mercoledì 12 aprile 2017

Viaggio in SUDAN

Necropli di Meroe - Sudan
Paese attraversato: Sudan
Itinerario: Khartoum, templi di Naga e Mussarawat, necropoli di Meroe, deserto di Bayuda, Karima, sito di Old Dongola, necropoli di Nuri e di El Kurru, Jebel Barkal, deserto nubiano, villaggi nubiani del nord, isola nilotica di Sai, siti archeologici di Soleb, Sesibi e Kerma
Periodo: marzo-aprile 2017
Durata: 2 settimane
Ne parlo nel libro: Ci sono posti così

Un viaggio splendido a completamento di un precedente viaggio in Egitto, perché il Sudan (che d’ora in poi chiamerò con il nome storico di Nubia) assunse l'eredità dell’impero egiziano dall’ottavo secolo A.C. fino alla scomparsa del regno di Meroe (IV secolo dell’era cristiana, poco a nord dell’attuale Khartoum) dove lo avevano spinto le invasioni provenienti dal nord (ultimi gli Assiri).

Dice il poeta latino Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit (la Grecia conquistata, conquistò il feroce/rozzo vincitore). Roma, cioè, soggiogò la Grecia con la forza delle proprie legioni, ma alla fine fu conquistata dalla sua cultura e della sua arte. Lo stesso capitò alla Nubia che subì all’inizio l’espansione egizia, che comunque alla fine dovette fermarsi ai confini del regno del Kush (o di Napata), situato nel cuore della Nubia a sud della terza cateratta. Buffa la storia! Approfittando della debolezza dei sovrani egizi, nell’VIII secolo A.C. proprio i kushiti invertirono i destini e proprio dal regno di Napata partì la conquista dell’Egitto del nord e, partito da Napata, Piankhy divenne faraone di tutto l’Egitto fino al delta del Nilo. E avvenne quello che era avvenuto tra Grecia e Roma. Piankhy e suoi successori si impadronirono dell’Egitto, ma non ne distrussero le città e i templi, ne assimilarono invece la cultura, la religione, l’architettura adattandole alle proprie credenze e diedero vita alla XXV dinastia, quella dei “faraoni neri” che durò un secolo fino al 656 a.C. Invasi ancora dagli Assiri a nord, alla fine i re Kushiti spostarono la capitale ancora più a sud, a Meroe. Continuarono a mantenere le tradizioni e la cultura egizia quando al nord erano ormai tramontate. Fino al IV secolo d.C.

I faraoni neri. Se osserviamo la millenaria storia dell’Egitto come una vetrina di personaggi famosi, come facciamo con la Divina Commedia (Paolo e Francesca, Farinata, il conte Ugolino, Ulisse…), è chiaro che quelli che ci colpiscono sono i più famosi, legati ai monumenti da loro innalzati o alle spedizioni militari più importanti. E allora via alla sequenza: Cheope, Chefren, Micerino (IV dinastia, le piramidi di Giza), i Sesostri (XII dinastia, il conquistatore, l'espansione militare in Nubia), gli Amenofi, i Thutmosi, Tutankhamon (XVIII dinastia, la clamorosa scoperta della sua tomba ancora intatta), i Sethi, i Ramsete (XIX e XX dinastia, lo splendore del nuovo regno, la guerra di religione Amon-Athon, Karnak, i templi di Abu Simbel salvati dalle acque del lago Nasser) e via faraoneggiando. Dopo tutto questo splendore, dicono gli storici, ci fu il declino della civiltà egizia… Non sono un egittologo, ma ho le mie opinioni e mi domando, di fronte alle imprese dei faraoni della XXV dinastia (quella kushita/napatea) e dopo aver visitato il loro regno di origine (la Nubia), quanta parte abbia avuto nel giudizio di “declino” il fatto che fossero neri.

Stato di faraone al museo archeologico di Khartoum - Sudan
Gli archeologi dell’800 e '900 (inglesi, francesi e tedeschi in primis) che cominciarono a scavare in Nubia, imbevuti delle idee colonialistiche e razziste del tempo, faticarono ad accettare l’idea che “dei neri” avessero potuto raggiungere il livello di civiltà e organizzazione che ancora oggi appare evidente nell’area del Gebel Barkal e successivamente a Meroe. Eppure nelle statue dei sette faraoni trovate Kerma (a nord di Napata) e non solo, non si possono non notare i tratti decisamente neri dei volti: labbra pronunciate, naso largo e piatto, capelli crespi. E Piankhy quando conquistò l’Egitto del nord, trattò gli avversari con umanità e li confermò nel ruolo di governatori locali. La sua fu un’operazione volta a ristabilire l’ordine nella valle del Nilo più che una conquista. Rimase colpito dai monumenti e dalle piramidi che incontrò e ne adottò i modelli (rielaborandoli) per quelli del sud. Se è declino questo… solo perché le piramidi di Nuri o di Meroe sono più basse di quella di Cheope? Per me, tra l’altro, sono pure più belle ed eleganti. Il fascino che i faraoni della xxv dinastia esercitano sui di me dipende anche dal fatto che, arrivati dalla Nubia e pur avendo vissuto, per motivi militari e organizzativi, per molti anni nel nord, forse più elegante e più ricco (a Tebe principalmente), alla fine della loro vita tornarono a casa, alla terra di origine e oggi le loro tombe le troviamo in Nubia, quasi tutte a el-Kurru, quella del grande Taharqa a Nuri. Un esempio di nobiltà tutt’altro che declinante. I monumenti e le tombe nubiane sono meno sfarzosi di quelli egizi, è vero, ma forse proprio per questo emanano un fascino misterioso e un’eleganza più sobria che mi hanno colpito.

