giovedì 21 novembre 2019

Viaggio in MYANMAR (Birmania)

Novizi al monastero Shwenandaw  -
 Mandalay - Myanmar
Paese attraversato: Myanmar (Birmania)
Itinerario: Yangon, Bago, Lago Inle, Kalaw, Kakku, grotta di Pindaya, Mandalay, Inwa, Amarapura, Sagaing, Monywa, Hpo Win Daung Caves, Bagan, Sittwe, Mrauk-U, villaggi Chin e fiume Lemyo, Yangon
Periodo: Novembre-Dicembre 2010
Durata: 4 settimane
Ne parlo nel libroIl Gatto Buddhista

Sette regioni amministrative le cui popolazioni sono composte prevalentemente dai birmani, in aggiunta a sette stati diversi le cui popolazioni sono composte invece prevalentemente da minoranze etniche come quelle degli Shan e dei Karen, le più numerose. Zone e divisioni auto-amministrate diverse rendono il Myanmar un paese molto complicato e in conflitto perenne, come dimostra la recente e drammatica persecuzione dei Rohingya, un gruppo di fede musulmana dello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh.

Questa complicatissima situazione amministrativa si portava dietro un’altrettanta complicata situazione storica e etnica, oltre ad una diversità incredibile di storia, cultura e tradizioni. Un po’ potemmo toccare con mano questa varietà, attraversando un paese che non aveva, e forse non ha, confronti per originalità e differenze.
Anche la chiusura verso il mondo a cui una feroce dittatura militare l’aveva sottoposta negli ultimi decenni, se da una parte aveva condannato il paese ad un’arretratezza economica umiliante, dall’altra l’aveva preservato in buona parte dall’aggressione del capitalismo cialtrone e sfrenato della vicina Cina. Era più facile incontrare per le strade carri trainati da animali (soprattutto zebù) che mezzi a motore. Un fortuna per il viaggiatore e che ormai deve accontentarsi, praticamente ovunque, di realtà trasformate, se non devastate, dal turismo di massa.
Suppongo che poco sia cambiato dal 2010. Spero invece che siano cambiate un po’ le condizioni generali. Allora viaggiare nel paese era un delirio: voli in ritardo di ore, a volta cancellati, compagnie aeree inaffidabili e anche pericolose, insensati adempimenti burocratici, aree vietate agli stranieri, strade pessime…

I gatti saltanti. Sbarcammo nel pomeriggio al monastero di Nga Phe Kyaung, uno splendido edificio costruito tutto in tek a metà del ’700 su centinaia di pali piantati nelle acque del lago Inle. All’interno molti altari sorreggevano statue di Buddha di legno e lacca, alcune con più di cento anni alle spalle, illuminate dalla luce dorata del sole calante.
In un angolo della grande sala che ospitava gli altari dei Buddha vidi una ventina di gatti intenti a trastullarsi, sbadigliare e pisolare. Niente di strano, eravamo nel Monastero dei gatti saltanti. Sembra che negli anni sessanta l’unico monaco rimasto nel monastero, per vincere la solitudine, passasse il tempo ad addestrare alcuni gatti a saltare in un cerchio. Da allora i piccoli felini sono diventati l’attrazione del monastero, forse più della bellezza dei Buddha che custodisce.

All’improvviso, vincendo la naturale pigrizia, si alzarono tutti insieme e si diressero veloci verso una finestra, come ubbidendo a un ordine del re dei gatti. Ma non erano giunti ordini da nessuna autorità felina, solo un monaco che portava la cena. Furono serviti a gruppetti in piccole ciotole e si misero a mangiare di gusto. Da buon felino solitario, terminato il pasto, ognuno s'incamminò lentamente verso un angolo tranquillo della sala a pensare ai fatti suoi. I più romantici fecero un elegante balzo che li portò sui davanzali delle finestre per ammirare il tramonto. Lo stesso tramonto che anch’io potevo intravedere di là dalle loro sagome scure. “Ma sono questi i jumping cats?” mi domandavo.  Certamente no, non potevano essere loro i famosi gatti saltanti.

