miei confronti è andata aumentando, più mi sono avvicinato a questo mondo di mezzo. Non parlo in quanto si può trovare in ampi studi e approfondita documentazione sull’argomento, parlo di esperienze dirette.
Il bilo. Il bilo è una festa, ma anche un rito magico di guarigione che si tiene per propiziare l’uscita di qualcuno dalla malattia. Un rito che i Masikoro intelligentemente hanno imparato a coniugare con l’accesso contemporaneo ai servizi dell’ospedale. Una sorta di “rinforzo” alla medicina dei Vasaha. Per maggiori dettagli sul bilo di Ambalorao, al quale mi sono invitato, rimando a quanto riportato sulla missione dell’anno scorso. Bilo di Ambalorao 
L’uomo che parla col lago. Ad Andavadoaka c’è una pista che dall’ospedale porta a un luogo, che un depliant turistico definirebbe magico, nel quale un bosco di baobab centenari si specchia in una laguna che le piogge e la stagione secca riempiono e asciugano in una gara continua che né le une né l'altra riescono a vincere definitivamente. Quando c’è acqua non mancano i fenicotteri. Un posto bellissimo dove andiamo spesso a goderci il tramonto.
Lungo il percorso si passa accanto a una “composizione” arborea che solo un provetto giardiniere potrebbe creare: un magnifico baobab e un superbo tamarindo si abbracciano e coprono un intreccio di alberi, arbusti, piante grasse e buganvillee fiorite a seconda della stagione. Un’isola verde e rigogliosa buttata in mezzo un’arida piana. Ho percorso questa pista non so quante volte, a piedi, in carretto, in fuoristrada.
Qualche mezza frase carpita in giro, relativa a questo boschetto particolare, mi ha incuriosito e ho chiesto a Dera, un dipendente dell’ospedale. Qualche ammissione, qualche incertezza e qualche reticenza. Anche se avesse saputo rispondere, sono sicuro che si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere. Ho insistito: volevo vedere quel boschetto. Alla fine ha detto che si poteva andare, ma era necessario parlare con un altro signore che fosse autorizzato a mostrarcelo. Ho capito dopo a cosa si riferiva l’autorizzazione.
Siamo andati con un carretto che ci lasciato a un centinaio di metri dal boschetto. Qui Dera e l’accompagnatore autorizzato si sono tolti le scarpe e tutti insieme ci siamo avvicinati. Al centro del boschetto c’era un laghetto, invisibile dalla pista percorsa molte volte, una presenza sorprendente in una regione tanto arida. Noi Vasaha ci siamo dovuti fermare a una decina di metri dal lago in attesa che Dera e l’amico si avvicinassero all’acqua. A questo punto è stato chiaro quale autorizzazione Dera non aveva, ma l’amico sì: quella di parlare col lago. Un’autorizzazione vincolante, visto che, ovviamente, il Lago è un’entità sacra. L’amico ha parlato col Lago a bassa voce accanto a un Dera silenzioso e concentrato e ha chiesto, per noi, il permesso di avvicinarci. Permesso accordato, ci siamo avvicinati.
Per noi era un laghetto normale, come normali erano il baobab e il tamarindo, ma non per loro. L’accompagnatore ci ha presentato al Lago, gli ha spiegato la motivazione del nostro desiderio di conoscerlo, motivo infine accettato dal Lago in persona. A permesso accordato è sembrato che anche per lui e Dera tutto fosse tornato normale: il lago, il baobab e tutto il resto. Sorridenti e rilassati ci hanno raccontato delle relazioni e dei vincoli che legano il lago ad altri riti complicati e inerenti alla vita, alla salute, alla famiglia… Non sono sicuro di aver capito bene.