Frecce più che piramidi. Più che piramidi, quelle di Meroe o di Gebel Barkal, qualcuno dice che sembrano frecce, perché, in effetti, sono più appuntite e hanno le facce più ripide di quelle di Giza. E questa caratteristica le proietta verso il cielo, come delle frecce, appunto. Ho avuto la sensazione che le piramidi di Giza alludano alla stabilità, alla durata nel tempo, ma anche alla pesantezza, mentre quelle di Meroe suggeriscano al contrario slancio verso l’alto.

Piramidi di Gebel Barkal - Sudan

Coprivano delle tombe e credo che questa loro forma potesse aiutare l’anima del faraone defunto a raggiungere l’aldilà meglio di quelle di Cheope, Kefren e Micerino.

Archeologia. In Nubia si possono scorgere le tracce di almeno tremila anni di storia che si sovrappongono e si accavallano. Vestigia egiziane, tracce di regni locali, romane, greche, cristiano-copte, arabe sono presenti ovunque. Gli archeologi scavano da tempo e missioni internazionali lavorano ovunque, facendo ogni anno nuove scoperte. Scavano, ma in estate fa troppo caldo e i lavori si fermano. Per questo e fino a quando lo studio del sito non è completo (possono volerci anni), seppelliscono tutto di nuovo per proteggerlo dai predatori. Questo purtroppo ritarda l’accesso ai visitatori, a noi è capitato.

Un criminale bolognese a Meroe. Leggiamo dalla presentazione di Walter Boldrini, suo diretto discendente ed estensore delle sue memorie (Ponte Nuovo editrice Bologna, 1981): “Dopo un’errabonda e avventurosa giovinezza, Giuseppe Ferlini (1797-1870) bolognese, medico in Albania, Grecia, Egitto e Sudan, trovò fortunosamente tra le rovine della necropoli di Meroe, il tesoro della regina Amanishahete; i mirabili gioielli, esemplare testimonianza del connubio tra l’arte egizia e l’ellenismo, portati dal Ferlini in Europa nel 1835, si trovano ora per buona parte conservati nella raccolta egizia di Monaco di Baviera”.

In linea di massima le notizie sono corrette, ma… è chiaro che la sensibilità dell’800 e di oggi verso le vestigia di antiche civiltà sono molto diverse. Il fortunato ritrovamento fu in realtà frutto dell’atto criminale di un avventuriero in rovina che, nel disperato tentativo di procurarsi soldi, si diede a cercare tesori in Nubia, distruggendo nella necropoli di Meroe almeno un paio di piramidi tra le più belle del sito e trovando alla fine – e in questo sta effettivamente il colpo di fortuna – nella tomba della regina i tesori che nessuno al suo rientro in Europa volle comprare, a parte il re Luigi di Baviera che ne acquistò una parte. Ferlini morì, giustamente, senza alcun riconoscimento da parte dei contemporanei e, ovviamente, anche da parte nostra. Ho ancora negli occhi i resti della piramide della regina quasi del tutta distrutta, una piramide che, senza Ferlini, sarebbe ancora intatta e tra le meglio conservate. Va’ con Dio Ferlini, nessuno ti rimpiangerà.

“Nimiti”. Nimiti: un nome da imparare e ricordare se si va nel nord della Nubia, dove le palme da dattero abbondano. Possiamo tradurre il termine con “moscerini”. Sembra che siano necessari per l’inseminazione della palme da dattero, operazione che in loro assenza dovrebbe essere eseguita manualmente, palma dopo palma. Sono quindi una benedizione per le palme e i datteri, ma una maledizione per gli umani. Piccolissimi (una capocchia di spillo) assalgono l’uomo con una determinazione terribile, a migliaia. Te li trovi negli occhi, nel naso, nelle orecchie, un flagello. Anche le zanzariere da testa che possono salvare dal tormento devono essere speciali e fittissime, quelle normali non servono. L’unica speranza di salvezza è il vento, oppure la sera. Di notte infatti spariscono. Una cosa mai vista. Con grande sforzo provo a fornire una dimensione del problema: considerando una sfera del diametro di un metro, con la mia testa al centro, credo di poter affermare che in tale sfera ce ne fossero tra i 100 e i 200, tutti interessati ad attaccarmi. Per fortuna sono solo fastidiosi e non pericolosi e per fortuna non è sempre così.

