domenica 17 maggio 2026

RACCONTO: Fernando

(Tratto dal mio libro: IL GATTO BUDDHISTA)

Per gentile concessione dell'editore POLARIS

Non sembrava esistessero ragioni per raggiungere Resistencia, confinata nel nord dell’Argentina e capoluogo del Chaco, una provincia fra le più povere dell’Argenina. Poco più a nord corre il confine con il Paraguay. A est il Paranà, fiume già enorme a più di mille chilometri dalla foce, la separa dalla statale 12 che collega Buenos Aires alle missioni gesuitiche, a Puerto Iguazù e alle famose cascate. A ovest si estende l’immensa foresta del Gran Chaco.

Non sembrava esistessero ragioni per fermarsi a Resistencia, pensavamo, invece la città si dimostrò vivace e accogliente, molto verde e ordinata. Al turista convenzionale non ha molte attrazioni da offrire, ma la prospettiva cambia quando si scopre che Resistencia si caratterizza, ufficialmente, come la Città delle sculture.  Perché ogni due anni, a luglio, vi si tiene la Bienal Internacional de Esculturas. Per l’occasione vi giungono artisti da ogni parte dell’Argentina e anche dall’estero. Quando la manifestazione chiude, poche delle loro opere vengono raccolte nel Museo de Escultura o in qualche altro luogo ad esse destinato. Ormai sono troppo numerose. Di solito rimangono sui marciapiedi e nelle piazze della città che proprio per questo viene chiamata La Città delle sculture.

Sono abituato a considerare una scultura come un elemento complementare al luogo nel quale si colloca, ad esempio il centro di una piazza, e funzionale ad esso, poco più di una fontana o di una panchina. Anche i piedistalli, quasi sempre così esagerati e roboanti, che sorreggono vittorie alate, eroi morenti, patrie e madri con le vesti stracciate e i capelli al vento, contribuiscono a tenerle lontane da me e a renderle in fondo estranee al mio interesse. Al contrario, le statue di Resistencia non commemorano eroi o fatti gloriosi, sono variegate espressioni di artisti che ogni due anni passano di là lasciando una traccia della loro arte. E il loro numero non mi consentiva certo di sentirle estranee, perché sono ormai più di cinquecento. E cinquecento sculture nel centro di una città di medie dimensioni significano presenza costante in ogni angolo di strada. Diventano una componente ineludibile del panorama cittadino e dove c’è gente ci sono sculture e dove ci sono sculture c’è gente. Discrete e silenziose invecchiano tra persone che vanno e vengono ormai abituate alla loro presenza.

Nessuno a Resistencia, se non forestiero, va ‘a cercare le sculture’, perché ne incontra decine solo andando a scuola o al lavoro, andando a fare la spesa o passeggiando per le strade. Se due innamorati si baciano su una panchina, lo fanno probabilmente sotto gli occhi benevoli di una statua e non se ne preoccupano, perché anch’esse sono ormai diventate compagne di vita. Ho notato una signora appoggiare la giacca sulla spalla di un busto che le sorrideva accanto e che sembrava felice di svolgere per lei questo servizio. Appena arrivati a Resistencia, fra tutte le statue che la città mette in mostra, andai a cercare quella di Fernando. Conoscevo già la sua storia, ma volevo riviverla nei luoghi che lui aveva frequentato.

Fernando arrivò chissà come a Resistencia nel 1951 e, forse senza averlo scelto, vi trascorse tutta la vita. Era un vagabondo senza tetto né legge che trascorreva senza fretta le sue giornate per le vie della città. Amichevole con tutti, impose lentamente la sua presenza, vagabondando per le strade del centro. A poco a poco la gente cominciò a conoscerlo e a ben volerlo, perché non recava fastidio, anzi era sempre ben disposto e socievole. Nella città delle sculture e degli artisti forse la gente vedeva in lui l’hippy che tutti vorremmo essere, sciolto da vincoli e costrizioni, libero come l’aria che respirava. Se era amico di tutti, era perché tutti si erano guadagnati la sua amicizia, perché Fernando era umile e povero, come tutti i randagi, ma non servile e difendeva con orgoglio la sua dignità. Era lui a scegliere gli amici e a farsi scegliere da loro. Tutti erano benevoli con lui e lo aiutavano, chi offrendogli cibo, chi curandolo quando stava male.

