mercoledì 1 gennaio 2020

RACCONTO: L'ultima città nascosta

(tratto dal mio libro: IL GATTO BUDDHISTA)

Per gentile concessione dell'editore POLARIS

Ti sembrerà strano, mio Signore, ma a Wieliczka non splende mai il sole e la città è immersa in una notte perenne. E’ sempre stato così fin da quando si cominciò a costruirla.
Il fatto sconcertante è che non ci fu un evento infausto o un cataclisma che un giorno maledetto abbia spento la luce e precipitato la città nel buio. No, perché già dall’inizio gli abitanti costruirono le prime abitazioni sotto terra, al bagliore delle lampade e, sempre al buio, anno dopo anno allargarono la città costruendo altre strade e altre abitazioni. Quando i confini furono troppo larghi pensarono che, per meglio difendere la città dagli assalti dei nemici, fosse preferibile procedere con le nuove costruzioni su un secondo piano, poi su un terzo e così via.

Camminando per le strade si nota che sono molto anguste e strette, quasi che i muratori, i carpentieri e i capomastri fondatori non abbiano voluto sprecare spazio per qualcosa di utile solo per spostarsi da un posto all’altro. E poiché evidentemente hanno ritenuto improbabile che molte persone possano desiderare di andare tutte insieme in un unico luogo, hanno limitato lo spazio riservato agli spostamenti della gente.  Sulle strade c’è da aggiungere che raramente si snodano in piano, quasi tutte salgono o scendono, scavalcano laghetti e superano ostacoli di natura diversa.
Se passiamo alle abitazioni, diciamo che sono essenziali e poco orientate al lusso, alquanto semplici, alcune squadrate, altre ovali, alcune basse, altre molto alte. Quelle che più colpiscono sono le abitazioni ovali. Guardando verso il soffitto sembra che le intenzioni dei progettisti abbiano teso più all’altezza che all’ampiezza, senza prevedere linee rette o angoli, come a voler suggerire a chi vi abita l’idea di vivere dentro a un immenso uovo. Ma nel tempo in alcune di esse l’ardita progettazione ha minacciato possibili crolli, costringendo gli abitanti a sistemare al loro interno complicate impalcature di legno per puntellare le volte.
Alla fioca luce delle lampade a olio stupisce lo scintillio che proviene dalle pareti e dal suolo, dove brillano miriadi di minuscoli cristalli di luce. Questa è la stupefacente particolarità di Wieliczka, mio Signore. E’ tutta costruita nel sale e col sale! Abitazioni, strade, tutto è di sale.
Gran Khan, di Wieliczka mi sono fatto l’idea che fosse una città santa o che gli abitanti fossero molto religiosi, perché ho incontrato chiese, cappelle e statue di santi in numero superiore al consueto. Parlo al passato perché un’altra caratteristica che mi ha colpito della città è che ormai non ci vive più nessuno. Ormai è una città abbandonata. Per le strade si aggirano solo gli stranieri in visita. Forse vivere alla luce delle lampade per tutta la vita è sembrato troppo duro e alla fine gli abitanti hanno preferito abbandonare la città e, se necessario, affrontare i nemici in campo aperto, ma almeno vedere il sole. Questa è un’ipotesi. Ma si può anche pensare ad un sortilegio, altrimenti non si spiegherebbe la presenza lungo le strade di persone, non molte per la verità, ferme in atteggiamenti rigidi. Guardandole meglio, però, si scopre che anch’esse sono di sale, tutte inchiodate nel sale, come la moglie di Lot.[1] Ritengo pertanto che gli abitanti della città nascosta, per qualche motivo a noi sconosciuto, abbiano cominciato essi stessi a diventare salini e che quelli che ancora erano di carne e ossa siano fuggiti finché erano in tempo. Può anche essere che, esauritosi il sortilegio, possano un giorno ritornare.
Di certo a Wieliczka vivevano molti artisti che hanno lasciato opere insigni. Che tra loro ci fossero pittori è impossibile, perché non si incontrano affreschi o icone. E infatti, com’è noto, è difficile dipingere sul sale, troppo friabile. Per questo rinunciarono alla pittura, ma coltivarono l’architettura e la scultura e in queste diventarono maestri. Nella grande cattedrale di sale che sorge al centro della città, di per sé una mirabile opera d’arte, scolpirono altari straordinari e lampadari la cui fattezza ed eleganza potremmo invidiare anche noi Veneziani. Incisero bassorilievi di sorprendente bellezza e grazia e non avevano a disposizione che sale, solo sale.
Di tutte le Città Nascoste, mio Signore, garantisco che Wieliczka è la più mirabile e la più sorprendente.
Marco Polo, ambasciatore di Kublai Khan, Imperatore della Cina

