sabato 2 marzo 2019

Viaggio in TANZANIA-Serengeti

Ghepardo, P.N. Serengeti, Tanzania
Stato attraversato: Tanzania
Itinerario: Arusha, Serengeti National Park, Arusha
Periodo: febbraio 2019
Durata: 10 giorni

Già nel 1995 trascorsi più di un mese nei parchi della Tanzania. Anche il Serengeti Nat. Park era nell’elenco, ma un grave incidente meccanico al nostro fuoristrada ci impedì di arrivarci. Mi ripromisi di ritornare ed è quello che ho fatto quest’anno. Ma con una differenza sostanziale: mentre fino ad oggi i parchi li ho sempre visitati da “itinerante”, fermandomi in un luogo uno o due giorni, in questo caso si i è trattato di un viaggio più breve, ma “stanziale”, cioè facendo tappa in un unico lodge per una settimana intera.

E’ stata un’ottima idea e un’esperienza esaltante. Abbiamo potuto battere più volte, in giorni diversi, le stesse zone, incontrando gli stessi animali più volte, seguendo i loro spostamenti e le loro vite da un giorno all’altro. Abbiamo potuto verificare se quei due ghepardi o quei leoni avevano mangiato e, in questo caso, siamo andati a cercali il giorno successivo quando con ogni probabilità avrebbero di nuovo cacciato. Abbiamo seguito le evoluzioni “amorose” di due fratelli ghepardi che avevano catturato una femmina con l’intenzione di accoppiarsi. In attesa che la femmina raggiungesse l’estro, abbiamo dovuto aspettare due giorni, noi come i ghepardi maschi.


La grande migrazione, P.N. Serengeti, Tanzania
Come è noto, il parco Serengeti è famoso per la grande migrazione di gnu e zebre che si spostano da nord a su della Tanzania a milioni seguendo le piogge che rigenerano i pascoli. Abbiamo incrociato la migrazione nel punto più a sud del circuito e questo significa che abbiamo potuto ammirare e fotografare migliaia di gnu e zebre con i loro predatori al seguito (leoni, ghepardi, leopardi, iene), le loro caccie e i loro pasti. E’ stato un viaggio che mi ha permesso di incontrare i “big five” (leone, leopardo, bufalo, rinoceronte, elefante) e nei miei molti viaggi africani non è capitato spesso. Cito infine l’ultimo regalo che il Serengeti mi fatto: vedere per due giorni consecutivi il caracal, un rarissimo ed elusivo felino che non ero mai riuscito a scorgere in tutta la vita. Il caracal ci è stato segnalato via radio da un altro equipaggio (che abitava anch’egli nel nostro lodge) ed era in giro nel parco come noi. Perché questa è un’altra grande opportunità molto utile che abbiamo sfruttato a fondo: rimanere collegati con altre macchine e aumentare le possibilità di vedere animali. Lo stesso è capitato con un pitone e un leopardo, come noi abbiamo segnalato ad altri la posizione di un gruppo di elefanti. Un’esperienza unica, da ripetere.

Dall’alba al tramonto. E’ stata un’esperienza esaltante, come detto, anche se un po’ faticosa. Si usciva dal lodge alle sei di mattina, quando era ancora buio, e si rientrava alle sette di sera, quando era di nuovo buio.

Alba al N.P. Serengeti, Tanzania
Praticamente ho visto il lodge solo di notte. Colazione e pranzo al sacco. Ma è un sacrificio che premia, perché ho potuto assistere assistere ad albe e tramonti che a volte erano maestosi. La luce del mattino della sera è stupenda e gli animali in queste ore del giorno sono molto attivi. Le scene più belle capitano di solito in questi momenti, quindi le alzatacce erano abbondantemente ricompensate



Zebre nella luce dell'alba, P.N. Serengeti, Tanzania

Una famiglia numerosa. Fino alla settimana prima del nostro arrivo dalle parti del lodge stazionavano due leonesse, due sorelle, con quattro cuccioli ciascuna. Erano tenute sott’occhio da tutti. Durante la nostra permanenza si sono messe insieme riunendo la prole in un unico gruppo. Quindi insieme badavano ad otto leoncini scalmanati che sfuggivano da ogni parte. 


Famiglia di leoni, P.N. Serengeti, Tanzania
 Era uno spasso vederle mentre inseguivano uno o l’altro per riportarlo nel branco: un esercizio sfinente e praticamente inutile. Due ore di tenere attenzioni, prima di vederli scomparire tutti nell’erba alta. Ma bastava aspettare un giorno per rivederli tutti insieme: verso le otto di mattina, infatti, riapparivano uscendo dalla macchia.
Nel sud del parco, nei mesi invernali, la stagione delle piogge garantisce la presenza degli erbivori che per i felini significano pasti a portata di fauci. C’è abbondanza di cibo per tutti e pertanto tutti sono ben nutriti e rilassati. Le nostre leonesse erano in forma, si vedeva che si alimentavano adeguatamente  e avevano molto latte a disposizione; di conseguenza anche i cuccioli erano in salute e ben pasciuti. Ma non è così tutto l’anno.