I gatti saltanti nel monastero Nga Phe Kyang - lago Inle - Myanmar
Continuammo la visita del monastero e dopo mezz’ora una piccola folla di visitatori attirò la mia attenzione: tutti mi davano le spalle e guardavano in basso, davanti ai loro piedi. Li raggiunsi e mi feci largo. Eccoli i gatti saltanti. Erano là.
Erano sei, gli unici a fare qualcosa mentre i loro compagni oziavano poco lontano. Un monaco, inginocchiato a terra, li incitava a saltare in un piccolo cerchio che teneva in mano. Dopo diversi incitamenti, i gatti spiccavano a turno un salto con l’eleganza e la leggerezza dei felini e attraversavano il cerchio. Ero stupito. Io amo moltissimo i gatti e li amo soprattutto per l’abilità che dimostrano di vivere da millenni alle spalle dell’uomo senza dare nulla in cambio, a parte la fantomatica caccia ai topi. Disinteressati a tutto, solitari, indipendenti, nella mia esperienza di padrone di gatti non sono mai riuscito a determinare il loro comportamento. Anche le mie carezze sono sempre state soggette alla loro disponibilità, mai sono dipese da me. In quel momento, vedendo i gatti che saltavano a comando, come ammaestrati, vacillava in me la loro immagine.
Appena atterrati, mi sembrava che i jumping cats guardassero il monaco con sufficienza, come per dire: “Contento?”  In realtà reclamavano la ricompensa, un bocconcino che il monaco offriva loro ad ogni salto con un gesto furtivo. Ah, ecco! Tutto era chiaro. Erano i soliti, indolenti e indisciplinati gatti che avevo sempre conosciuto e che, fatti due conti, consideravano conveniente quel piccolo sforzo in cambio dei graditi bocconcini. Ma senza esagerare, perché avevo notato che nessuno di loro era andato oltre il terzo o il quarto balzo. Va bene saltare un po’ in cambio dei bocconcini, ma non è che si possa saltare da mattina a sera, nemmeno per tutti i bocconcini del mondo.
Evidentemente quella era la giornata dei piccoli felini. Nella mattinata infatti eravamo andati in visita a una fattoria dove allevavano gatti di una razza speciale. Erano burmesi, bellissimi mici a pelo corto, lucido e marrone. La Birmania è il loro paese di origine e alla fattoria li allevavano cercando di preservare pura la razza.

Si fa presto a dire lago (Inle). Se c’è acqua di cui l’occhio non percepisce il fluire (come in un lago) o l’ondeggiare (come nel mare), allora siamo di fronte un lago. Innegabile, tuttavia il lago Inle è molto di più. E’ dove vive il popolo Intha che ha sviluppato un’affascinante cultura e uno stile di vita tutto basato sull’acqua, costruendo case di bambù su palafitte e coltivando prodotti agricoli in giardini galleggianti. Perché gli Intha abbiano deciso di vivere sull’acqua non è chiaro, forse per difendersi da invasioni o a causa di antiche competizioni con i vicini per la terra coltivabile. Sta di fatto che questa gente vive e lavora qui, si sposta solo in barca, pesca lanciando reti e nasse dalla piroghe che guidano per mezzo di un unico remo che governano con una gamba. Non si capisce come ci riescano.