Era tardo pomeriggio e trascorsi un po’ di tempo al cospetto della statua che lo scultore Vìctor Marchese gli ha dedicato. I passanti si affrettavano per le ultime incombenze prima di tornare a casa, camminavano verso le fermate degli autobus e scivolavano svelti accanto alla sua statua. E notavo che quasi tutti trovavano il tempo di lanciargli uno sguardo anche se avevano premura e qualcuno aggiungeva un leggero sorriso. Tra loro non c’erano molti vecchi, che forse avevano conosciuto Fernando di persona, in maggior parte erano giovani e meno giovani che erano nati molti anni dopo la sua morte.

Una signora di passaggio gli sfiorò la spalla con una leggera carezza. Andai a osservare la statua da vicino. Negli anni la carezza della signora non era stata l’unica. Il bronzo era scurito dal tempo, ma sulla spalla di Fernando luccicava una chiazza liscia e di colore più chiaro, levigata giorno dopo giorno dalle carezze della gente. Una statua e un milione di carezze per un senzatetto, un barbone sconosciuto chiamato Fernando dalla città che gli aveva garantito la sopravvivenza e che lo ricordava ancora con affetto a decenni dalla morte. C’era da pensare… c’era da pensare alle volte in cui avevo incontrato con disattenzione, o addirittura con fastidio, qualcuno che non aveva da mangiare o dove dormire, da pensare alle volte in cui, se anche avevo aiutato qualcuno, l’avevo fatto con la presunzione di non potermi aspettare nulla in cambio. Invece a Resistencia avevano dato tanto a Fernando e altrettanto avevano ricevuto in affetto e simpatia. Lo dimostravano quella statua e quelle carezze.

A Resistencia, al 350 di calle Almirante Brown, ha sede il Fogòn del los Arrieros,[1] un museo, un’osteria, un circolo culturale, una galleria d’arte e non so cos’altro. Fu aperto pochi anni prima dell’arrivo di Fernando in città ed è frequentato da allora da artisti, poeti e scultori, intellettuali e pensatori e nel tempo ha raccolto nelle sue sale opere di ogni genere, frutto di tutte le arti del mondo mischiate tra loro. Un cenacolo artistico pieno di quadri, ricordi, manifesti, strumenti musicali, vasi e bottiglie, vecchie foto, pensieri e poesie scritte sui muri, molte di autori a me sconosciuti, alcune di Borges e di Rafael Alberti. Come questa, incisa su una lastra di marmo, perché si conservi nel tempo la forza che emana contro la guerra:[2]

Creemos el hombre nuevo cantando,
el hombre nuevo de España cantando,
el hombre nuevo del mundo cantando.
Canto esta noche de estrellas
en que estoy solo y desterrado.
Pero en la tierra no hay nadie
que esté solo si está cantando.
Al árbol lo acompañan las hojas
y si está seco ya no es árbol;
al pájaro, el viento, las nubes,
y si está mudo ya no es pájaro.
Al mar lo acompañan las olas
y su canto alegres los barcos,
al fuego, las llamas, las chispas
y hasta las sombras cuando es alto.
Nada hay solitario en la tierra
creemos el hombre nuevo cantando.[3]

Non credo che occorra aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti per diventare membri del Fogòn, basta attenersi all’invito che campeggia accanto all’ingresso:

Si has de agregar una sonrisa al vino

y a la sal que te ofrece nuestra casa

detén pasajero tu camino

abre la puerta sin llamar y pasa.[4]

O forse basta essere saggi come Juan, il nonno dell’autista che ci accompagnò alle missioni gesuitiche del Paraguay. Ci raccontò che suo nonno aveva trascorso gli ultimi tempi della sua vita – era morto a centotre anni – osservando in silenzio il mondo attorno a sé.

“Come stai, Juan?” gli chiedevano. 

“Bene” rispondeva il vecchio.

“Cosa stai facendo?”

