lunedì 4 novembre 2013

Viaggio in INDONESIA

Paesi attraversati: Indonesia
Teatro delle marionette - Indonesia
Itinerario: 
Bali: Sanur Beach, Ubud e dintorni, Lovina Beach; 
Java: Meru Betiri National Park, monte Bromo, templi di Panataran, Surakarta (Solo), Templi di Prambanan, stupa di Borobudur, Yogyakarta 
Periodo: luglio-agosto 1998
Durata: 3,5 settimane
Ne parlo nel libro: Il Confine Immaginario

Date le dimensioni e la conformazione fisica dell'Indonesia (un enorme arcipelago, con le conseguenti difficoltà negli spostamenti)  visitammo solo le due isole più importanti: Bali e Java.


In quell'anno, dopo 32 anni al potere, Suharto, a seguito di vaste e anche sanguinose proteste popolari, fu costretto alle dimissioni. Quando noi arrivammo le conseguenze delle proteste si vedevano ancora nei negozi bruciati e nelle auto incendiate in strada. Ma in compenso erano arrivati pochissimi stranieri, a parte gli Australiani. Risultato: che prezzi! Ci potemmo permettere una vita da nababbi.

Con poca fantasia si può dire che l'Indonesia è un vero "crogiolo di popoli e razze." La diversità ci apparve evidente anche senza recarci nelle isole più remote. 
Le due più note e turistiche ci apparvero mondi talmente diversi (Bali induista, Java musulmana) da lasciare stupefatti. Tanto diversi che, Gustìn, il nostro autista balinese, a Java si sentiva straniero a tal punto da essere in soggezione a muoversi per le strade. 


Già allora potemmo vedere gli effetti del capitalismo più becero e sfrenato delle cosiddette "tigri asiatiche", colpevolmente osannate nel mondo occidentale. Bastava guardare le spiagge di Bali, i casermoni costruiti fin sulla riva del mare spianando gli scogli con l'esplosivo, gli scarichi dei liquami a mare. Negli anni '80 Bali era l'Eden, il sogno proibito delle vacanze esotiche e patinate. Oggi chi va più a Bali? E i Balinesi stanno ancora scontando le conseguenze della devastazione. Come sempre, bisogna vedere per rendersi conto.


Cosa non mi perderei del viaggio:
  1. Ubud (Bali). E' la capitale storica di Bali, immersa nelle risaie e circondata dalle palme, molto rilassata e tranquilla. Fu il posto ideale per soggiornare, per visitare l'isola e i suoi templi principali, assistere agli spettacoli  teatrali migliori, conoscere lo straordinario artigianato che produce l'isola, apprezzare la sua grande cucina.
  2. Il Gamelàn (Bali) Scoprimmo a Bali cosa è il GAMELAN. Il bello di questa musica è che nell'isola non è folklore o musica tribale. E' la loro musica e si ascoltava ovunque: nei ristoranti come sottofondo, nei negozi, nelle hall degli alberghi. Era la colonna sonora di tutti gli spettacoli di teatro e di danza, accompagnava le avventure raccontate negli spettacoli di marionette. E quasi sempre veniva suonata in diretta da orchestre che potevano arrivare anche ad alcune decine di elementi. Alle nostre orecchie poteva apparire a volte un po' monotona, ma comunque piacevole e molto rilassante
  3. L'artigianato (Bali e Java).  Nei dintorni di Ubud  fiorisce l'artigianato più bello di Bali. Ogni villaggio proponeva una specializzazione diversa e quasi ogni giorno scoprivamo che molti oggetti (sculture o dipinti) che avevo visto in giro (ad esempio a Parigi) venivano in realtà da Bali. A Batubalan erano specializzati nella scultura in pietra, scolpivano statue delle dimensione più disparate nelle quali era rappresentato tutto il pantheon induista (il dio Ganesh, dalla testa di elefante, il più frequente). Mi colpì Celuk, capitale della filigrana d'oro e d'argento. Un menzione particolare merita Batuan dove lavoravano i pittori balinesi che dipingevano quadri pieni di fiori, piante, animali e scene di vita campestre con colori tenui e sfumati. Molto naif. Voglio citare anche Mas dove invece scolpivano statue in legno. In sostanza incontrammo una varietà di artisti incredibile, in grado di costruire opere belle e anche  smontabili (a parte le statue di pietra) tali da poter essere spedite in tutto il mondo.