Pescatore Intha su lago Inle - Myanmar
Questi giardini galleggianti sono prodigiosi. Sono essenzialmente isole, lunghissime e larghe circa un metro, costruite dall’uomo e formate da un intreccio di canne e giacinti d’acqua, una pianta invasiva che cresce nel lago. Su questo groviglio si depone il terreno che serve per le coltivazioni. L’isola galleggiante nel tempo perde questo terreno che va a depositarsi sul fondo del lago mettendo a rischio l’isola stessa. Ma il lago è poco profondo, basta ripescarla e rimetterla sull’isola. E il ciclo continua… E’ una buona idea: coltivare prodotti sul lago aumenta la disponibilità di terreno coltivabile, c’è un facile accesso all’acqua, anche nella stagione secca… 

Un sistema geniale che però rischia di avere nel suo successo le ragioni del suo declino. Purtroppo l’aumento della popolazione e il turismo minacciano il lago. Agricoltura e attività umane comportano inquinamento dell’intero ecosistema. Sopravviverà l’Inle? Troppo turismo, sovrapproduzione agricola, uso di pesticidi, fertilizzanti chimici, scarsa manutenzione (le isole hanno una vita breve e quelle più vecchie aumentano la sedimentazione del lago). Qualche tentativo di proteggerlo sembrava venisse messo in campo, speriamo…

I giardini galleggianti del lago Inle - Myanmar
E mentre spero, posso solo ricordare con gioia l’acqua piatta del lago Inle che rifletteva i tramonti infuocati, le case e le palafitte, i pescatori Intha che lanciavano le reti, le barche che correvano da un villaggio all’altro. In lontananza, sulle colline che lo circondano, luccicavano pagode e stupa dorati…

Le donne Padaung. La meravigliosa atmosfera del lago Inle venne un rattristata dalla vista di alcune donne Padaug diventate tristemente famose per la loro abitudine di indossare attorno al collo numerosi anelli. Si portano anche dietro l'offensivo soprannome di "Donne Giraffa".
 Non eravamo interessati a vederle per non assistere a questa tortura e per fortuna provenivano da una regione molto lontana a sud del lago interdetta agli stranieri. Non pensavamo quindi di incontrale, ma per non rinunciare alla fiera delle meraviglie, le autorità Birmane avevano pensato di trasferirne alcune sul lago a disposizione delle macchine fotografiche degli stranieri più numerosi qui che altrove. Un incontro angosciante nel quale ricordo di non essere riuscito nemmeno a capire se ero più turbato dalle due ragazze giovani, con pochi anelli e il collo ancora di proporzioni normali, ma già condannate a un destino atroce o dalle due donne anziane con molte rughe sul viso e molti anelli intorno al collo. Più di venti. Ho potuto costatare le modifiche fisiche provocate dagli anelli di bronzo che portano fin dall'età di 5 anni. Poi incrementati di numero e sostituiti con altri di dimensioni sempre maggiori fino a che la pressione non provoca uno slittamento della clavicola e una compressione della gabbia toracica. Diversamente da quanto può apparire, quindi, non è il collo che si allunga, ma il torace che si abbassa.
Ovviamente non pubblico le loro foto.

La foresta di stupa di Kakku - Myanmar
Una foresta di stupa (Kakku). La strada per arrivarci era lunga anche se molto bella, immersa tra colline e campi coltivati. Non sapevamo se valeva la pena sobbarcarci quella trasferta, ma appena arrivati a Kakku fu chiara la risposta: valeva, sì. Su una collina sorgeva l’incredibile foresta di stupa di 3 o 4 metri di dimensione, perfettamente allineati, prevalentemente bianchi o gialli, alcuni crollati sotto il peso degli anni, altri perfettamente restaurati, delimitati da siepi in fiore. E i turisti? Non c’era nessuno a parte noi, una visita emozionante. Commovente un piccolo edificio con una rara statua del Buddha morto circondato da quelle dei suoi discepoli, la penombra suggeriva al visitatore partecipazione, come se si trattasse di una vera veglia funebre.


