domenica 8 settembre 2013

Viaggio in NIGER

Ai piedi delle dune di Temet - Niger
Paesi toccati: Niger
Itinerario: Niamey, Agadez, oasi di Fachi, oasi di Bilma, oasi di Seguedine, oasi di Chirfa, Orida, Tènèrè, Adrar Bous, grandi dune di Temet, oasi di Iferouane
Periodo: dicembre 1998 – gennaio 1999
Durata: 2 settimane
Ne parlo nel libro: Il Confine Immaginario

Non possono fermarsi! Interrompere il ritmo inesorabile di 100 o 500 cammelli è impossibile come arrestare il tempo. Si fermano una volta sola al giorno e una volta sola ripartono. Come un treno in corsa potrebbero travolgervi, ma vi sfiorano soltanto, lenti, silenziosi, inesorabili.



Una "Azalai" nel deserto del Tènèrè - Niger
Dietro il velo occhi nerissimi vi scrutano, a volte vi sorridono, a volte non vi vedono. Lottano con pazienza contro la fatica, la fame e la sete. La direzione è sicura, duna dopo duna lo confermano il sole e la Croce del Sud, ma Agadez é ancora lontana. In mezzo al deserto non c’è nulla, qualche volta la morte. Alla fine il sale arriverà alla meta agognata, ma, qualunque sia, il prezzo non pareggerà lo sforzo. Tutti però saranno felici, perché la vera vittoria sarà avercela fatta un’altra volta, aver attraversato il Ténéré  con un carico di sale, come hanno fatto i padri per secoli. 

Dopo aver assistito al passaggio di una “Azalai” c'è poco da aggiungere. Le grandi carovane di cammelli che ancora oggi (per quanto ancora?) trasportano sale e datteri da Fachi e Bilma ai mercati di Agadez e portano verso est cereali, carne secca, te, zucchero. Sessanta km al giorno, 14-16 ore di cammino ininterrotto, una carovana è un comunità ambulante, completamente autosufficiente che porta con se tutto il necessario per la sopravvivenza, dal cibo e l’acqua per gli uomini al foraggio per gli animali. Nell’era dei satelliti e dei computer questo traffico commerciale, uno dei più antichi dell’Africa, sopravvive ancora. 