In piedi al centro della navata, dopo aver camminato per qualche ora senza attraversare due volte gli stessi ambienti, cominciai a rendermi conto delle dimensioni della miniera. Mi fecero pensare a una città, una città nascosta. E mi riportarono alla memoria altre cinque città nascoste: Olinda, Raissa, Sibilla, Teodora e Berenice, che rappresentano solo una parte delle cinquantacinque Città Invisibili[2] che Italo Calvino immagina descritte da Marco Polo all’imperatore Kublai Khan. Hanno tutte amabili nomi di donna, armoniosi, dolci alla pronuncia e all’ascolto: Diomira, Isidora, Dorotea e Zaira, Anastasia e Isaura. Difficili da individuare, sfuggenti e impalpabili, anche se sorgono di fronte ai nostri occhi. Come Argia, che ha terra al posto dell’aria, dove “le vie sono completamente interrate e le stanze sono piene di argilla fino al soffitto.”
Delle Città Nascoste Marco descrive le case e gli abitanti, ne esalta le peculiarità più potenti, quelle eccellenti. Come fa con Olinda, la più stupefacente di tutte, che cresce per cerchi concentrici che si espandono e si allargano, ma i nuovi quartieri non sorgono in periferia attorno a quelli antichi. Spuntano invece al centro della città come funghi in un’aiuola e spingono quelli vecchi lontano, verso la periferia.
Così, insieme con lo stupore, nacque in me la curiosità di immaginare come il viaggiatore veneziano avrebbe potuto descrivere a Kublai Khan la sesta e ultima città nascosta, Wieliczka. Se avesse voluto chiudere le sue favolose cronistorie con questa, che parole avrebbe usato? Immaginai quelle che aprono questo racconto.

Wieliczka al nostro arrivo si era presentato per quello che era: un paesone buttato nella campagna polacca a nord-ovest di Cracovia. Alla tristezza dei paesi dell’Est prima della caduta del Muro, quel giorno si aggiungeva la malinconia di un pomeriggio di gennaio freddo e nebbioso. Non era la piccola città polacca l’oggetto della nostra visita, ma la miniera di sale che porta lo stesso nome e che sprofonda sotto terra, su nove piani sovrapposti, proprio sotto le sue case.
La miniera vanta una storia antichissima, il sale è stato strappato dalle sue viscere dal tredicesimo fino al secolo scorso. Le dimensioni sono molto vaste e comprendono corridoi, gallerie, grotte e laghi sotterranei che si estendono in ogni direzione per chilometri, fino a trecento metri sotto terra.
Nella visita avevamo percorso anguste gallerie, attraversato ponti di legno gettati su pozzi e laghi sotterranei, salito e disceso ripide scale per sbucare in ampi ambienti dalle forme più diverse. E poi sale, sale e ancora sale.
Sotto il suolo di Wieliczka il sale, o meglio il salgemma, si trova in grandi conglomerati simili a grandi ‘bolle’ nelle quali i minatori penetravano svuotandole dall’interno del loro materiale e creando caverne di tutte le dimensioni. Ma non potevano estrarne tutto il minerale per evitare il rischio che il terreno sovrastante franasse e con esso la città che c’era sopra. E per questo, per evitare i crolli, molte caverne e corridoi avevano i soffitti rivestiti, anzi puntellati, da enormi impalcature di legno. Con tutto quelle travi di legno intorno, in alcuni momenti mi era sembrato di essere in una baita di montagna più che in una miniera sotterranea.
Avevamo incontrato pozzi e gallerie man mano che eravamo scesi verso il basso. Ogni ambiente ci aveva mostrato una struttura particolare, creata dalle conformazioni che l’agglomerato del salgemma aveva assunto nei millenni. I minatori non si erano limitati a scavare il minerale, ma avevano riempito anche i vuoti che nel frattempo creavano e ad ognuno avevano assegnato un destino speciale. Non avevano lasciato che i grandi vuoti rimanessero sciatte caverne, buchi dove mancava qualcosa, ma approntarono ambienti arredati con opere d’arte, come se avessero voluto ricompensare la terra per il furto del salgemma. Sculture, bassorilievi, busti di santi, sovrani e uomini illustri erano esposti con gusto e attenzione lungo le gallerie e nelle sale. C’erano gruppi scultorei che rappresentavano scene di vita e di lavoro nella miniera o antiche leggende. In aggiunta erano state scavate e scolpite anche molte cappelle. Il lavoro del minatore è sempre stato duro e pericoloso, dalla creazione della prima galleria fino a quando la miniera ha cessato l’attività. Per i minatori scendere nelle viscere della terra era ogni giorno una sfida alla morte ed é facile pensare che la loro fede in Dio e nei Santi potesse manifestarsi scolpendo statue e cappelle con paziente dedizione. E più le opere manifestavano pregio artistico, più gli autori si auguravano di acquisire nei cieli meriti speciali che potessero salvar loro la vita un giorno in più.
Avevamo scoperto che in passato viaggiatori più illustri di noi ci avevano preceduto nella visita. Nella grotta a lui dedicata avevamo incontrato una grande statua di sale di Niccolò Copernico, scolpito nell’atto di scrutare cieli lontani.
Ci eravamo imbattuti anche in molte attrezzature e strumenti usati dai minatori, alcuni presentati in teche e diorami, altri abbandonati in un angolo e rimasti là per secoli. La guida ci aveva spiegato che era facile calcolarne l’età dall’altezza delle incrostazioni di salgemma che li avevano ricoperti. La velocità di formazione del sale nella miniera di Wieliczka è nota, per cui bastava un semplice calcolo. Ricordo un piccone che aveva superato i duecento anni di vita bloccato dalle incrostazioni nella medesima posizione. Quando nel tempo lo stillicidio di acqua e di salgemma non era caduto su un attrezzo o su un’impalcatura di supporto alla volta, ma aveva avuto la libertà di svilupparsi secondo le leggi della natura, aveva creato candide stalattiti e stalagmiti.

