venerdì 12 settembre 2014

Viaggio in Argentina del NordOvest

Paese attraversato: Argentina del nord-ovest
Itinerario: Buenos Aires, Cordoba, parco di Ischigualasto (Valle della luna), parco di Talampaya, sulla Ruta 40 (Chilecito, Belèn, Cafayate, quebrada del Calchaquì, Cachi), quebrada de las Conchas, Salta, Jujuy, Purmamarca, quebrada de Humahuaca, Tafì del valle, Catamarca.
Periodo: agosto 2014
Durata: 1 mese
Ne parlo nel libro: Il Gatto Buddhista 

Con questo terzo viaggio mi rendo conto di aver ormai viaggiato nella meravigliosa Argentina per più di tre mesi. A ancora forse non bastano. E’ stato un viaggio sorprendente, molto diverso dai precedenti (in Patagonia e nel nord-est, verso Iguazzù). Qui non abbiamo incontrato solo natura (ovviamente quella c’è e da sola giustifica il viaggio) ma anche gente e città.

Qui c’è la vera Argentina, quella a maggioranza indigena e quindi più povera, anche molto povera, quella piena di contraddizioni e molto lontana dall’eleganza della capitale. Qui più che altrove si percepiscono le difficoltà di un paese in grave difficoltà economica. Alla periferia di Cordoba ho visto angoscianti favelas di disperati che neanche a Rio de Janeiro.
Erano decenni che non incontravo il cambio nero. Ebbene, qui l’ho ritrovato ovunque, anche a Buenos Aires. Per pudore lo chiamano “cambio blu”, ma è nero a tutti gli effetti, illegale, anche se “ufficiale” e fatto alla luce del sole. Ci sono perfino le quotazioni giornaliere su Internet. Ciò permette agli stranieri di fare quasi una vita da nababbi: nel 2008 il cambio Euro-Peso era di circa 1-5, al momento di questo viaggio era di 1-16/17. Ma, nonostante queste palesi difficoltà,  non esiste ormai un paese, per quanto remoto, che non colleghi Internet e cellulari e non esiste albergo, almeno decente, che non offra wi-fi libero.

Le province del nord dovettero sopportare l’invasione degli Incas che arrivarono solo pochi decenni prima degli Spagnoli. Nel caso degli Incas l’integrazione tra le popolazioni autoctone e gli invasori si compì, mentre quella con gli invasori successivi (Spagnoli) no. E infatti oggi gli Indigeni considerano se stessi eredi della cultura Inca e questa come l’ultima cultura originaria prima della nefasta invasione europea.


Da qui è partita anche la liberazione del paese dall’impero spagnolo. E qui troviamo piazze e strade dedicate esclusivamente ai generali protagonisti dell’indipendenza, raggiunta nel 1810. Salta e Tucuman furono le città che per prime affrontarono le armate spagnole che scendevano dal Perù per soffocare la rivolta. Perché l’evoluzione storica e geografica della conquista spagnola, dopo un incerto sbarco al Mar del Plata nel 1536, avvenne soprattutto dal Perù, almeno fino a quando le miniere d’argento della Bolivia mantennero alta per Madrid l’importanza del vicereame di Lima. Solo nel ‘700 l’approccio all’Argentina via mare dall’Atlantico divenne prioritario rispetto a quello via terra dal nord. E Buenos Aires divenne la capitale dello stato.
In queste province si mostra molto evidente il culto della gente per le Animitas, fenomeno a me già noto, ma sempre sorprendente e impressionante. Particolarmente venerati la Defunta Correa e il Gauchito Gil.


Infine una considerazione sul tempo. In luglio, agosto e settembre qui è inverno e può fare freddino (anche zero di notte), ma di giorno si superano i 12-15 gradi e si può arrivare anche a 25°-30° (dipende dall’altitudine). Tuttavia è il periodo migliore per vistiare il Noroeste (non a caso è considerato alta stagione): praticamente splende sempre il sole e il cielo è sempre limpido e azzurro: fondamentale per apprezzare gli splendidi colori dei deserti d’altura. Allontanandosi da questo periodo, in avanti o indietro, il tempo peggiora, per l’aumento non tanto della pioggia, quanto del cielo coperto, con relativa luce velata e biancastra, un incubo per i fotografi. A quel punto secondo me si può restare a casa, anche se ovviamente molto dipende dalla fortuna.