“Mi godo la mia ricchezza.”

“E quale è la tua ricchezza?”

“Il tempo.”

Sembrava non facesse nulla tutto il giorno nonno Juan, invece praticava la saggezza, l’arte più difficile. E per questo suo talento credo che avrebbe meritato un posto d’onore al Fogòn.

Gli artisti non sono mattinieri e verso mezzogiorno dovemmo bussare a lungo prima che qualcuno venisse ad aprirci la porta, forse perché sospettava che non avessimo da “agregar una sonrisa al vino.” Era l’ambiente che non ti aspetteresti di trovare in una piccola città della provincia argentina: scale e balaustre, pareti tappezzate di quadri e manifesti, un giardino zeppo di opere d’arte e un bar, ovviamente chiuso data l’ora, che ricordava i bistrot che si potevano trovare un tempo nella periferia di Parigi. Ed era l’ambiente che amava frequentare anche Fernando, amico degli artisti del Fogòn che ricambiavano la sua amicizia con l’affetto riservato a uno di loro. Pure Fernando era infatti a modo suo un artista e spesso accompagnava un cantante d’orchestra ai suoi spettacoli.

La vita del randagio è dura a Resistencia, anche se non fa freddo nemmeno d’inverno e alla lunga minò la salute di Fernando.

A Bologna non esiste Piazza Grande, c’è Piazza Maggiore. Eppure il bolognesissimo Lucio Dalla ha intitolato ‘Piazza Grande’ il suo inno ai senza fissa dimora. E forse per questo a Bologna si chiama ‘Piazza Grande’ anche l’associazione che aiuta chi per necessità o per scelta vive in strada.

E se non ci sarà più gente come me
voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me attorno a me.

Lucio non è morto in Piazza Grande, anzi Maggiore, ma Fernando sì. La Piazza Grande di Resistencia si chiama Plaza 25 de Mayo e là Fernando terminò la sua vita raminga il 28 maggio del 1963. La città visse coralmente e con profondo dolore la sua morte e partecipò in massa al suo funerale. Fernando in città aveva molti amici che non vollero che venisse sepolto in un luogo qualsiasi, ma davanti al Fogòn del los Arrieros che lui frequentava assiduamente. E così fu. L’incredibile di questa storia è che la tomba di Fernando si trova ancora oggi, a lato del marciapiedi, tra la porta d’ingresso del Fogòn e la Calle Almirante Brown. A indicarla c’è un’altra statua, anche questa di Vìctor Marchese, con su scolpite tenere parole: ‘A Fernando… che vagando per le strade della città suscitò in un’infinità di cuori un dolce sentimento.’

Gli aneddoti sulla vita e la morte di Fernando sono tanti, alcuni veri, altri esagerati, altri ancora inventati dall’affetto che la gente di Resistencia riversò su di lui, ma questa storia è vera e documentata. Mi è parsa tanto straordinaria che ho voluto raccontarla e al racconto nulla voglio togliere e nulla devo aggiungere, se non che Fernando era un cane.


[1] Fogòn del los Arrieros significa “Focolare dei mulattieri.”

[2] Poesia composta da Rafael Alberti durante la guerra civile spagnola e ripresa dagli Inti Illimani in seguito al golpe cileno di Pinochet.

[3] “Creiamo l’uomo nuovo cantando, l’uomo nuovo di Spagna cantando, l’uomo nuovo del mondo cantando. Canto questa notte stellata perché sono solo ed esiliato. Però sulla terra non c’è nessuno che sia solo se sta cantando. L’albero lo accompagnano le foglie e se è secco allora non è un albero; l’uccello, il vento, le nuvole e se è muto allora non è un uccello. Il mare lo accompagnano le onde e il suo canto allegre le navi, il fuoco le fiamme, le scintille e perfino le ombre quando è grande. Non c’è nulla di solitario sulla terra creiamo l’uomo nuovo cantando.”

[4] “Se vuoi aggiungere un sorriso al vino e al sale che ti offre la nostra casa, ferma o viandante il tuo cammino, apri la porta senza suonare ed entra.”

Resistencia, Chaco, Argentina, aprile 2012


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