La morte e gli antenati.
Un giorno vedo un corteo davanti all’ospedale. Una piccola folla mi viene incontro, la gente balla e canta, si direbbe un matrimonio. Poi scorgo a metà del corteo un carretto trainato da due zebù che trasporta una bara avvolta da un drappo bianco. E’ un funerale e al seguito della bara passa altra gente che chiacchiera tranquilla e sorridente.
“Ho molto da imparare sulla morte da questa gente” penso. So che andranno in un luogo dove seppelliscono i morti, che però non è un cimitero. Ci ho messo un po’ a capire la differenza, ma poi ci sono arrivato. Il cimitero è il luogo dove noi seppelliamo i morti, spesso insieme con la nostra poca attenzione che li ha accompagnati verso la fine, affidati agli ospedali, alle hospis e alla fine alle pompe funebri. Da ultimo per loro, per loro sì, c’è il cimitero, un luogo pulito dove andremo qualche volta per una frettolosa visita di circostanza.
Questa gente invece andrà nella foresta, in un luogo dove seppellisce i suoi morti, coprirà la bara con un cumolo di pietre e se ne andrà per non tornare più, se non in occasione di un altro funerale. Non ha motivo per ritornarci. Hanno portato un morto, un cadavere ormai inutile destinato a corrompersi in breve, sanno che il congiunto è già nel mondo degli antenati ed è da quel mondo ancestrale che lui continuerà a mantenere i contatti con loro. Perché ci sono popoli che, a differenza di noi, praticano il culto degli antenati, non dei morti. Gli antenati sono potenti e i vivi hanno bisogno della loro protezione. Le disgrazie e le malattie (anche se poi andranno a curarsi nell’ospedale dei Vasaha) sono il risultato di inadempimenti nei loro confronti o come punizioni per comportamenti disonorevoli. Ripeto: abbiamo molto da imparare da loro.

Fede
Mantengono ancora nei loro costumi molte tracce di animismo, ma i malgasci sono sostanzialmente cattolici, tuttavia… il mondo di mezzo vive, è presente e nessuno si azzardi a chiamarlo superstizione. Ad Andavadoaka, quando ho tempo, la domenica mattina vado a messa. Io, non credente, vado a messa nella chiesa cattolica del villaggio, perché anche questo è un rito, importato, ma ormai fatto proprio. Un rito di quasi due ore durante il quale i fedeli dedicano poco tempo ai momenti cruciali (l’omelia, la comunione...). Per il resto del tempo si canta, ma non odo i canti timidi e dimessi che si bisbigliano nelle nostre chiese. Qui tutti cantano insieme con forza e convinzione. Le voci si innalzano potenti verso il tetto di lamiera, accompagnate da improvvisati strumenti di percussione e un organetto altrettanto precario. E questo canto a più voci non mi lascia indifferente, non può proprio. Le prime volte scattavo foto, poi ho lasciato perdere, non ne vale la pena. Mi coinvolge molto di più osservare i volti di uomini e donne, di vecchi e bambini che alzano sguardi e occhi profondi. Sguardi che squarciano il soffitto di lamiera e, incuranti del vento che soffia sabbia attraverso le finestre con i vetri rotti, volano in cielo alla ricerca di un dio che loro sanno esistere da qualche parte. Ecco cosa mi spinge a partecipare alla messa in un villaggio sperduto tra le spine di questa arida regione: la fede. Non la mia, la loro. E penso che, se ci fosse davvero un dio oltre quelle lamiere, non potrebbe rimanere insensibile a quelle voci, non a quelle. Una comunità intera che canta all’unisono, che manifesta una fede così potente in qualcosa che non esiste, potrebbe sprigionare una forza tanto dirompente da cambiare il mondo o almeno quello del proprio piccolo villaggio in riva al mare. Ma non succede e non succederà fino a quando non sapranno indirizzare questa forza verso qualcosa di possibile che si possa ottenere già su questa terra. Allora tutto cambierà. Sono sicuro che basta aspettare, prima o poi accadrà.

