lunedì 18 marzo 2019

RACCONTO: Sulle ali del vento

(Tratto dal mio libro:  IL GATTO BUDDISTA)

(per concessione dell'editore POLARIS)

Un gioiello, un vero gioiello. Ecco cosa pensavo di Trinidad mentre passeggiavo per le sue strade acciottolate. Avevamo trascorso la giornata a camminare tra le case basse con i cancelli di ferro verniciati di fresco, a visitare musei, non molto importanti in verità, ma parte irrinunciabile dell’ambiente caldo e rilassato della città. Eravamo passati da un bar a una piazza, da un negozio ad un patio fresco e ombreggiato. La Plaza Mayor sembrava finta, quasi un set cinematografico per film ambientati nel ’600, con la chiesa parrocchiale della Santissima Trinità e i palazzi barocchi che le fanno da cornice. Qualche fantastica Buick e Cadillac degli anni ’50 circolava lentamente per le strade del centro, sfoggiando ancora i colori originali.

Con poca fatica Trinidad si può ammirare anche dall’alto. Basta incamminarsi per la calle Simòn Bolìvar che porta alla Ermita de Nuestra Señora de la Candelaria de la Popa, a nord della città. Un nome che da solo vale la camminata. La chiesa, che pure ha una storia gloriosa ed è la più antica della città, allora era poco più di una rovina. Costruita nel diciassettesimo secolo, faceva parte di un antico ospedale spagnolo, ma di fronte a me rimaneva solo la facciata barocca e qualche muro sbrecciato. Tutto il resto erano macerie o poco di più. Il luogo aveva un fascino austero, emanato dalle rovine silenziose che la luce del tramonto incendiava di rosso e da un vento teso che arrivava dalle montagne. Ai miei piedi si estendeva la città con le antiche vie e i palazzi storici. E oltre, in lontananza, la pianura raggiungeva il mare e terminava con una spiaggia bianca che si perdeva a est e a ovest.
Eravamo in pochi quella sera sulla collina, qualche viaggiatore che come noi era venuto a godersi il panorama e una decina di ragazzini di dieci o dodici anni che lanciavano in cielo i loro aquiloni. Era il posto ideale per questo gioco. I ragazzi si mettevano al bordo del piazzale, proprio dove iniziava il declivio della collina. Per lanciare gli aquiloni non avevano nemmeno bisogno di correre, potevano rimanere immobili, tenderli verso il cielo, lasciarli andare con un gesto veloce e trattenere il filo. Il vento li catturava e i ragazzi cominciavano a rilasciare il filo. Gli aquiloni lentamente si alzavano fino a diventare puntini nel cielo e con il sole del tramonto negli occhi si faticava a scorgerli. Capelli neri e carnagione scura, i ragazzi erano come io mi ero immaginato Amir e Hassan, i Cacciatori di aquiloni. Ma le somiglianze finivano qui. Nel romanzo di Hosseini gli aquiloni di Amir e dei suoi amici sono belli, colorati e tecnicamente perfetti, possono volare con eleganza e attaccare i concorrenti e abbatterli, se il manovratore a terra è bravo. Quando invece i ragazzi di Trinidad li recuperavano, i loro aquiloni mi apparivano meno che artigianali, costruiti con materiali di risulta, soprattutto fogli di plastica. Come i miei.

Avete mai fatto volare un aquilone? Da bambini, intendo, non da adulti.  Chi non l’ha fatto si é privato di una delle emozioni più profonde che un bambino possa provare. Non parlo degli aquiloni che nelle giornate di vento volteggiano sulle spiagge, legati e trattenuti da tanti fili che li costringono alle acrobazie volute dai manovratori. Quelli non sono aquiloni, sono pagliacci. Ubbidienti e tristi, anche se colorati, come uccelli in gabbia o animali al circo. Parlo degli aquiloni che non si possono controllare perché tenuti da un solo filo. Il vento li solleva, li fa volteggiare e sceglie per noi la loro direzione. Si può riavvolgere il filo e recuperarli, come si può accorciare il guinzaglio a un cane, ma non si possono costringere all’ubbidienza. Farli volare è un atto di fiducia e di amore perché é il vento che decide il loro destino. E il vento talvolta li rifiuta, nonostante gli sforzi fatti per lanciarli in cielo, oppure li accetta ma non li restituisce e li trascina lontano.