  4. I templi induisti (Bali) Non si sfuggiva alla religione a Bali: templi, santuari e offerte in ogni villaggio. I Balinesi sono induisti, ma molto diversi dagli altri popoli che professano la stessa religione. Per cui i templi sono molto diversi da quelli indiani, ad esempio. Come le case, più che da un edificio sono costituiti da un recinto che contiene vari cortili, dentro i quali sono distribuiti torri, padiglioni, gradinate, statue, troni e i caratteristici santuari a più piani (fino a 11). Nell'isola ci sono un numero spropositato di templi,  ma ovviamente quelli importati sono pochi. Noi visitammo il Pura Tanah Lot (quello dei tramonti sul mare, costruito su un'isoletta a pochi metri dalla costa), il Pura Besakih (il più sacro di tutti), il Pura Ulu Watu a strapiombo sul mare. In quest'ultimo fui oggetto di un "attacco" da parte di una delle scimmie che popolavano il tempio, che mi rubò gli occhiali dal naso senza che potessi fare nulla. Nonostante l'aiuto di un guardiano fu dura convincerla a restituirmeli in cambio di una banana. Infine non mancammo il Pura Empul (Tampaksiring) e il Pura Kehen (Bangli). Dimenticavo: Pura in sanscrito significa 'tempio'. Non facemmo in tempo a partecipare ad una delle feste che periodicamente si tengono nei templi. Peccato, ma anche solo assistere alla preparazione di una di queste fu uno spettacolo. Soprattutto quello delle donne che acconciavano cesti e mosaici (vere opere d'arte) di fiori, frutta e cibi vari.
  5. Una cremazione (Bali) (estratto da: Il confine immaginario (racconto: Anime in fumo) A Bali la cremazione di un defunto quasi mai avviene subito dopo la morte. Tra la morte e la cremazione a volte rimane il tempo per la rassegnazione. In attesa della cremazione il morto viene comunque sepolto e quando arriva il giorno dell’evento viene disseppellito, preparato e quindi dato alle fiamme durante una cerimonia comune. La cremazione per gli Indù rappresenta la liberazione dell’anima dal corpo, dopo la quale, liberata dal suo peso, l’anima può librarsi verso altre dimensioni. E’ l’eterno karma che si perpetua finché essa non sarà definitivamente libera e pura. Scoprimmo per caso che in un paese nelle vicinanze di Ubud si sarebbe tenuta una cremazione e ci precipitammo. Se per gli Indù il colore del lutto è il bianco, allora devo dire che molti nell’occasione indossavano indumenti neri, dal classico sarong alle fasce di stoffa che quasi tutti portavano sulla fronte. Avevo intorno centinaia di uomini, donne e bambini, una moltitudine che sembrava concentrarsi in gruppi più serrati davanti ad alcune case. Ciò significava che le famiglie coinvolte nella cerimonia erano molte e così pure le cremazioni che si sarebbero tenute. Tutti portavano corone di spighe, mazzi di fiori, foglie e strisce di corteccia di bambù intrecciate a formare ghirlande elaborate ed eleganti. Un origami floreale allegro e fantasioso. A questi si aggiungevano i doni che gli abitanti del villaggio offrivano alle famiglie dei morti e anche il cibo non mancava, per lo più porchette infilate in lunghi spiedi. Dai loro strumenti di ottone che brillavano al sole alcune orchestre diffondevano senza sosta brani di gamelàn... Nella tarda mattinata davanti alle case dei defunti cominciarono ad apparire casse, portantine, veli e ombrelli di carta... Da un’altra parte del villaggio alcuni lavoravano alla costruzione di strane strutture difficili da comprendere. Erano una sorta di ampie griglie costruite con canne di bambù che si incrociavano ad angolo retto. Su di esse installarono poi alcune statue di tori variopinti, realizzate con intelaiature, rivestite di stoffe colorate, soprattutto nere e rosse... Quando i tori vennero fissati ognuno sopra una griglia di bambù compresi a cosa servivano le griglie. A permettere a un gruppo di persone di sollevare e trasportare le pesanti strutture dei tori. Era quasi mezzogiorno e il sole picchiava deciso quando due cortei si mossero dal villaggio. Il primo era la colonna dei sarcofaghi avvolti nel bianco, portati