Cosa non mi sarei perso di questo viaggio:

Cordoba: camminando per le strade del centro lo spirito dei Gesuiti (vedere più avanti) e del loro amore per la conoscenza e gli studi si respira ancora, perché Cordoba è una città universitaria piena di giovani e di studenti. Non mancano gallerie d’arte e musei. Non mancano nemmeno le chiese, le solide, vaste e poco slanciate chiese dell’America latina. Ma, questo è il motivo, i terremoti da queste parti sono frequenti. Frequenti gli edifici coloniali, belle le piazze quadrate piene di alberi con l’immancabile statua commemorativa di un generale al centro (il più rappresentato é senz’altro il libertador San Martìn). Si è dimostrata una città molto vivace, piena di mercati e con una bellissima feria (fiera) artisanal che si tiene ogni fine settimana.
Un particolare mi ha colpito di Cordoba: vi ho trovato un’attenzione alla memoria storica della dittatura del generale Videla molto viva, che, per esempio, non ho trovato a Buenos Aires. C’è un museo installato nel centro clandestino di detenzione e tortura degli oppositori, o presunti tali, che mostra sulla facciata centinaia di nomi. E un’altra installazione al Paseo del buen Pastor, un centro culturale appena costruito a Cordoba Nueva, che aggiunge ai nomi anche molte foto in bianco e nero di giovani tristi. E anche lungo una strada della feria artisanal un grande mural incitava a non dimenticare. Per questa attenzione alla terribile storia delle dittatura argentina, Cordoba mi rimarrà sempre nel cuore.

L’eredità dei Gesuiti: Come Buenos Aires anche Cordoba possiede la sua manzana (isolato) jesuitica, vale a dire un isolato entro il quale l’ordine costruì la sua sede. Nel caso di Cordoba entro la manzana troviamo la chiesa, il monastero, la biblioteca e l’università, una delle prime dell’America latina.
C’è anche la cripta gesuitica in città , costruita originariamente per dare ospizio ai novizi. Abbandonata e riscoperta nel tempo, è stata oggetto di restauri che l’hanno resa disponibile per mostre, spettacoli  e concerti.
A Cordoba i Gesuiti arrivarono all’inizio del  ’600 e costruirono alcuni di quelli che ancora oggi sono i palazzi coloniali più belli della città. La visita alla manzana (solo guidata) è d’obbligo per poter vedere il monastero, la biblioteca che raccoglie ancora buona parte dei volumi originali e soprattutto la sala de los grados (sala delle lauree) un capolavoro barocco dove gli studenti affrontavano l’esame di laurea. Il laureando in piedi su un pulpito, alla base del quale sedeva il professore che lo presentava (il relatore di oggi) doveva sostenere la sua tesi di fronte alle domande del corpo insegnanti. L’esame durava tre giorni (8 ore al giorno).
I mezzi di sostentamento dell’università provenivano da 6 estancias (fattorie) che i Gesuiti avevano fondato nella provincia di Cordoba: Caroya, Jesùs Marìa, Santa Catalina, Alta Gracia, Candelaria e San Ignacio. Ogni estancia possiede una chiesa e il suo gruppo di edifici, attorno a cui si sviluppò la città odierna. Oggi l'estancia di San Ignacio non esiste più. Noi abbiamo visitato quella di Alta Gracia, la più bella, che ospita nei suoi locali un ottimo museo.
Il complesso di Cordoba fu abbandonato dai Gesuiti nel 1767 dopo il decreto del re di Spagna che li espelleva dal continente (ricordate lo splendido film Mission?) A loro subentrarono i Francescani fino al 1853, quando i Gesuiti tornarono nelle Americhe. La scuola e l'università vennero nazionalizzate l'anno seguente.

