(Tratto dal mio libro: IL GATTO BUDDHISTA)
Per gentile concessione dell'editore POLARIS
Non sembrava esistessero ragioni per raggiungere Resistencia, confinata nel nord dell’Argentina e capoluogo del Chaco, una provincia fra le più povere dell’Argenina. Poco più a nord corre il confine con il Paraguay. A est il Paranà, fiume già enorme a più di mille chilometri dalla foce, la separa dalla statale 12 che collega Buenos Aires alle missioni gesuitiche, a Puerto Iguazù e alle famose cascate. A ovest si estende l’immensa foresta del Gran Chaco.
Non sembrava esistessero ragioni per fermarsi a Resistencia, pensavamo, invece la città si dimostrò vivace e accogliente, molto verde e ordinata. Al turista convenzionale non ha molte attrazioni da offrire, ma la prospettiva cambia quando si scopre che Resistencia si caratterizza, ufficialmente, come la Città delle sculture. Perché ogni due anni, a luglio, vi si tiene la Bienal Internacional de Esculturas. Per l’occasione vi giungono artisti da ogni parte dell’Argentina e anche dall’estero. Quando la manifestazione chiude, poche delle loro opere vengono raccolte nel Museo de Escultura o in qualche altro luogo ad esse destinato. Ormai sono troppo numerose. Di solito rimangono sui marciapiedi e nelle piazze della città che proprio per questo viene chiamata La Città delle sculture.
Nessuno a Resistencia, se non
forestiero, va ‘a cercare le sculture’, perché ne incontra decine solo andando
a scuola o al lavoro, andando a fare la spesa o passeggiando per le strade. Se
due innamorati si baciano su una panchina, lo fanno probabilmente sotto gli
occhi benevoli di una statua e non se ne preoccupano, perché anch’esse sono ormai
diventate compagne di vita. Ho notato una signora appoggiare la giacca sulla
spalla di un busto che le sorrideva accanto e che sembrava felice di svolgere
per lei questo servizio. Appena arrivati a Resistencia, fra tutte le statue che
la città mette in mostra, andai a cercare quella di Fernando. Conoscevo già la
sua storia, ma volevo riviverla nei luoghi che lui aveva frequentato.
Fernando arrivò chissà come a
Resistencia nel 1951 e, forse senza averlo scelto, vi trascorse tutta la vita.
Era un vagabondo senza tetto né legge
che trascorreva senza fretta le sue giornate per le vie della città. Amichevole
con tutti, impose lentamente la sua presenza, vagabondando per le strade del centro.
A poco a poco la gente cominciò a conoscerlo e a ben volerlo, perché non recava
fastidio, anzi era sempre ben disposto e socievole. Nella città delle sculture
e degli artisti forse la gente vedeva in lui l’hippy che tutti vorremmo essere, sciolto da vincoli e costrizioni,
libero come l’aria che respirava. Se era amico di tutti, era perché tutti si
erano guadagnati la sua amicizia, perché Fernando era umile e povero, come tutti
i randagi, ma non servile e difendeva con orgoglio la sua dignità. Era lui a
scegliere gli amici e a farsi scegliere da loro. Tutti erano benevoli con lui e
lo aiutavano, chi offrendogli cibo, chi curandolo quando stava male.
Era tardo pomeriggio e trascorsi un
po’ di tempo al cospetto della statua che lo scultore Vìctor Marchese gli ha
dedicato. I passanti si affrettavano per le ultime incombenze prima di tornare
a casa, camminavano verso le fermate degli autobus e scivolavano svelti accanto
alla sua statua. E notavo che quasi tutti trovavano il tempo di lanciargli uno
sguardo anche se avevano premura e qualcuno aggiungeva un leggero sorriso. Tra
loro non c’erano molti vecchi, che forse avevano conosciuto Fernando di
persona, in maggior parte erano giovani e meno giovani che erano nati molti
anni dopo la sua morte.
Una signora di passaggio gli
sfiorò la spalla con una leggera carezza. Andai a osservare la statua da
vicino. Negli anni la carezza della signora non era stata l’unica. Il bronzo
era scurito dal tempo, ma sulla spalla di Fernando luccicava una chiazza liscia
e di colore più chiaro, levigata giorno dopo giorno dalle carezze della gente.
Una statua e un milione di carezze per un senzatetto, un barbone sconosciuto
chiamato Fernando dalla città che gli aveva garantito la sopravvivenza e che lo
ricordava ancora con affetto a decenni dalla morte. C’era da pensare… c’era da
pensare alle volte in cui avevo incontrato con disattenzione, o addirittura con
fastidio, qualcuno che non aveva da mangiare o dove dormire, da pensare alle
volte in cui, se anche avevo aiutato qualcuno, l’avevo fatto con la presunzione
di non potermi aspettare nulla in cambio. Invece a Resistencia avevano dato
tanto a Fernando e altrettanto avevano ricevuto in affetto e simpatia. Lo
dimostravano quella statua e quelle carezze.
A Resistencia, al 350 di calle Almirante Brown, ha sede il Fogòn del los Arrieros,[1] un
museo, un’osteria, un circolo culturale, una galleria d’arte e non so
cos’altro. Fu aperto pochi anni prima dell’arrivo di Fernando in città ed è frequentato
da allora da artisti, poeti e scultori, intellettuali e pensatori e nel tempo
ha raccolto nelle sue sale opere di ogni genere, frutto di tutte le arti del
mondo mischiate tra loro. Un cenacolo artistico pieno di quadri, ricordi,
manifesti, strumenti musicali, vasi e bottiglie, vecchie foto, pensieri e
poesie scritte sui muri, molte di autori a me sconosciuti, alcune di Borges e
di Rafael Alberti. Come questa, incisa su una lastra di marmo, perché si
conservi nel tempo la forza che emana contro la guerra:[2]
Creemos el hombre nuevo
cantando,
el hombre nuevo de España cantando,
el hombre nuevo del mundo cantando.