Famadihana
Non potevo certo sperare di partecipare a un Famadihana e non tanto perché lo praticano per lo più le tribù degli altopiani, lontane da Andavadoaka (i “Vezo” non lo fanno), ma perché i Vasaha difficilmente sono invitati. Si tratta infatti della riesumazione rituale dei morti. Lo scopo del Famadihana è quello di permettere all’anima del morto di elevarsi a uno stato superiore e più vicino a Dio.  In genere il rito ha luogo anni dopo il decesso. Il corpo viene riesumato e portato in processione, accompagnato da canti e musica. Si fanno regali al morto, lo si avvolge in un sudario nuovo. Nuovamente, come al funerale, si sacrificano zebù e i partecipanti alla cerimonia ne mangiano insieme la carne. Alla fine il morto viene depositato di nuovo nella tomba.
A volte capita che i morti cambino tomba. Se non ho partecipato a un Famadihana, ho visto tuttavia nel parco di Isalo alcune tombe provvisorie dei “Bara” (i questo caso è il nome di un'etnia) vuote dopo che il morto è stato portato via per la tomba definitiva. 


Bara abbandonata dopo il disseppellimento del defunto. P.N. dell'Isalo
Si capisce che si è di fronte ad una sepoltura provvisoria, che custodiva un morto fino a qualche tempo prima, perché la bara viene abbandonata sul posto. Fa un po’ impressione per chi cammina nel parco concentrato su piante, animali e panorami e non si aspetta certo di incontrare una cassa da morto usata ai piedi di una parete rocciosa sullo sfondo di un cielo infinito.

Il bosco sacro di Miary
Da sempre in Madagascar gli alberi secolari detengono una grande importanza. Vale per i baobab, ad esempio, e vale soprattutto per il bosco di Miary poco a nord-est di Toulear. Si tratta di un ficus banyan (Ficus benghalensis) e come sappiamo i ficus allungano i loro rami e lasciano cadere dai rami le radici che, arrivate a terra, attecchiscono diventando nuovi tronchi. Se il processo non viene interrotto le dimensioni dell’albero aumentano e da un albero può nascere una foresta. Quello di Miary viene considerato quindi un bosco di un albero solo, anche se le sue dimensioni sono incredibili.


Il banian sacro di Miary - Madagascar
Neanche a dirlo, il bosco è sacro perché vi dimorano gli spiriti degli antenati e per accedere al recinto che lo circonda occorre togliersi le scarpe ed essere accompagnati da un guardiano degli antenati. Sarebbe necessario portare doni, soprattutto bottiglie di rum, da offrire ai defunti per ingraziarseli. Noi non lo abbiamo fatto (non sapevamo dell’usanza), ma i doni di quelli che ci avevano preceduto erano molti, appoggiati ai tronchi o appesi ai rami.


2 commenti:

  1. Bene Ivo, sono contento di averti incrociato su VIM ed aver reagito ad un tuo commento su Andavadoaka, luogo dove “abito” da 13 anni, questo mi ha consentito di conoscerti meglio sul tuo blog e condividere quasi totalmente il tuo approccio e molte delle tue considerazioni. Non ci sono conclusioni, come non ne ho io, ma si sente in te lo sgomento del confronto con il diverso, fatto di attrazione e respingimento. In realtà ci stiamo confrontando con il nostro passato ancestrale e questo ci consente anche di riconoscere le tracce ancora presenti in noi. Ti sto commentando di getto ma avrei molto da dire su tutti gli argomenti che hai trattato, le cerimonie, l’animismo la religione ufficiale (che non è prevalentemente cattolica), la scuola, i giovani, la salute l’ospedale, i volontari, la morte. E la domanda “cosa ci faccio io qui” me la sono posta molte volte, ogni volta una risposta diversa. Ma una risposta parziale ce l’ho, devo ripulirmi da queste croste di ipocrisia e scoprire quanto di sbagliato c’è dentro di me. Qui la realtà mi costringe ad un confronto continuo non superficiale con il mio mondo occidentale nel quale sono cresciuto non credente (e questo rimane confermato) ma tronfio di certezze che si stanno via via sgretolando su di me e coloro che mi circondano. Mi ripropongo di infettare il tuo blog con le mie considerazioni sui vari punti che la tua sensibilità ti ha costretto a annotare, lo farò a rate, se me lo consentirai. Gianni Kech

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