lunedì 30 marzo 2026

Viaggio in Karnataka (India)

Contadino con la sua mucca, 
Odduru Coppalu, Karnataka,
India
Paese: India (stato di Karnataka)

Itinerario: Bangalore, Mysore, Mudumalai N.P., Wayanad N.P., sconfinamenti in
Tamil Nadu e Kerala, Hassan, Hampi, Bijapur, Badami, Hubli, Bangalore

Periodo: Febbraio-Marzo 2026

Durata: 3 settimane

Chi non fosse mai stato in India o ci fosse già andato, chi ci fosse già stato e volesse ritornarci, dovrebbe comunque leggere "La tigre bianca", lo splendido romanzo dello scrittore indiano Aravind Adiga. Barlam Halwai, il protagonista della storia, detto la Tigre Bianca, scrive sette lettere lucide e impietose al primo ministro cinese in procinto di arrivare in visita a Bangalore (capitale dello stato di Karnataka) nelle quali descrive la propria storia e indirettamente quella del paese, dove “ogni buona notizia si tramuta in una cattiva notizia e in fretta”: la miseria, la corruzione, la schiavitù dei conduttori di risciò, la gabbia delle famiglia tradizionale, le caste... 


E poi la rivoluzione tecnologica e le sue conseguenze, i call center che danno i servizi all’occidente, Bangalore che diventa la Sylicon Valley indiana dove le star dell’informatica e delle nuove tecnologie aprono filiali. La Texas Instruments, ad esempio, aprì a Bangalore il suo primo centro di ricerca e sviluppo nel 1985, diventando la prima multinazionale tecnologica a stabilirsi e qui segnando l'inizio della trasformazione di Bangalore in un hub tecnologico. E, tra parentesi, nel febbraio 2026, ne ha inaugurato un nuovo.

Beh, nelle pagine di Adiga ho riconosciuto l’India che incontrai nei miei primi viaggi più di 30 anni fa e ho anche conosciuto, nella primavera del 2026, un “nuovo” paese a Bangalore e nel Karnataka, molto diverso da quello che conobbi negli anni ’90, moltissimo: le strade, i servizi, con pochi mendicanti rispetto a una volta.  L’esempio del telefono è indicativo. Il paese, come tutti i paesi economicamente più sfavoriti, sembra avere saltato la fase della telefonia fissa, passando direttamente ai cellulari, strumenti che ormai sono a disposizione di tutti. La conseguenza è che sui banchetti dei mercati che mantengono i colori, la confusione e la sporcizia di sempre, è abbastanza frequente vedere spuntare, tra i cesti di frutta e verdura, un QRCode leggendo il quale i clienti pagano con il cellulare un conto di poche rupie.

In questo trend positivo purtroppo ho dovuto prendere atto che sul versante pulizia c’è ancora tanto, troppo da fare, anche se un paio di tentativi di raccolta lungo le strade l’ho vista. Le strade, i marciapiedi e la campagna sono ancora intasate di immondizia tra la quale mucche (ci sono ancora in giro, ma molte meno di un tempo) e cani macilenti rovistano peggiorando la situazione.

Una mucca (animale sacro per gli Indù) si aggira liberamente am mercato,
Bangalore, Karnataka, India

Pietre che raccontano. Per la prima volta, credo nella mia vita, in questo viaggio ci siamo fatti accompagnare da una guida locale parlante italiano. E’ stata una fortuna incontrare Sarìn, le guide indiane che parlano italiano nel Karnataka sembrano essere meno di dieci. Con lui il viaggio è diventato un “altro viaggio”, soprattutto in un paese complesso come l’India. E la differenza è stata evidente non tanto nella gestione quotidiana delle visite e degli spostamenti, ma soprattutto facendo attenzione agli aspetti culturali. Avere di fianco una persona che conosce la storia, la cultura, l’architettura, le religioni, perfino la cucina di un paese che ha pochi rivali al mondo in diversità, differenze e pluralità in ogni aspetto della sua vita, ha reso più interessante, a volte entusiasmante, il viaggio. Naturalmente una enorme differenza l’ha fatta la sua perfetta conoscenza dell’italiano che ci ha risparmiato il faticoso tramite dell’inglese.