I parchi di Ischigualasto e Talampaya: vengono sempre considerati insieme, anche se distano un’ottantina di km e anche se sono molto diversi tra di loro. Forse perché sono un po’ fuori dai circuiti standard, un po’ “scomodi” da raggiungere e, per questo, chi visita l’uno visita anche l’altro. Il che, combinando bene tempi e orari può avvenire comodamente nella stessa giornata: meglio Ischigualasto al mattino e Talampaya al pomeriggio. I parchi sono entrambi spettacolari. Ischigualasto (detto anche in modo appropriato Valle della luna) è un antico giacimento di sedimenti di rocce diverse dove nel tempo l’erosione del suolo ha scoperto fossili di 180 milioni di anni e ha dato origine a spettacolari formazioni a cui la fantasia popolare ha dato un nome: il sottomarino, il campo di bocce, il fungo, il verme. Il tutto immerso in un ambiente fantastico dove i cactus ci ricordano che siamo in un deserto. Si può visitare con la propria macchina incolonnati dietro quella dei ranger, il ché durante il ritorno ha dato a noi la libertà per poterci fermare per scattare foto e godere degli spettacolari scenari senza venti persone intorno.
Talampaya invece è un canyon, il risultato del lavoro di erosione di un fiume, oggi insignificante ma vivo, che si è aperto uno stretto passaggio tra pareti di roccia rossa verticali, alte un centinaio di metri. Qui si possono trovare antichi graffiti, poca cosa, che però dimostrano che la zona era abitata da secoli. Con un po’ di fortuna si può incontrare qualche animale selvatico. A noi sono toccati una volpe e una coppia di rari mara patagonici
Purtroppo la visita non è libera ma vincolata all’uso dei mezzi di trasporto del parco.
Due visite da non perdere, in particolare il canyon di Talampaya.

Il Cablecarril di Chilecito: nel nordovest argentino si incontrano due sorprendenti manufatti che solo la mente affaristica e presuntuosa dell’uomo può immaginare. Il primo, quello più famoso e tappa quasi obbligata per tutti i turisti, è il viadotto della Polverilla, un ponte di ferro demenziale che supera una quebrada a 4.220 m. sul livello del mare. L’idea di unire il Nord dell'Argentina con il Cile con una linea ferroviaria che superasse le Ande ispirò studi e progettazioni fin dalla fine dell’800, ma solo nel 1920 iniziò la costruzione. La linea fu inaugurata nella sua totalità nel 1948, ma solamente nel 1972 iniziò la prima, timida corsa del treno turistico che divenne un servizio regolare solo a partire da 12 ottobre 1978. Nel 1991 venne privatizzata continuando il suo incerto servizio turistico a singhiozzi, interrotto, ad esempio, per tutta la seconda metà del 2014. Una cattedrale nel deserto assurda, costosa e inutile.
Ma vorrei accennare all’altra opera insensata che mi è sembrata ancora più assurda: il Cablecarril di Chilecito. Qualche dato tecnico:
- lunghezza: 35 km
- luogo di partenza: Chilecito
- luogo d’arrivo: miniera d’oro La Mejicana in mezzo alle Ande
- altezza all’arrivo: 4.603 metri sul livello del mar
- stazioni intermedie: 9
- torri di sostegno lungo il percorso: 262
Potrei continuare elencando altri numeri assurdi relativi ai carrelli utilizzati per il trasposto del minerale estratto dalla miniera, i km di cavo d’acciaio usati, il numero degli operai (1.600), dei muli e degli asini impiegati nella costruzione. Fu scavato perfino un tunnel di 159 metri per attraversare un picco che si frapponeva al passaggio dei carrelli. 
Fu terminata nel 1905 e nel 1926 fu chiusa per sempre. Dopo un lavoro sovrumano e molte vite umane perse nella costruzione, il Cablecarril operò per soli 21 anni. Se non è ancora chiaro di cosa si tratta, dico che è una teleferica costruita per trasportare a valle quanto si estraeva sulle montagne nella miniera La Mejicana
Oggi è ancora quasi tutto sul posto originale: i piloni, i cavi d’acciaio, i carrelli e la stazione di arrivo a Chilecito che ora è diventato un museo. I resti impressionano ancora per la loro enormità e per gli sforzi che hanno richiesto per essere costruiti e denunciano ancora, dopo quasi un secolo, la stupidità di ideatori e progettisti. 
I primi piloni e i cavi partono dal centro della città e si perdono sui fianchi della montagna, sembrano puntare verso il cielo, ma in realtà conducono all’inferno di quelli che ci lavoravano in condizioni disumane.