Ufficialmente è la cappella di Santa Kinga, o Kunegonda, patrona della Polonia. Io preferisco chiamarla cattedrale per le dimensioni e per il livello artistico che in essa gli scultori hanno saputo esprimere. E’ il tempio sotterraneo più grandioso e ricco nel suo genere. Immaginai che prima di abbandonare quella vita da topi per fuggire verso destini più umani, i minatori avessero voluto innalzare al cielo il loro gloria a Dio e avessero scavato, eretto, costruito, scolpito, modellato e intagliato la meravigliosa cattedrale di sale che sorge nel fondo della miniera, un inno al Paradiso nel cuore dell’Inferno. Eleganti bassorilievi scolpiti sulle pareti illustravano scene del Nuovo Testamento. La cattedrale era rischiarata da splendidi lampadari di sale. Tutto l’arredo era scolpito nel sale, anche il pavimento e l’altare.

In piedi, al centro della cattedrale, non mi sentivo soffocare come, penso, gli abitanti di Argia che - racconta Marco - ha terra al posto dell’aria. Là sotto non c’erano finestre alle pareti e nemmeno vetrate colorate, ma non ce n’era bisogno. La luce che non arrivava da fuori arrivava da dentro, molto più chiara e scintillante di quella diffusa dalle deboli lampade della navata. E mi bastava per immaginare la cattedrale dall’esterno, con le guglie, i contrafforti, i portali e le grondaie. Era la luce, per chi avesse saputo coglierla, emanata da chi nella miniera aveva sputato sangue e perduto a volte la vita.
Gli spiriti dei vecchi minatori aleggiavano ancora tra gli altari e i bassorilievi, attorno alle statue di sale che avevano scolpito nei momenti di riposo e nell’aria immobile della cattedrale. Balenavano negli infiniti riflessi che rimbalzavano tra i cristalli di sale delle pareti e dei lampadari appesi al soffitto. Riflessi che vedevo accendersi e spegnersi ad ogni passo, come lucciole in una notte d’estate.
Guardavo in alto e mi sembrava di vederli, quegli spiriti, librarsi verso la volta della navata. Ed io con loro. E appena sfiorata, la volta si apriva con dolcezza al nostro passaggio e noi salivamo senza sforzo e senza paura, su su, nel cielo della cattedrale fatto di terra, attraverso le sale e i maledetti cunicoli della miniera, su su, sempre più lontani dalle tenebre e dalla sofferenza, su su, liberi e leggeri. Per tornare al mondo e alla vita e per scoprire, come Ciàula,[3] che fuori c’era la luna.


Wieliczka, Polonia, gennaio 1978



[1] Durante la fuga da Sodoma e Gomorra, quando Dio decise di distruggerle per punirle, la moglie di Lot, per aver contravvenuto all'ordine di non voltarsi a guardare, fu tramutata in una statua di sale. (Wikipedia)
[2] Italo Calvino pubblicò il romanzo Le città invisibili nel 1972.
[3] Ciàula é il protagonista di Ciàula scopre la luna, una novella di Luigi Pirandello.


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