Canto esta noche de estrellas
en que estoy solo y desterrado.
Pero en la tierra no hay nadie
que esté solo si está cantando.
Al árbol lo acompañan las hojas
y si está seco ya no es árbol;
al pájaro, el viento, las nubes,
y si está mudo ya no es pájaro.
Al mar lo acompañan las olas
y su canto alegres los barcos,
al fuego, las llamas, las chispas
y hasta las sombras cuando es alto.
Nada hay solitario en la tierra
creemos el hombre nuevo cantando.[3]
Non credo che occorra aver
frequentato l’Accademia delle Belle Arti per diventare membri del Fogòn, basta attenersi all’invito che
campeggia accanto all’ingresso:
Si has de agregar una sonrisa al vino
y a la sal que te ofrece nuestra casa
detén pasajero tu camino
abre la puerta sin llamar y pasa.[4]
O forse basta essere saggi come
Juan, il nonno dell’autista che ci accompagnò alle missioni gesuitiche del
Paraguay. Ci raccontò che suo nonno aveva trascorso gli ultimi tempi della sua
vita – era morto a centotre anni – osservando in silenzio il mondo attorno a sé.
“Come stai, Juan?” gli chiedevano.
“Bene” rispondeva il vecchio.
“Cosa stai facendo?”
“Mi godo la mia ricchezza.”
“E quale è la tua ricchezza?”
“Il tempo.”
Sembrava non facesse nulla tutto
il giorno nonno Juan, invece praticava la saggezza, l’arte più difficile. E per
questo suo talento credo che avrebbe meritato un posto d’onore al Fogòn.
Gli artisti non sono mattinieri e
verso mezzogiorno dovemmo bussare a lungo prima che qualcuno venisse ad aprirci
la porta, forse perché sospettava che non avessimo da “agregar una sonrisa al vino.” Era l’ambiente che non ti
aspetteresti di trovare in una piccola città della provincia argentina: scale e
balaustre, pareti tappezzate di quadri e manifesti, un giardino zeppo di opere
d’arte e un bar, ovviamente chiuso data l’ora, che ricordava i bistrot che si
potevano trovare un tempo nella periferia di Parigi. Ed era l’ambiente che
amava frequentare anche Fernando, amico degli artisti del Fogòn che ricambiavano la sua amicizia con l’affetto riservato a
uno di loro. Pure Fernando era infatti a modo suo un artista e spesso
accompagnava un cantante d’orchestra ai suoi spettacoli.
La vita del randagio è dura a
Resistencia, anche se non fa freddo nemmeno d’inverno e alla lunga minò la
salute di Fernando.
A Bologna non esiste Piazza
Grande, c’è Piazza Maggiore. Eppure il bolognesissimo Lucio Dalla ha intitolato
‘Piazza Grande’ il suo inno ai senza fissa dimora. E forse per questo a Bologna
si chiama ‘Piazza Grande’ anche l’associazione che aiuta chi per necessità o
per scelta vive in strada.
E se non ci sarà più gente come me
voglio morire in Piazza Grande,
tra i gatti che non han padrone come me attorno a me.
Lucio non è morto in Piazza
Grande, anzi Maggiore, ma Fernando sì. La Piazza Grande di Resistencia si
chiama Plaza 25 de Mayo e là Fernando
terminò la sua vita raminga il 28 maggio del 1963. La città visse coralmente e
con profondo dolore la sua morte e partecipò in massa al suo funerale. Fernando
in città aveva molti amici che non vollero che venisse sepolto in un luogo
qualsiasi, ma davanti al Fogòn del los Arrieros che lui frequentava
assiduamente. E così fu. L’incredibile di questa storia è che la tomba di
Fernando si trova ancora oggi, a lato del marciapiedi, tra la porta d’ingresso
del Fogòn e la Calle Almirante Brown. A indicarla c’è un’altra statua, anche
questa di Vìctor Marchese, con su scolpite tenere parole: ‘A Fernando… che
vagando per le strade della città suscitò in un’infinità di cuori un dolce
sentimento.’
Gli aneddoti sulla vita e la morte di Fernando sono tanti, alcuni veri, altri esagerati, altri ancora inventati dall’affetto che la gente di Resistencia riversò su di lui, ma questa storia è vera e documentata. Mi è parsa tanto straordinaria che ho voluto raccontarla e al racconto nulla voglio togliere e nulla devo aggiungere, se non che Fernando era un cane.
[1] Fogòn del los Arrieros significa “Focolare dei mulattieri.”
[2] Poesia
composta da Rafael Alberti durante
la guerra civile spagnola e ripresa dagli Inti Illimani in seguito al golpe cileno di Pinochet.
[3] “Creiamo l’uomo nuovo
cantando, l’uomo nuovo di Spagna cantando, l’uomo nuovo del mondo cantando.
Canto questa notte stellata perché sono solo ed esiliato. Però sulla terra non
c’è nessuno che sia solo se sta cantando. L’albero lo accompagnano le foglie e
se è secco allora non è un albero; l’uccello, il vento, le nuvole e se è muto
allora non è un uccello. Il mare lo accompagnano le onde e il suo canto allegre
le navi, il fuoco le fiamme, le scintille e perfino le ombre quando è grande.
Non c’è nulla di solitario sulla terra creiamo l’uomo nuovo cantando.”
[4] “Se
vuoi aggiungere un sorriso al vino e al sale che ti offre la nostra casa, ferma
o viandante il tuo cammino, apri la porta senza suonare ed entra.”
Nessun commento:
Posta un commento