a spalla dai familiari, ognuno preceduto da una grande foto del defunto... Durante il breve tragitto ci furono sorprese. Mentre il corteo delle spoglie procedeva lentamente nel cammino, alle sue spalle il gruppo che sorreggeva la griglia del primo toro scattò avanti in una breve corsa, poi si arrestò di colpo, quindi fece alcuni balzi verso destra e poi altrettanti verso sinistra. Ripeté più volte la forsennata sequenza di movimenti... I portatori, stretti nei quadri della griglia, che arrivava loro alla cintura, si muovevano con sincronia e mostravano una leggerezza che l’insieme non poteva avere. Lo sforzo, infatti, era enorme, tanto che altre persone a turno davano loro il cambio con tempismo e precisione... Anche gli altri tori eseguirono le stesse evoluzioni. Lo sforzo non era stato inutile, perché la faticosa danza, quel procedere a corse e balzi erano serviti a far dimenticare al defunto la via di casa oltre che a confondere e allontanare gli spiriti malvagi che fossero nei dintorni. Nel luogo della cremazione era già pronta una pira per ogni toro... Il loro numero mi confermò che i morti destinati alla cremazione quel giorno erano più di dieci. Ogni famiglia si diresse alla pira a lei destinata e cominciò il rituale della deposizione del toro su di essa e poi del sarcofago nel ventre del toro. Le operazioni furono abbastanza lunghe perché nel frattempo venivano aggiunte altre stoffe, altri doni e oggetti che avrebbero accompagnato i morti nel viaggio estremo... Molti aggiunsero altra legna sotto le pire perché il fuoco non fosse esiguo o incerto nell’opera finale. Quando tutto fu pronto ci fu un attimo di attesa, carico di una tensione vibrante e palpabile, dedicato agli ultimi saluti che i vivi, a capo chino, rivolgevano ai morti. Fu come se il mondo trattenesse il respiro. Infine le fiaccole appiccarono il fuoco. L’afa non tormentava solo gli uomini, ma osteggiava anche le fiamme, perché la legna, molto umida, non bruciava facilmente. Dalle pire si alzava un fumo nero e denso che in assenza di vento ristagnava immobile nell’aria rendendola ancora più greve, quasi irrespirabile. Il caldo, l’umidità, il fumo cominciavano a mettere alla prova la nostra resistenza di spettatori, anche psicologica, soprattutto quando vedevamo alcune famiglie che alimentavano i roghi in difficoltà con fiamme sprigionate da bombole a gas. O quando ne vedevamo altre che con lunghe pertiche di bambù attizzavano il fuoco, come se fossero davanti ad un caminetto. Le fiamme procedevano con fatica nella loro opera e bruciavano ovviamente prima le cose più facili da ardere, come i veli e i drappi che coprivano le casse e avvolgevano i tori. E questo rendeva la scena ancora più angosciante, perché ci costringeva ad osservare i profili dei corpi che bruciavano e lo facevano con una tale lentezza che mi sembrava volessero resistere alle fiamme e che ancora non fossero pronti ad andarsene. Era come se morissero una seconda volta, anche se eravamo consapevole che, con i roghi, i parenti si liberavano solo di corpi inutili e corruttibili. Sembrava che l’incendio delle pire fosse stato l’ultimo momento di commozione e di dolore. Rimaneva solo qualcuno a presidiare e ad aiutare il fuoco a completare il lavoro purificatore, intanto gli altri si dedicarono serenamente ai picnic. Alla fine i tori crollarono uno dopo l’altro, cedettero al fuoco che divorò a poco a poco le decorazioni, i lustrini, le collane e le parrucche che li ornavano. Le fiamme non erano ancora spente quando la gente cominciò ad accalcarsi attorno a quello che rimaneva delle pire per recuperare i resti dei morti. Osservavamo con la calca delle persone che tentavano di raccogliere le reliquie ancora roventi. Alcuni si aiutavano con gli attrezzi più disparati o indossavano ruvidi guanti da lavoro, ma altri procedevano a mani nude, si scottavano e si soffiavano sulle dita. Alla fine ogni famiglia portò via una ciotola con quello che rimaneva del congiunto. Dentro si distinguevano con chiarezza ossa ed altri resti. 