Quando ero bambino non era facile far volare un aquilone. Non era quasi mai come quel giorno a Trinidad. Nei miei ricordi d’infanzia ritrovo poche giornate di vento adatto, ma in quelle giornate speciali anche una breve corsa bastava per far volare l’aquilone. E io lo seguivo con lo sguardo, lo vedevo impennarsi di qua e di là e precipitare per poi riprendere il volo, fino a trovare l’equilibrio che lo manteneva in cielo. Erano questi i momenti più delicati e rischiosi. Era come se l’aquilone volesse liberarsi del legame, come un animale cerca di sfuggire alla trappola in un disperato anelito di libertà. Giovanni Pascoli in una famosa poesia[2] descrive con verbi incalzanti e pertinenti i primi istanti di un volo rischioso: “ondeggia”, “pencola”, “urta”, “sbalza”, “risale.” Trascorsi questi primi, incerti momenti, era come se l’aquilone accettasse la nuova libertà condizionata. Assieme al vento poteva andare dove voleva, ma ero io a decidere la distanza. “Prende il vento …”, dice ancora il poeta. Finalmente la calma, la pace. Non ho mai amato la sua poesia, ma devo ammettere che di aquiloni se ne intendeva.

Tutto quello che sapevo sugli aquiloni, l’avevo imparato da Giorgio, un amico un po’ più grande di me. Durante gli anni della nostra amicizia ne costruimmo molti. Due leggere verghe di vimini, fissate a croce tra di loro, formavano l’intelaiatura, tenuta ai quattro vertici da un filo e rivestita da un foglio di robusta carta colorata. Tutto era artigianale, dalla carta recuperata dai sacchi di mangime alla colla ottenuta con un impasto di farina e aceto. Le maggiori difficoltà nella costruzione stavano nella progettazione della coda e dell’attacco del filo di pilotaggio, dettagli determinanti per l’assetto in volo dell’aquilone. Come quelli di Trinidad non erano perfetti, ma volavano.
Un giorno di primavera Giorgio mi confidò che a novembre la sua famiglia si sarebbe trasferita altrove e senza aggiungere altro ci rendemmo conto che la stagione degli aquiloni era finita, almeno per me, perché il vero costruttore dei nostri aquiloni era lui. Come ogni primavera, ne costruimmo uno nuovo, coscienti che sarebbe stato l’ultimo. E proprio per questo ci adoperammo perché fosse il più bello ed il più grande di sempre. Rosso, con una coda di quasi tre metri. Era abbastanza pesante e per lanciarlo dovemmo aspettare una giornata molto ventosa. Quando finalmente arrivò il giorno adatto, ci preparammo al lancio. Giorgio si lanciò in una corsa contro il vento con l’aquilone in una mano e l’asticella alla quale era avvolto il filo nell’altra, come aveva sempre fatto, ma non riuscì a farlo decollare. Riprovò un’altra volta e un’altra ancora, senza successo.
“Perché non vola, secondo te?” gli chiesi mentre osservava, ansimando, ora l’aquilone ora il filo, in cerca di una spiegazione.
“Forse la coda è troppo lunga, pesa troppo” rispose e così dicendo strappò un pezzo di coda e ritentò il lancio.
Aveva ragione. Dopo una breve corsa l’aquilone si impennò e sfruttando il vento forte iniziò a salire.
Gli occhi puntati al cielo, Giorgio con destrezza rilasciava lentamente il filo, poi lo tratteneva per stabilizzare l’aquilone, quindi lo rilasciava di nuovo. Dopo un po’ non ci fu più filo da svolgere. L’aquilone era molto piccolo lassù, un puntino rosso, immobile. Padrone della situazione, l’amico mi porse l’asticella del filo e passai io al comando, il che richiedeva solo di ammirare la nostra creatura senza lasciarsela sfuggire.
Con l’asticella ben salda tra le mani scrutavo l’aquilone e cercavo di scorgere il filo che partiva dal cielo per arrivare sulla punta delle mie dita. Ma anche quella volta, come a Trinidad, ero contro sole e non ci riuscivo. Senza la vista della sottile catena l’aquilone sembrava libero e immobile per sua volontà. Mi voltai verso Giorgio e vidi che anche lui guardava in alto, assorto e sorridente. 
Fu una brutta sorpresa quando l’aquilone decise di andarsene. Tic. Avvertii una leggera vibrazione sulla punta delle dita, la tensione sul filo svanì d’incanto e vidi l’aquilone precipitare. Ancor prima di toccare terra era scomparso. Nessuno dei due fiatò. Pensai che i palloncini sfuggono alle mani dei bambini per volare in cielo, mentre il nostro aquilone, sfuggito alla mia mano, dal cielo era caduto sulla terra. Ma dove? Non poteva essere finito molto lontano, ma al contrario di Amir e Hassan non andammo a cercarlo. Era inutile. Il nostro aquilone non avrebbe volato mai più, perché quel giorno io e Giorgio avevamo solo tristezza nel cuore.

Sulle ali del vento, invece, gli aquiloni dei ragazzini di Trinidad non cadevano. Troppi sorrisi e troppa gioia li sorreggevano. Veleggiavano sul soffio di troppe speranze perché potessero cadere. Cadere non era nel loro destino.

Cuba, dicembre 2003, gennaio 2004
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[2] Il titolo della poesia è: L’aquilone.

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