La ruta 40  Ne avevo già parlato nella descrizione del viaggio in Patagonia e confermo che per me rimane la strada più clamorosa e spettacolare che abbia mai percorso. La RN 40, costruita negli anni ’30, attraversa il paese per quasi 5.000 km dalla Terra del Fuoco al confine con la Bolivia seguendo la cordigliera delle Ande. Supera i 5.000 metri sul livello del mare, incontra laghi e saline, attraversa fiumi e montagne, paesi che sembrano sorgere dal passato; sulla 40 é normale doversi fermare per lasciare attraversare un gregge di pecore… insomma uno spettacolo. La stanno lentamente asfaltando, ma lunghi tratti sono ancora in ripio (terra battuta) e rendono il viaggio duro, ma fantastico. Questa volta abbiamo percorso sulla 40 più di 600 km (200 in ripio), da Chilecito a Cachi e devo dire che l’esperienza è stata, ancora una volta, esaltante.

La quebrada del Calchaquì: 150 km di sterrato sulla ruta 40 da Cafayate a Cachi e ritorno, 150 km di meraviglie. L’andata-ritorno non sembri un’inutile ripetizione della medesima strada, perché l’andata al mattino e il ritorno nel pomeriggio cambiano tutto, lo scenario, la luce e i colori. La 40 fu costruita quasi un secolo fa senza pretese autostradali (ponti, tunnel…) e serpeggia tra le asperità orografiche, facendosi largo tra montagne multicolori e imponenti. Verso ovest incombono le vette della Sierra de la Laguna Blanca con il relativo nevado (ghiacciaio). La strada attraversa piccoli villaggi indigeni (Angastago, Molinos, Saclantàs) costruiti in adobe e circondati dai cactus. Non mancano i lama nei cortili. In una simile aspra bellezza perfino il piccolo e colorato cimitero di Saclantàs appare un luogo allegro. 
Ad ogni curva sembra di affacciarsi su un set cinematografico. E si arriva a Cachi, il villaggio più elegante di tutti. Poco più a nord i cactus sono tanto imponenti e numerosi da aver suggerito la creazione di un parco per la loro protezione (Parque Nacional De los Cardones). Siamo oltre i 3.000 metri sul livello del mare e non è solo l’altezza a far girare la testa, ma la sconfinata bellezza del paesaggio. Indimenticabile.

La quebrada de las Conchas: accenno separatamente alle quebradas più belle che abbiamo attraversato, perché sono molto diverse una dall’altra, tanto da richiedere descrizioni disgiunte. La quebrada de las Conchas (o di Cafayate) punta nord di Cafayate verso Salta. Il fiume nelle ere passate si è fatto largo tra le montagne creando una larga valle bordata da due catene montuose sovrapposte di colore diverso. Il lavoro di paziente erosione ha creato un mondo fantastico, multicolore, fatto di torri e formazioni che hanno eccitato la fantasia della gente che ha dato un nome alle più fantasiose: l’obelisco, i castelli, il frate, il rospo, la gola del diavolo. Il lavoro delle acque ha raggiunto l’apoteosi nell’anfiteatro, un “camino” largo una cinquantina di metri e si slancia verso il cielo per almeno cento, dotato di una entrata strettissima, una spaccatura che lo taglia dall’alto al basso. L’acustica all’interno è perfetta, come abbiamo potuto scoprite ascoltando un piccolo concerto di un gruppo di musicisti Diaguita, il popolo che storicamente abita l’area. Veramente toccante.