Il capirsi perfettamente, ad esempio, ha reso memorabili le visite ai siti archeologici e ai templi di Mysore, Hampi, Bijapur, Badami, molti dei quali ancora frequentati dai fedeli praticanti la religione. In giro per il mondo indù di templi ne ho visti a centinaia e certamente, sempre, sono rimasto colpito dalle migliaia di sculture che abbelliscono ogni metro delle loro pareti esterne e interne. In esse vi ho riconosciuto, riprodotto in continuazione, il pantheon indù, ma troppo spesso senza riuscire ad approfondire per mancanza di informazioni dettagliate e facilmente accessibili. Beh, questa volta tutto è stato diverso. Sarìn è stato bravo a farci scoprire che ognuna, ripeto ognuna, di quelle sculture racconta una storia bellissima, una storia che poi ritroviamo ripresa infinite volte da sculture quasi uguali che si ripetono, ma che allo stesso tempo mantengono nel centesimo esemplare la freschezza della prima incontrata. E’ stata una scoperta straordinaria, un mondo che in precedenza avevo solo sfiorato, mi si è aperto davanti agli occhi. Ci tengo a riportare almeno uno dei moltissimi esempi che potrei fare.

Il dio Shiwa alla prova dell'arco (vedi il testo sopra),
tempio hindu, Halebeedu, Karnataka, India

Nella scultura riportata nella foto è ritratto il dio Shiwa, in un atteggiamento che io prima di conoscere Sarìn avrei definito incomprensibile. Ma, istruito da lui, sono in grado di decifrare la scultura e allora adesso so che quella specie di mattone tra i piedi del dio è in realtà un bacile pieno d’acqua, che in alto destra sulla colonna c’è un pesce e che Shiwa non guarda l’osservatore, ma il bacile. Quindi? La storia è questa. Una facoltoso signore promise in sposa la bellissima figlia a chi avesse colpito con una freccia (per questo il dio impugna l’arco) l’occhio del pesce guardandolo riflesso sull’acqua del bacile. Molti pretendenti si cimentarono, ma solo Shiwa superò la prova. E’ bella o no?

Abbiamo trascorso ore con Sarìn davanti alle sculture dei molti templi che abbiamo visitato e le storie ascoltate sono state tante.

Eccone un’altra, splendida.

Un bambino chiese a un vecchio saggio come si possa credere a un dio che non si vede.

“Dov’è questo dio?” chiese, “qual è la prova della sua esistenza?”

Il vecchio diede al bambino un pugno di sale e dell’acqua.

“Dov’è il sale?”

“Nella mia mano” rispose il bambino.

“L’acqua è salata?”

“No.”

“Ora immergi la mano con il sale nell’acqua.”

Il bambino eseguì l’ordine.

“Adesso dov’è il sale?” chiese il vecchio saggio.

“Nella mia mano non c’è più” rispose il bambino.

“L’acqua è salata?”

“Sì”

“Ecco, questo è dio.”

Potrei andare avanti per molto a parlare delle storie che ci ha raccontato Sarìn.

Pochi turisti Sarìn sosteneva che dopo il Covid i turisti in Karnataka, che già lo frequentavano di meno rispetto agli stati del nord dell’India (primo tra tutti il Rajasthan), non sono più ritornati e infatti ne abbiamo incontrati molto pochi. Questo vale soprattutto per i turisti occidentali e infatti gli Europei e gli Americani si contavano veramente in poche decine. Più numerosi erano gli Indiani, ma non con i numeri di qualche anno prima. Il fatto mi rattristava perché questo calo evidente danneggiava i nostri accompagnatori che, infatti, lamentavano una diminuzione drastica del loro lavoro. Mi dispiaceva per loro, ma, è triste dirlo, per noi la loro disgrazia significava visite molto meno affollate nei luoghi più famosi e la presenza piacevole di visitatori locali con i loro abbigliamenti tradizioni e “intonati” ai luoghi. Sari e tuniche colorate disegnavano scene che nei mercati e dei templi sembravano costruite ad arte, ma erano reali. Niente turisti occidentali con cappelli, sandali e camicie hawaiane a rovinare le foto. Un piacere in più oltre alla bellezza dei luoghi.