Una rara rappresentazione del Buddha Morto - Kakku - Myanmar
Bagan. Ci sono luoghi che conservano per l’umanità resti di antiche civiltà e imperi che impressionano ancora oggi per dimensione, importanza e spettacolarità. Cito Karnak (Egitto), Machu Pichu (Perù), Anghor (Cambogia), Persepolis (Iran), Khajuraho (India), Palmira (Siria), Petra (Giordania). Tra questi non può mancare Bagan, un luogo imperdibile. Uso per dare un’idea le parole dell’UNESCO, di cui è patrimonio:
“Posta su un’ansa del fiume Irrawady, nella pianura centrale del Myanmar, Bagan è un grande luogo sacro (almeno 10 km quadrati) che presenta un ventaglio eccezionale d’arte e architettura buddhista. Composta da sette elementi, conta numerosi templi, stupa, monasteri e luoghi di pellegrinaggio oltre a vestigia archeologiche, affreschi e sculture. Testimonia in modo spettacolare della civilizzazione di Bagan (XI-XIII secolo) quando il sito era la capitale di un impero regionale. Questo insieme d’architettura monumentale riflette l’intensità del fervore religioso di un antico impero buddhista”.
Nei quattro giorni della nostra visita, ho visto in ogni luogo di culto (dal più maestoso al più semplice) secoli di storia fondersi con la vita attuale di un popolo devoto che continua a frequentare i templi ancora oggi, si toglie con rispetto le scarpe all’entrata, prega in ginocchio davanti alle statue del Buddha, fa donazioni ai monaci… Si respirava un’aria serena, pacifica e un po’ rarefatta, solo un po’ infastidita dal vociare delle delegazioni straniere in visita, soprattutto giapponesi.
Purtroppo la rozza giunta militare al potere aveva ristrutturato alcune opere d'arte antiche, templi ed edifici, curandosi poco degli stili architettonici originali, usando materiali moderni incompatibili quelli originali. Questi restauri raffazzonati urtavano la mia sensibilità, ma per fortuna non erano molti. E l’UNESCO stava entrando a Bagan per eseguire i restauri più delicati (soprattutto affreschi), dopo aver patteggiato discretamente la propria presenza con il regime.
Dalle terrazze dei templi più alti potevo (soprattutto al tramonto) assistere ad uno spettacolo unico: le guglie rosse degli edifici che spuntano dalla foresta sullo fondo delle montagne che circondano la valle di Bagan.

Panoramica di Bagan - Myanmar
Non si può pensare di visitare tutta Bagan, ovviamente, ci vorrebbero mesi, tuttavia quelli rimarchevoli sono una cinquantina di cui almeno una ventina non si possono mancare e meritano una vista possibilmente non frettolosa.
Da ultimo un consiglio, anche se non richiesto: dedicate a Bagan, e magari anche a qualche villaggio Bhamar, nascosto tra i templi o nei dintorni, almeno 4 giorni.

Monaci. Non solo nelle campagne, ma anche a Yangon e nelle città principali, si percepiva una tensione religiosa ormai difficilmente riscontrabile altrove. Un milione di monaci su una popolazione di circa cinquanta dimostravano l’importanza della religione buddhista per ogni famiglia birmana. Chiunque può abbracciare la vita monacale per un periodo della sua vita per ritornare poi alla vita laica. Per questo il monaci, di ogni età, vestiti di una sola tunica ocra, si incontravano ovunque, soprattutto al mattino quando andavano in giro per la questua dalla quale ricavavano il loro unico sostentamento. 


Giovani monaci alla questua giornaliera - Bagan - Myanmar
Non pensiamo che chiedessero la carità, non erano mendicanti, nei monasteri di lavora e si studia, erano religiosi che ricevevano un profondo rispetto dalla popolazione ed esercitavano un diritto riconosciuto perché è compito della comunità provvedere al loro sostentamento. E infatti era raro che la gente non offrisse qualcosa da mangiare, soprattutto riso bollito. Per quanto potesse essere invadente, assistere alla distribuzione del cibo nei monasteri, quando i monaci si presentavano al tavolo dove la loro ciotola veniva riempita di riso, rimaneva un’esperienza toccante.
Comunque, ripeto: era il numero a sorprendere. Sarebbe come se a Bologna incontrassimo per le strade 7/8.000 monaci ogni giorno.
Per dare un’idea dell’importanza e del ruolo che i monaci rivestono nella società birmana riporto questo aneddoto. Fummo invitati alla festa per il noviziato del figlio minore di una famiglia in procinto di entrare in monastero. Alla festa, oltre a noi, tutto il piccolo villaggio sul lago Inle era stato invitato. L’orgoglio di quella famiglia, l’onore che le veniva riservato da amici e parenti, le offerte in denaro dei vicini di casa erano commoventi.