Famiglia di leoni, P.N. Serengeti, Tanzania
Verso aprile comincia la stagione secca, a volte arida, e gli erbivori si trasferiscono al nord. Non tutti i predatori li seguono e per quelli che rimangono qui ci sono poche prede e questo significa carestia e fame. I cuccioli, ancora incapaci di cacciare e dipendenti per la sopravvivenza dalla madre, sono i più esposti ai rischi, molti non ce la fanno: la mortalità tra i cuccioli del leoni è alta. Ci hanno raccontato di altri otto leoncini che erano presenti qui in aprile dell’anno scorso. Di uno si sono perse le tracce, gli altri sette sono sicuramente morti, probabilmente per denutrizione.
E allora coraggio, piccoli leoni, la vita è dura. Buona fortuna.


Inizia la caccia dei ghepardi, P.N. Serengeti, Tanzania
La perenne lotta tra prede e predatori. Molti prede e molti predatori significano molte cacce. Ne abbiamo seguite sei, una di una leonessa che puntava un gruppetto di gnu e cinque consecutive di una coppia di giovani ghepardi che puntavano alle zebra. Tra gli uni e le altre erano comunque i piccoli gli obiettivi principali. L’abilità della nostra guida-autista ci ha permesso di seguirle tutte correndo con la macchina a fianco dei protagonisti a distanza ravvicinata: un’esperienza mai vissuta. Tutti tentativi sono andati tutti a vuoto: ero contento per le prede, un po’ meno per i cacciatori.
Dicono che l’istinto predatorio spinge i grandi felini a cacciare anche se non hanno molta fame. Potrebbe essere vero e infatti in tutti i casi ho avuto l’impressione che i predatori non si impegnassero a fondo.

L'attacco del ghepardo, P.N. Serengeti, Tanzania
Inizia la caccia della leonessa, P.N. Serengeti, Tanzania
Molto interessante rimane la fase preparatoria dell’attacco. Il cacciatore punta il gruppo delle prede e comincia ad avvicinarsi con lentezza studiata mantenendosi basso, il branco si allarma, si irrigidisce e guarda il nemico. Quando questo supera la distanza di sicurezza, nel branco scoppia il panico e tutti si danno alla fuga in una nuvola di polvere. Il cacciatore parte all’attacco puntando ad una preda. Ovviamente il piccoli sono i più a rischio, poiché sono più
L'attacco della leonessa, P.N. Serengeti, Tanzania
lenti degli adulti. Ma nella confusione non è facile per i predatori individuarli e, il più delle volte, se la cattura non avviene antro i primi 20-30 secondi, la caccia va a vuoto. Passato il pericolo nel branco delle prede torna la calma. Ho verificato in tutte le cacce a cui ho assistito che la dinamica è sempre la stessa.
Non racconto nulla di nuovo, abbiamo visto queste scene decine di volte nei filmati del National Geographic, ma essere lì è tutta un’altra cosa…


L’importanza delle strisce bianche e nere. Sono un etologo “fai da te” e quindi le mie considerazioni sono poche scientifiche e non fanno testo, lo so. Ma ho le mie idee. Ho sempre pensato che la lotta tra predatori e prede si giochi molto sul mimetismo, cioè la capacità di rendersi poco visibili gli uni alle altre. Da qui le macchie, le strisce dei mantelli e i colori sfumati che si confondono con l’ambiente.
Come esempio porto una foto che ho scattato i Namibia nel 1990 che potete VEDERE QUI. In quella foto appare un leone a pochi metri di distanza che non avevo assolutamente visto e che non era, nelle mie intenzioni, il soggetto della fotografa. E tutto ciò che mi scorreva davanti agli occhi sembrava darmi ragione, con una eccezione: le zebre. Mi chiedevo: se il mimetismo è così importante, che c’entrano le loro evidentissime strisce bianco-nere che si scorgono distintamente a chilometri di distanza? Durante la caccia della leonessa alle zebre ho avuto al risposta.

La fuga scomposta delle zebre di fronte ad una attacco dei predatori, P.N. Serengeti, Tanzania
Quando la leonessa ha attaccato è arrivata in pochi secondi quasi addosso al piccolo che era rimasto leggermente indietro. Eravamo a una cinquantina di metri e vedevamo bene sia la leonessa che le zebre. A quel punto gli adulti hanno rallentato la corsa e si sono messi tra il piccolo e la leonessa cominciando ad incrociare le loro corse. E’ avvenuta come un’esplosione: la loro corsa apparentemente scomposta e disordinata ha creato una barriera confusa di strisce bianche e nere che si mischiavano e si confondevano e di polvere che hanno nascosto il piccolo alla nostra vista e a quella della leonessa che, infatti, non distinguendo più alcunché, ha desistito. Ero senza parole. Nei momenti decisivi, le strisce bianche e nere, soprattutto se sono molte, non identificano nulla, anzi, creano solo confusione che spesso significa salvezza.