Salta:devo dire che da questa città fondata nel 1582 e osannata dal turismo come una delle più belle dell’Argentina mi aspettavo di più. Gli edifici coloniali rimasti non sono molti e, tutto sommato, non mi è sembrato che avesse molto da offrire, a parte la sua posizione comoda per visitare la regione. Dimensioni a parte, Cafayate e anche Cachi mi sono sembrate più “autentiche,” più “originali”. Salta è andata incontro negli ultimi tempi ad uno sviluppo edilizio dissennato che l’ha stravolta senza risparmiare nemmeno il centro storico (basta vedere l’orrendo palazzo di vetro e cemento che si affaccia sulla plaza central, proprio di fianco alla cattedrale).
Tuttavia un gioiello da offrire Salta ce l’ha: il MAAM (Museo de Argueologia de Alta Montagna) assolutamente da non perdere, un progetto che ha creato e intende sviluppare un luogo dedicato allo studio dei ritrovamenti in altura delle (molte) tracce lasciate dalle popolazioni andine nei secoli passati. Il fiore all’occhiello del museo sono le mummie dei bambini sacrificati dagli Incas sulle cime delle montagne alle loro divinità e ritrovate perfettamente conservate nel gelo del 5.000/7.000 metri di altezza. Il concetto di “sacrificio umano” a noi fa impressione, ma è sicuro che gli Incas sacrificavano di tanto in tanto bambini di nobile lignaggio per compiacere ai propri dei, attraverso una grande e complessa cerimonia chiamata Capacocha. Il sistema automatico di presentazione al pubblico di una mummia alla volta (a turno) mantenendole tutte costantemente a -20° è veramente ingegnoso.

Le Peñas: partecipare (notare che ho scritto “partecipare” e non “assistere”) a una Peña, secondo me è un must. Salta ne è la capitale, anche se ormai qui le Peñas sono diventate manifestazioni troppo turistiche, con orari e programmi fissi, con tariffe di ingresso che ne hanno sconvolto il senso e la natura. Cosa è una Peña? E’ una sorta di evento musicale, al quale partecipano diversi cantanti, poeti, corpi di ballo e orchestre folcloristiche che si alternano su un piccolo palco davanti a un pubblico intento a mangiare asado, empanadas e a bere vino. La parola deriva dal termine peñalolén che gli indigeni Mapuche usavano per indicare una “riunione tra fratelli.”
Il pubblico, come detto, non “assiste” ad una Peña come si assiste ad uno spettacolo, “partecipa.” Come? Battendo le mani per dare il ritmo, accompagnando il cantante con la voce se conosce la canzone (il che accade sempre, visto che parliamo di canzoni molto popolari), chiedendo altri brani e dialogando con l’artista e con gli altri partecipanti, quando viene coinvolto in brevi dialoghi “personali” (“da dove vieni? come stai?....”). Quando una artista termina il suo spettacolo passa tra i tavoli a raccogliere un “supporto per la cultura popolare”: basta un’offerta libera. 
Le canzoni sono spesso accompagnate da ballerini di zamba, la antica danza che oggi molti stanno proponendo come danza nazionale argentina, accanto al (o al posto del?) tango. Ovvio quindi che se il pubblico non conosce lo spagnolo, non conosce le canzoni e siede in sala come se fosse al cinema o a teatro, il senso e lo spirito delle Peña si perde. Per questo Salta, capitale del turismo nel Nordovest argentino, difficilmente è la sede giusta per partecipare a una Peña.
Se invece vi fermate almeno una notte a Cafayate (possibile, visto che la città è sul circuito standard che tutti percorrono a sud di Salta) andate alla Peña de la Plaza (che è sulla piazza centrale) dove, tra l’altro si mangia divinamente, soprattutto la carne. Noi ci sano andati tre sere di seguito e ogni sera eravamo gli unici stranieri in sala. Gli altri erano tutti locali e turisti argentini che, quindi, con le Peñas erano a loro agio. Esperienza emozionante.