Dervisci. Da Wikipedia:col termine derviscio (in persiano e arabo darwīsh, lett. «povero», «monaco mendicante») si indicano i discepoli di alcune confraternite islamiche che, per il loro difficile cammino di ascesi e di salvazione, sono chiamati a distaccarsi nell'animo dalle passioni mondane e, per conseguenza, dai beni e dalle lusinghe del mondo. Si tratta di un termine afferente a molte generiche confraternite islamiche sufi… I dervisci sono asceti che vivono in mistica povertà, simili ai frati mendicanti cristiani. I più celebri sono i “danzanti”. Pretendono di arrivare all’unione diretta con il divino attraverso rituali come danza, musica e l’uso di narcotici”. 
A Khartoum è possibile incontrare questa comunità il venerdì sera prima della preghiera e noi non ci siamo persi l’occasione. La manifestazione si svolgeva nel cimitero nel quale si trova la tomba di Sheikh Hammad el Nil, un predicatore musulmano morto nel 1936 e vi partecipavano diverse centinaia di adepti. C’era musica ad alto volume e molto sincopata che la gente accompagnava con movimenti ritmici del busto e della braccia. Devo dire che la situazione mi coinvolgeva, mi incitava a “buttarmi”, ma non ho osato per non offendere: era evidente che non ero un derviscio, ma un “khavadja”, cioè uno straniero bianco. La maggior parte dei presenti ballava e batteva le mani all’unisono. Si aprivano e si chiudevano tra i fedeli ampi spazi che venivano occupati da piccoli cortei che si formavano e si scioglievano in continuazione. Occhi eccitati e parecchi volti stravolti. Un’esperienza toccante. 



Nonostante l’iconografia classica dei “dervisci danzanti”, erano pochi quelli che roteavano su se stessi, eppure questo sarebbe il modo più diretto per entrare in contatto col dio. Infatti, mi hanno spiegato, la rotazione vorticosa su un piede solo sottopone il corpo alla forza centrifuga che allontanerebbe lo spirito di ognuno di noi dalla verticale che attraversa il nostro corpo dall’alto in basso - a cominciare dalla testa - lasciando un vuoto che, più si rotea, più si allarga ed è in questo vuoto che entra dal cielo lo spirito divino. Un’immagine affascinante. Senza essere troppo invadente ho filmato e fatto foto senza che nessuno avesse qualcosa da obiettare, non me lo sarei aspettato.

Italiani in Sudan. Sono arrivato in possesso di un bel libro: “Italiani in Sudan” (autori: Angeloni e Sabatinelli). Racconta dei viaggi intrapresi dagli italiani verso un paese rimasto per secoli sconosciuto agli occidentali: uomi e donne, esploratori, missionari, mercanti, pellegrini, militari, diplomatici, avventurieri, ingegneri, artigiani, medici, naturalisti, geografi e perfino santi. Per ognuno di loro gli autori hanno ritrovato e riportano storie, imprese straordinarie, avventure impossibili e anche insensate. C’è anche Ferlini, catalogato tra i cercatori di tesori, non l’unico. Quanti sono? Un numero incredibile: 279.



Case nubiane. Seguono un modello che è rimasto inalterato nei secoli, fin dai tempi del regno di Kush. Riserbo e funzionalità sono le loro prerogative. Sono racchiuse entro un ampio muro di cinta che presenta verso l'esterno sobrie e geometriche colorazioni su fondo bianco o tenui colori pastello. L'elemento principale è il portale di ingresso, maestoso e anch'esso dipinto, anzi a volte unico elemento dipinto. La maggior parte sono costruite in banco (un miscuglio di paglia e fango) con i muri arrotondati e modellati a mano. 


Casa nubiana - Sudan

Cominciano ad apparire anche quelle costruite in mattoni, più robuste e durature, ma prive del fascino di quelle antiche. Purtroppo la tinteggiatura (compito esclusivo delle donne) si deteriora con le piogge e ogni anno andrebbe rifatta, ma le difficoltà economiche che il paese ha dovuto affrontare negli ultimi anni ha ridotto le possibilità economiche della gente che ora stenta a ridipingere annualmente le case. A volte quindi muri e portoni risultano per questo motivo alquanto trascurati.  

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