I leoni iniziano il banchetto, P.N. Serengeti, Tanzania
Molti invitati al banchetto. Se una caccia va a buon fine allora c’è cibo per molti abitanti delle pianure, soprattutto se la vittima è di grossa taglia. Abbiamo passato ore di fronte ai banchetti procurati dai predatori. Non avendo mai assistito a una caccia di successo, non ho potuto presenziare all’inizio del pranzo. 
Siamo sempre arrivati quando la festa era già cominciata. Tuttavia non è difficile immaginare le dinamiche. Si assisteva al dispiegarsi delle gerarchie che davano il diritto a sfamarsi; la più ovvia era rappresentata dalla taglia del commensale: il più forte mangiava per primo. 

Si aggregano le iene, P.N. Serengeti, Tanzania
Ma non sempre la regola funzionava, la dinamica cambiava di volta in volta; molto dipendeva dalla presenza in zona dei competitori. Gli avvoltoi, ad esempio, di solito più lontani, erano gli ultimi da arrivare in volo. In linea di massima la sequenza era questa: prima i cacciatori (leoni e ghepardi), poi le iene, poi gli sciacalli, poi gli avvoltoti e infine, immagino, animali sempre più piccoli fino agli insetti. A giudicare dagli scheletri perfettamente puliti che si vedevano in giro funzionava così. Perfino le nobili ed eleganti aquile si degnavano di litigare con gli avvoltoi per un boccone di gnu.

Arrivano gli avvoltoi, P.N. Serengeti, Tanzania
Spesso qualcuno, per liberarsi della presenza dei concorrenti, scombinava la situazione rubando un pezzo di carcassa per andare a mangiarsela in pace da qualche parte. Non sempre si rispettavano le regole, quando la fame preme i comportamenti si fanno meno formali. Senza aspettare il proprio turno a volte gli avvoltoi cominciavano a mangiare in anticipo di fianco alle iene, a volte lo stesso facevano gli sciacalli. Le discussioni o gli accenni di rissa erano continui, senza comunque che abbia mai visto qualche animale rimanere ferito. In regime di abbondanza tutti riuscivano a sfamarsi senza feroci competizioni.


L'assalto finale al banchetto, P.N. Serengeti, Tanzania

Nascere al volo e via! Nelle pianure del sud del Serengeti in inverno uno degli avvenimenti più spettacolari e coinvolgenti è il parto degli gnu. 


Una gnu sta per partorire, P.N. Serengeti, Tanzania (FOTO 1)
Ne abbiamo seguiti un paio dall’inizio alla fine. Tra i tanti individui che camminano in fila non è difficile individuare le femmine che stanno per partorire. Basta guardare attentamente tra le più grosse (incinte) quelle dalle cui pance spuntano due zampette e a volte una testolina. Si fermano, a volte si sdraiano in preda alla contrazioni, si rialzano e ripetono questi movimenti fino a quando (in piedi o sdraiate) il piccolo scivola fuori cadendo a terra. Allora la madre comincia a leccarlo per liberarlo dalla placenta e quello che stupisce e affascina è vedere il piccolo cercare immediatamente di alzarsi con grande sforzo. 
I primi, incerti passi dello gnu appena nato, P.N. Serengeti, Tanzania (FOTO 2)

Lo si vede puntare le zampette e provarci, ruzzolare goffamente e riprovarci ancora, fino a quando traballante non riesce a mettersi sulle quattro zampe, poi barcolla, inciampa, cade di nuovo, si rialza, mentre la madre accenna a partire per seguire la mandria che ha fretta e incitarlo a seguirla. Alla fine, pur incerto, si mette in marcia di fianco a lei con brandelli di placenta ancora appiccicati alla schiena.
Un altro piccolo gnu si incammina sui sentieri che percorrono da sempre i suoi simili affrontando i rischi della vita. Guardate questa sequenza di tre foto : tra la prima e l’ultima sono trascorsi quattro minuti esatti. Un vero miracolo.


OK, pronto a partire, P.N. Serengeti, Tanzania (FOTO 3)

La pressione antropica. Come tutte le aree naturali del mondo anche il comprensorio del Serengeti è sottoposto alla pressione degli uomini che aumentano di numero e chiedono sempre più territorio per le loro attività. In questo caso il riferimento è ai Maasai che premono sulle pianure del parco per procurare pascolo alle loro mandrie di mucche e greggi di capre. 

Maasai nel comprensorio del P.N. Serengeti, Tanzania

Ne abbiamo incontrato un gruppo
impegnati in una camminata che sapeva tanto di perlustrazione.

Ai Maasai dobbiamo aggiungere poi la pressione turistica: di fronte ad un gruppo di leoni o di ghepardi ho visto radunati anche 20 o 30 fuoristrada con gente che fotografava con il cellulare!
Pazienza, amici selvatici, sui soldi che procurano al parco questi "visitatori" si basa forse la sola speranza che avete di sopravvivere.

Pressione turistica, P.N. Serengeti, Tanzania



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