  6. La danza e il teatro. La danza, la narrazione e il teatro sono espressioni artistiche onnipresenti nel paese e fanno parte di una tradizione culturale che copre tutta la vita degli uomini. Nello spirito della tradizione più pura, potemmo assistere ovunque  a spettacoli, sempre molto lunghi ma altrettanto affascinanti, che si tenevano sia nei teatri di città che nelle piazze dei villaggi più piccoli. In essi recitavano attori che indossavano fantastici costumi colorati. I temi trattati erano quasi sempre tratti dalla tradizione popolare: storie di eroi, di dei, di amori, di guerre e di antichi reami. Con mia grande sorpresa,  mi sembrava che la capacità interpretativa degli attori e la loro gestualità mi permettessero di riuscire a seguire un po' le storie rappresentate. O forse era solo la mia immaginazione a darmi questa sensazione.
  7. Il teatro delle ombre. Viene messo in opera con le marionette e si tratta di uno spettacolo delizioso che mi ricordava il teatro dei burattini a cui assistevo qualche volta da piccolo. Ma, a differenza dei burattini della mia infanzia, non è uno spettacolo solo per bambini, vi assistono grandi e piccoli. Un lenzuolo bianco separa il pubblico dagli "operatori" dello spettacolo. Da una parte loro, prime tra tutte le marionette, dall'altro gli spettatori delle evoluzioni della loro ombre. Ho assistito ad uno spettacolo durante il quale, non capendo la lingua, ho dedicato il tempo a capirne il funzionamento più che alla storia raccontata. E' ho potuto rendermi conto della complessità della sua messa in scena anche se eravamo in una remoto villaggio di campagna. Il "burattinaio" (non so come chiamarlo) era ovviamente il fulcro di tutta l'azione e riusciva a mandare avanti e coordinare (in diretta) una serie impressionate di compiti: doveva raccontare una lunga storia (gli spettacoli durano ore) dando voce (nel senso letterale del termine) ad una infinità di personaggi maschili e femminili, muovendo altrettante marionette ad una distanza precisa dallo schermo in modo che le loro siluoette risultassero nitide e ben definite dall'altra parte dello schermo. Doveva inoltre dirigere l'orchestra gamelan che eseguiva la colonna sonora. E doveva segnare i tempi, e, poiché aveva le mani sempre impegnate, teneva tra le dita del piede destro un cono di legno che, battuto su un'apposita cassa, sottolineava i dialoghi, accompagnava le azioni e dava i tempi ai musicisti. Uno spettacolo nello spettacolo.
  8. Il Meru Betiri National Park (Java). Raggiungere il parco di Meru Betiri, sulla costa sud-est di Java, fu lunga e dura e anche soggiornarvi nell'unica Guest House disponibile (chiamiamola così) risultò parecchio spartano. Infatti il parco non era ancora attrezzato per il turismo, a parte quello più "avventuroso". Ma, in compenso, la strada che portava là attraversava un'area agricola meravigliosa, fatta di risaie e foreste, e raggiungeva villaggi pieni di gente indaffarata che trovava il tempo di sorriderci e di salutarci. In uno di questi fummo anche invitati ad assistere ad un spettacolo di marionette, l'esperienza più bella di tutto il viaggio. Difficile raccontare di questi incontri e della disponibilità della gente senza cadere nella retorica, per cui passo oltre. Nel parco ufficialmente vivevano ancora 4 o 5 tigri di Java e anche il leopardo. Spero che fosse e sia ancora vero... anche se non posso confermare. Noi comunque eravamo a Meru Betiri per le tartarughe verdi che vanno a depositare le uova sulla spiagge deserte del parco. Sveglia a mezzanotte e appostamento sulla spiaggia, muniti di torce elettriche. Alcune tartarughe arrivarono fino a riva, ma, forse spaventate dalle nostre torce, ripresero il mare. Invece una risalì la spiaggia e, con una fatica immensa, scavò davanti ai nostri occhi una buca profonda e vi depositò parecchie decine di uova. Alla fine tornò al suo elemento naturale lasciando una lunga scia sulla battigia. Aveva compito il suo dovere, ma, senza saperlo, nel posto sbagliato. Perché, come in tutte le parti del mondo, anche sulle spiagge del Meru Betiri la gente andava a caccia delle uova di tartaruga per cibarsene. Così aiutammo i ranger del parco a disseppellire le uova e a trasferirle in un altro nido scavato per loro in una nursery sorvegliata. E le lasciammo insieme a tante altre nidiate sotto un piccolo cartello che segnava la data di deposizione. Quei cartelli sembravano segnare delle tombe, facevano pensare alla morte e invece proteggevano la vita. I mattino dopo, con la luce del sole, potemmo osservare alcune vasche che contenevano un po' d'acqua di mare e un brulicare di piccole tartarughine pronte per essere rilasciate in mare.