La quebrada de Humahuaca: complimenti alla natura! Questo è veramente il suo capolavoro. La descrizione di questa quebrada, che da Jujuy conduce in Bolivia, rischia di diventare, per la parte paesaggistica e per i cactus, una ripetizione di quanto già detto per le altre. Mi preme pertanto sottolineare quello che c’è di diverso: la gente. La gente di queste valli è prevalentemente indigena, i costumi, le abitazioni e l’artigianato di Purmamarca (splendida, ma troppo turistica), di Tilcara e soprattutto di Humauaca danno ancora l’idea di come era la vita in questa regione. A Uquìa abbiamo visitato una chiesetta bianca che presenta una caratteristica unica la mondo, credo. Alle pareti sono appesi dipinti di buona qualità che ritraggono los àngeles arcabuceros (angeli archibugieri), vale a dire Uriel e Gabriele che a supporto della fede tengono a portata di mano cartucce e fucili. A Maimarà abbiamo partecipato ad una festa in onore della Pachamama alla quale siamo stati invitati anche noi (sapendo ballare…). Vestiti moderni, chitarre elettriche e cellulari, ma sentimenti ancestrali nel cuore di tutti, uomini e donne, vecchi e bambini. Sul fianco della montagna, alle spalle del villaggio, scintillava il serpente, una striscia a zig-zag di roccia, lunga alcuni km, che mostrava tutte le tonalità di ocra esistenti al mondo. Siamo in alto qui e la gente per resistere mastica le foglie di coca.

La cultura delle comunità indigene andine: non è facile da trovare, dato che fatica a sopravvivere. Gli Indigeni sono la parte più povera, e per questo più debole, della società argentina. E anche gli sforzi che compiono le università (soprattutto quella di Buenos Aires) per salvaguardarla non trovano sempre la collaborazione dei nativi stessi. Perché l’approccio è quello che noi potremmo dedicare allo studio degli Etruschi, cioè di un popolo e di una civiltà ormai scomparsi. Che non ci sono più. Ma gli Indigeni rivendicano il diritto di essere ancora vivi, così come la loro cultura e di abitare queste terre da migliaia di anni, da molto prima di quelli che pretendono di venire da fuori a studiarli, che di solito sono i figli degli immigrati spagnoli (i Criollos). Accettano di considerare gli Incas, anch’essi invasori venuti dal Perù, come ultima espressione della loro cultura prima dell’invasione spagnola e si confrontano con difficoltà con i criollos, pur avendone accettato in pieno la religione.
I siti archeologici (Quilmes, El Schincal, il Pucarà di Purmamarca) non aiutano molto, perché possono offrire poche vestigia, quasi solo scavi, e sono, eccetto Quilmes, di origini incaiche e quindi non reggono il confronto con i siti Incas peruviani. Ci si può però fare aiutare dai musei, abbastanza curati, che presentano oggetti e manufatti e raccontano la storia degli indigeni delle montagne. Ce n’è uno quasi in ogni paese, il migliore è Il Museo Arqueologico di Tilcara.
Ma, soprattutto, bisogna frequentare i mercati e le Artesanìas, quelli che frequenta la gente, non quelli che frequentano i turisti, per trovare l’autenticità e la normalità della persone che abitano questa regione e la abitavano da molto prima che arrivassimo noi, nei panni degli Spagnoli. Molto meglio senza la macchina fotografica.
Agosto è il mese delle feste della Pachamama, Madre Terra, per ringraziarla dei prodotti che concede all’uomo e si possono incontrare villaggi in festa dove la popolazione, quella indigena, celebra ancora antichi riti. Spesso i vestiti non sono quelli tradizionali, sono jeans e magliette e perfino i bambini brandiscono i cellulari, ma che importa? La tradizione continua con passione e questo è quello che conta. Qui la religiosità è molto radicata nella gente e, allora, si incontrano spesso processioni e cortei che portano in giro madonne e santi.
                                                                                