Lamine d’oro. Il Myanmar è ricco d’oro e l’oro è abbondante ed evidentemente abbastanza a buon mercato, perché tutto il giallo che luccica nel paese è oro. Intendo ovviamente il giallo che luccica dove è importante: templi, pagode, stupa, statue del Buddha. Una forma di devozione religiosa che quasi tutti rispettavano era quella di applicare ai luoghi e agli oggetti di culto una piccola lamina d’oro. Piccole e così sottili da non poterne nemmeno percepire lo spessore, non dico con le dita, ma forse nemmeno con un calibro (dato tecnico: il calibro misura un decimo, un ventesimo, un cinquantesimo o un centesimo di mm). Una pratica tanto comune che ho visto statue del Buddha che avevano perso la forma umana di partenza, ormai trasformate in oggetti indefiniti tante erano le lamini d’oro appiccicate su di esse una sull’altra. E dove si trovavano queste lamine? Esistevano delle “fabbriche” apposite che le producevano e ho visto come lavoravano. Il processo produttivo era geniale, ma costava molta fatica. Solo per i più giovani. Funzionava così.


faticosa produzione delle lamine d'oro - Mandalay - Myanmar
Si metteva una piccola quantità d’oro in un involucro di cuoio (come una moneta in un portafoglio). I battitori (tutti giovanissimi) appoggiavano l’involucro su un sasso a terra tra i loro piedi e con una mazza di legno lo battevano con cadenza regolare. Colpo dopo colpo la pepita si appiattiva. Si lavorava in piedi e non bastava la forza delle braccia, occorreva aggiungere quella che può garantire un secco colpo di reni, quindi ad ogni colpo occorreva flettere con violenza la schiena: un lavoro massacrante. Tanto massacrante che ogni quarto circa i lavoranti dovevano fare un intervallo. Di quanto tempo? Anche per misurare il tempo di riposo usavano un sistema originale e preciso. Sulla superficie dell’acqua di una bacinella che tenevano al loro fianco facevano galleggiare un contenitore con un piccolo foro sul fondo. L’acqua entrava lentamente dal foro e a poco a poco riempiva il contenitore (se ricordo bene, circa 5 minuti). Quando questo affondava l’intervallo era finito e si ricominciava a colpire. L’oro è duro: per passare dalla pepita al foglio sottilissimo servivano moltissimi colpi. Incredibile, eppure posso testimoniare che funzionava. Ma a che prezzo!

Mrauk-U. Arrivarci via terra era praticamente impossibile, l’unica possibilità era l’aereo da Yangon a Sittwe e da qui mezza giornata di navigazione sul fiume Kaladan fino agli stupefacenti templi di Mrauk-U, una “piccola” Bagan. Arrivarci è scomodo, i viaggi organizzati standard di solito evitano la trasferta, ma vale decisamente la pena, anche per il limitato numero di turisti che si incontrano. Una settantina di templi, stupa ben conservati, resti di palazzi e mura. Come a Bagan non si possono vistare tutti, ma sette/otto sono imperdibili, anche perché sono di foggia molto diversa da quelli che si incontrano altrove. Datati qualche secolo dopo Bagan, i templi di Mrauk-U sono bassi e tozzi, hanno una struttura massiccia e scura, si vede che erano templi-fortezza. Gli stupa hanno una forma a campana e non presentano le guglie classiche. Un mondo diverso. Piccole finestre lasciano entrare poca luce e poca aria nei templi; dalla penombra dei corridoi e della gallerie interne emergono centinaia di enigmatici sorrisi delle statue e dei bassorilievi del Buddha. 