  9. Il vulcano Bromo (Java). Java è un'sola più o meno pianeggiante disseminata di coni vulcanici alti fino a 3.000 metri, ancora abbastanza attivi. Il Bromo è uno di questi, in origine uno dei più grandi. In ere geologiche antiche una eruzione/esplosione lo distrusse, lasciando solo un tronco di piramide alto circa 2.000 metri. All'interno dei bordi si formò un'enorme caldera desertica. Ma il vulcano non si spense e piano piano al centro della caldera sono sorti altri vulcani che a loro volta stanno crescendo in altezza. Il risultato è che dal villaggio di Ngadisari, dove alloggiavamo e che sorge proprio sul bordo della caldera, si poteva ammirare una scenario incredibile, in particolare al tramonto. La traversata della caldera, per arrivare ai piedi del nuovo vulcano, fu allegra e piacevole nonostante la distanza e il caldo, ma devo confessare che andammo in groppa agli asini (servizio moto apprezzato).
  10. I templi di Prambanàn (Java). La leggerezza dei templi di Java e dei santuari a più piani con i tetti di paglia era ormai lontana quando arrivammo a Prambanan, uno dei più importanti complessi templari del paese. In quel momento avevamo di fronte la pietra e la massicce costruzioni di 8 templi dedicati a Brahma, Siva e Vishnu e alle loro cavalcature.
  11. Jogyakarta (Java). Nonostante la sua storia centenaria e la sua tradizione, Jogyakarta (Jogya per gli amici) mostrava un aspetto giovane e pulsante a dimostrazione che la città è la vera capitale storica e culturale del paese, piena di spettacoli e di proposte culturali e artistiche. A cominciare dal Kraton, un enorme complesso nel cuore della città ancora sede del sultano nel quale si esibivano spesso grandi orchestre di gamelàn. E poi i mercati, compreso quello degli uccelli, dove un'intera strada espone centinaia di gabbie nelle quale cinguettano tristemente volatili di tutte le specie. L'artigianato era, come a Bali, eccezionale, soprattutto quello dedicato alla costruzione della marionette in pelle o in legno, dei veri capolavori. Senza dimenticare quello delle stoffe e dei metalli preziosi. Molto sviluppato era anche l'antiquariato. Ma lo spettacolo più sorprendente era quello che si mostrava verso sera nelle vie del centro, al momento della chiusura dei negozi. In meno di mezz'ora strade e marciapiedi si trasformavano in un enorme ristorante all'aperto, nel quale si montavano tavoli e si mettevano in funzione cucine dotate di ogni strumento, dalle bombole a gas, alle stoviglie, fino alle tovaglie. 
  12. Lo stupa di Borobudur (Java). Per le notizie storiche e architettoniche cliccate qui: Borobudur. E' un capolavoro per dimensioni e finezza architettonica ed è forse lo stupa più famoso del mondo. L'ho visto rappresentato su dipinti e tappeti in più di un paese induista (in India, ad esempio). Di fronte a opere di questa portata (come a Karnak o a Petra o a Tikal) rimango sempre affascinato dalla forza e dall'ingegno che l'uomo ha saputo mostrare nella sua lunga storia. Salire sulle terrazze del Borobudur, sotto gli occhi severi di centinaia di Buddha, era come innalzarsi, per una volta, al di sopra delle miserie umane. Per scoprire che sulla cima non c'era nulla di diverso o di più di quello incontrato nella salita: nessun luogo particolare che desse la sensazione di essere arrivati. Tipico del Buddismo. E si capiva con semplicità che il viaggio è più importante della meta.

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