Buenos Aires: sommando tutti i soggiorni che vi ho trascorso sono ormai arrivato a un paio di settimane di permanenza e di conseguenza Buenos Aires è oggi la città estera che conosco meglio di tutte, dopo Parigi. Strano, no? E’ una città immensa che ha molto da offrire, ogni volta qualcosa di nuovo. Intanto va detto che, pur tra le difficoltà economiche che il paese sta attraversando, Buenos Aires continua a migliorare, a ristrutturare palazzi storici e a completare Puerto Madero, cioè il waterfront che si affaccia sul vecchio porto, ora centro pulsante della città. 
Vorrei citare un paio di musei ignorati nelle visite precedenti, ma molto importanti:
- il museo etnografico Ambrosetti che presenta oggetti e manufatti indigeni degni di nota delle province del nord e della Patagonia;
- il Museo de Arte Latinoamericano de Buenos Aires (MALBA) che propone una collezione non vastissima, ma di elevato livello, di opere di artisti latinoamericani poco conosciuti ai più e del tutto sconosciuti a me. Non mancano comunque Botero, Frida Khalo e Diego Rivera. Questo museo è veramente da non perdere, anche per la l’edificio straordinario che lo ospita, di per sé un’opera d’arte.
Buenos Aires si ritrova ad avere, tra Puerto Madero e il Mar del Plata, un’ampia area paludosa, ricca di acque e boschi, rifugio di una innumerevole quantità di specie di uccelli (e anche di troppe bottiglie di plastica). Si chiama Reserva Ecologica Costanera Sur e una giornata di passeggiate e birdwatching tra i suoi canali è una bella e comoda esperienza.
All’inizio del ‘900 in Europa spopolava lo stile Liberty, poi arrivò la prima guerra mondiale e tutto venne spazzato via. In quegli anni molti architetti europei (soprattutto italiani) emigrarono in Argentina e il Liberty sopravvisse a quelle latitudini per un altro ventennio. Così oggi Buenos Aires si trova ad ospitare una serie di edifici liberty di notevole interesse. Ovviamente non stiamo parlando di Parigi, Praga o Barcellona, ma vale la pena andare alla loro ricerca. Molti sono malmessi e rovinati, alcuni sono addirittura chiusi da decenni in attesa di deciderne il destino, che fino a pochi anni fa sarebbe stata la demolizione. Ma oggi finalmente gli Argentini si sono accorti del loro valore e della loro bellezza e stanno cominciando a ristrutturarli. Non sono facili da trovare, occorrono una guida e una mappa: su Internet se ne trovano diverse. Il più bello: Palazzo Barolo
La nostra ricerca dei monumenti dell’art nouveau si è conclusa con una visita ai molti caffè, sempre in stile liberty, che fioriscono sulla centralissima Avenida de Mayo. Questi sì che sono a livello dei caffè di Parigi, a cominciare dallo storico Café Tortoni.
Non posso tralasciare l'ultima chicca: Il Museo fotografico SIMIK, in avenida Federico Lacroze, 1427, un ristobar dove ci si siede in mezzo ad una marea di apparecchiature fotografiche storiche: macchine, obiettivi, ingranditori, esposimetri, foto, proiettori, flash, libri fotografici, visori,... parliamo di attrezzature che vanno dalla seconda metà dell'800 in poi. Per gli appassionati di foto e macchine fotografiche si tratta di un vero paradiso, anche se un po' disordinato e polveroso. Quelli di una certa età, e magari con un po' di nostalgia per la pellicola e il bianco e nero, troveranno le macchine della loro giovinezza. Io ad esempio ho ritrovato la Nikkormat, la Nikon F, la Olympus OM2 e non mancava un ingranditore DURST M605 (chi se lo ricorda?). Ma soprattutto qualcuno ha mai sentito parlare della PERLA, con obiettivo PRONTOR-SV, macchin(ett)a italiana con inciso "made in Italy" sul frontale?


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