Tempio Shittaung - Mrauk-U - Myanmar
Tra una visita e l’altra attraversavamo campi ben coltivati e le consuete scene “bucoliche” dei contadini al lavoro e donne con grandi anelli di metallo inseriti nei lobi delle orecchie. Una vista a Mrauk-U dovrebbe concludersi assistendo al tramonto sulla terrazza di un tempio, uno spettacolo affascinante. Noi scegliemmo l’Haritaug. Si vedevano le colline coperte dalla foresta sotto la quale si intuiva che sorgevano le case di bambù del villaggio. Le denunciavano le voci e i rumori smorzati che ci arrivavano e il fumo dei fuochi delle cucine che si spandeva tra le colline come nebbia. Il sole infuocato calava di fronte ai nostri occhi arrossando i templi e gli stupa che si perdevano a perdita d’occhio.

Isole a motore. Le isole possono essere molto diverse tra loro, ma di sicuro stanno ferme in mezzo al mare. In Myanmar invece, risalendo la corrente sul fiume Lemyo verso lo stati Chin, si incontravano isole che si muovevano, navigavano. Erano isole di enormi agglomerati di canne di bambù che veniva tagliato a nord e doveva andare al sud, verso il mare per essere imbarcato. Un viaggio di circa una settimana. Come fare a fronte di assenza di strade decenti? Si intrecciavano tra loro le canne di bambù fino a costruire delle isole (delle zattere, in realtà) anche lunghe 100 metri e si lasciavano scivolare a valle sulla corrente del fiume. In problema era che andavano governate, pilotate per evitare che si arenassero in qualche ansa o si schiantassero sulla riva. Allo scopo c’era dei “piloti” che abitavano per tutto il viaggio sulle isole stesse, dove montavano delle tende per la notte, cucinavano, facevano cioè la loro vita controllando il procedere della navigazione. 


Una isola/chiatta di bambù scende lungo il fiume Lemyo - Myanmar
Come un traghetto anche queste isole/zattere dovevano poter manovrare e ogni tanto attraccare alla riva: in diversi punti della zattera venivano allora applicati dei motori fuori bordo che la spingevano nelle direzioni volute. I “piloti” ogni tanto scendevano a terra: in questi casi bastava dare gas ai motori interessati e spingere l’isola verso riva. Vedevamo i “piloti” balzare a terra, inforcare bici e moto e andare verso un villaggio, magari per fare la spesa. Le bici e le moto poi le vedevamo parcheggiate sulla isole di bambù accanto alle loro tende.

I villaggi Chin. Un giorno di navigazione ci portò da Myauk-U ai villaggi Chin, altra “trasferta” altamente consigliabile. Lo stato Chin è uno dei sette già menzionati, uno dei più remoti e forse più autentici, al confine con l’India e il Bangladesh. La vita sul fiume è sempre affascinante e anche quel giorno non si smentì. Sorprendevano la grandi vele colorate delle chiatte che trasportavano di tutto. Pescatori, agricoltori erano indaffarati nella abituali attività, mentre i bambini giocavano e nuotavano nel fiume e le donne attingevano acqua con brocche di metallo che scintillavano al sole: sembravano d’argento. Villaggi con case di bambù e foglie di banana, materiali che tengono a bada l’umidità. 


Una delle ultime donne tatuate - villaggi Chin - Myanmar
Incontravamo solo donne: bambini a scuola e uomini al lavoro nella foresta.
Alcune di esse, le più anziane, mostravano tatuaggi al volto, leggeri, non molto invadenti. Un’usanza che ormai andava scomparendo. Indossavano eleganti coperte di cotone che tessevano loro stesse e ornamenti di rame e ottone.
Come sempre gentilezza nei nostri confronti e, da parte nostra, una consistente donazione per la scuola.


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