Pochi turisti e quasi solo indiani, tempio Vittala, Hampi, Karnataka, India

Il futuro è qui? Non ho una risposta, ma solo opinioni. Certo, la scolarità che aumenta (l’analfabetismo si è ridotto a un quarto della popolazione anche se con grandi disparità di genere e di dislocazione geografica, l’età media molto bassa (28/29 anni, la metà della nostra), l’inglese come lingua nazionale (insieme all’indi) fanno dell’India un paese giovane, dinamico, vivace, con ottime prospettive economiche. Lo si percepisce ovunque, guardandosi interno e osservando la gente.

Niente tigre (peccato). Dopo le due avvistate in passato, c’era il desiderio di vedere la tigre un’altra volta e i parchi di Bandipur a Nagarhole, erano, tra i parchi indiani partecipanti al “Progetto Tigre”, due dei più indicati. Era uno degli obiettivi del viaggio: non ci facevamo conto, ma ci speravamo. Purtroppo a pochi giorni dalla partenza abbiamo saputo che negli ultimi mesi del 2025 erano avvenuti tre incidenti mortali tra gli umani e le tigri, tra cui una turista aggredita direttamente su una jeep durante un safari. Parchi immediatamente chiusi, proprio nei giorni della nostra presenza sul posto. Abbiamo dovuto ripiegare su altri due parchi confinanti (Mudumalai N.P., Wayanad N.P) dove la presenza delle tigri è più rara. E infatti non siamo riusciti a vederla, anche se i tre giorni trascorsi nella foresta sono stati molto interessanti, al di là dell’ambiente spettacolare, con avvistamenti di animali endemici che ovviamente non avevo mai visto. A parte l'elefante asiatico, il cervo pomellato e molti uccelli abbiamo vistato il raro gaur, ad esempio, il bovide selvatico più grande del mondo dalle zampe bianche dal ginocchio in giù e lo scoiattolo gigante, uno scoiattolo di dimensioni eccezionali: più di un metro, coda compresa.

Il GAUR, il più grande bovide del mondo, endemico dell'India,
Mudumalai N.P, Karnataka, India

Il bellissimo scoiattolo gigante (1 metro compresa la coda, endemico dell'India,
Mudumalai N.P, Karnataka, India

Non ci sono solo le tigri (per fortuna) in questi parchi. 

Quando la tigre diventa un “problema”. Quando succedono incidenti tra animali selvatici e uomo, noi umani dalla coscienza sporca, diamo la colpa a loro anche se la colpa è solo nostra, visti il bracconaggio e la distruzione del loro habitat che pratichiamo da sempre. Noi italiani conosciamo bene la situazione, avendo gli stessi comportamenti con orsi e lupi.

Nel caso del parchi di Bandipur e Nagarhole la pressione umana è enorme e si manifesta con centinaia di safari che precorrono il parco ogni giorno, mattina e pomeriggio, non solo con le jeep, ma anche con pullman da 20 o 30 posti. Si chiama businnes, che nel caso dei visitatori stranieri è particolarmente vantaggioso. Questo traffico disturba la fauna, in modo particolare le tigri che a volte si disperdono e sconfinano fuori dal parco. E allora capitano gli incidenti non solo con i turisti, ma anche con i contadini che vivono ai confini delle aree protette. È quello che è capitato negli ultimi mesi del 2025 a Bandipur: tre persone uccise dalle tigri. E il confronto è diventa sociale e politico, con il parco che, pur con mille limitazioni, cerca di riaprire e i contadini che manifestano per la loro incolumità. Durante la nostra presenza da quelle parti le manifestazioni erano quotidiane e arrivavano fino al blocco delle strade adiacenti.

 Holi, la festa dei colori. Holi, festa alla quale ho partecipato attivamente sia a Jaipur (Rajasthan) nel ’92 che a Hampi (Karnaraka) nel 2026, è stata un’esperienza tanto divertente e coinvolgente che le ho dedicato uno specifico post, la quale rimando Holi


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