Una "Azalai" nel deserto del Tènèrè - Niger
Ha resistito alle guerre, alla siccità, alla colonizzazione e alla concorrenza dei camion. Dalla metà di settembre alla fine di febbraio, nel silenzio del deserto, ci sono buone probabilità  di incontrare qualcuna di queste lunghe  file di cammelli, ognuno legato alla sella del precedente, che procedono lenti e instancabili nel loro immensa fatica. Portano ciascuno fino a sei forme di sale, ognuna delle quali pesa una ventina di chili. Dietro di loro un’infinita teoria di orme indicano la traccia più sicura raggiungere le oasi e i poveri corpi degli animali che non ce l’hanno fatta.
  1. Agadez. La mitica capitale dei Tuareg, la “regina del deserto”  mantiene ancora intatto il fascino che ammaliò Heirich Barth, l’esploratore tedesco che la visitò e la descrisse verso la metà del secolo scorso. La casa in cui visse è ancora visibile nella parte ovest della città. Se per gli amanti del deserto il Sahara è un mito, Agadez é il mito del Sahara. Isolata dal mondo, è il luogo delle gesta che consacrarono Kaossen alla gloria eterna presso tutte le tribù dei Tuareg. Eroe della riconquistata indipendenza dalla colonizzazione francese, Kaossen, approfittando della debolezza delle potenze europee impegnate in Europa nella prima guerra mondiale, attaccò e liberò Agadez nel dicembre del 1916, con l’aiuto del sultano locale.L'occupazione durò solo pochi mesi, sufficienti però per collocare per sempre Kaossen nell’olimpo degli eroi dei tuareg. L’attrazione di Agadez rimane la grande Moschea, che da 500 anni accoglie i fedeli in preghiera; costruita interamente in banco (impasto di terra e paglia) ha nel suo mitico minareto del 1515 l’elemento più esaltante. Alto 27 metri, imperfetto nelle linee e nella forma, è il vero monumento di Agadez ed il punto di riferimento per la città e per tutto il Sahara dei tuareg. Decine di tronchi di palma sporgono dai quattro lati; servono come rinforzo alla struttura e come appoggio durante i lavori di manutenzione e hanno la virtù, dicono, di respingere gli spiriti cattivi. Per rendersi conto della elaborata architettura delle case di Agadez bisognava entrare al ristorante Le Pillier e soprattutto alla Maison du Boulanger. Da quando questa casa era diventata famosa (Bertolucci via aveva girato gli interni del film “Il tè nel deserto”) la visita costava un po' di soldi, ma ne valeva la pena.
  2. Le oasi del Ténéré. Ténéré significa "nulla". E per i Tuareg o i Toubou che ci vivono non c'è definizione più veritiera. Ma per me e per quelli che amano il deserto la definizione è ingiusta. E' vero, sembrava mancare la vita, sembrava che ci fosse solo un mondo minerale intorno a noi, ma in realtà la vita c'era e si era rifugiata nelle oasi dove poteva trovare l'acqua, le palme, gli alberi da frutta, gli orti e gli animali. Così erano le oasi di Fachi, di Bilma, di Chirfa e di Seguedine. Eppure migliaia di anni fa la vita era ovunque, come mostrano le migliaia di incisioni e pitture rupestri che si trovavano sulla pareti di roccia. Certo la vita era dura anche nelle oasi e lentamente il deserto stava vincendo la sua guerra per soffocarle nella sabbia. Ma mentre queste oasi lentamente si spopolavano, il deserto continua a regalare loro la risorsa principale che le faceva vivere: il sale. Tutte avevano nelle vicinanze una salina che di solito era la loro attrazione principale, come Kalala, la salina di Bilma. 
  3. Le saline. Si presentavano come piccoli bacini, scavati sotto il livello del terreno in presenza di una falda sotterranea. Come un qualsiasi pozzo, le saline si riempivano per infiltrazione di acqua salmastra che con il sole ed il vento evaporava rapidamente, lasciando in superficie sottili pellicole di cristalli. I lavoratori le rompevano e le facevano precipitare sul fondo del bacino con regolarità. Quando l’acqua era esaurita, il sale che si era formato veniva raccolto e il bacino rimesso in opera. Le saline funzionavano soprattutto in estate, perché in inverno i raggi solari troppo obliqui non permettono l’evaporazione dell’acqua. Il grado di salinità e la presenza di alghe regalavano loro colori che andavano dal nero al giallo e al sale un più o meno elevato grado di purezza. Tutt’intorno il terreno era duro, secco ed impregnato di sale, miriadi di stalattiti si riflettevano nell’acqua scura. Il sole ed il vento davano al luogo l’aspetto di un girone infernale. 
  4. Orida. Se c'è un luogo estremo e fantastico al mondo, questo è Orida, nell'estremo nord-est del paese, dove le condizioni climatiche hanno costruito un mondo da fiaba. La sabbia si arrampicava sui contrafforti dell’altopiano di Djado e dalla piana antistante si ergevano mille pinnacoli e strane e variopinte formazioni rocciose di tutte le forme. In questo mondo fantastico apparve improvvisa Djado, la prima delle città fantasma dell’Orida. Costruita in banco su una piccola altura era circondata da mura alzate a protezione di decine di case di terra, costruite una sull’altra a formare una sorta di torre di Babele a forma di tronco di piramide. Ai piedi scintillava un’oasi lussureggiante di palme da dattero che si specchiavano in una sorgente di acqua dolce. Tutto stava già lentamente crollando, privo di manutenzione, perché gli abitanti, cacciati già da tempo dalle zanzare che infestavano la zona, se n'erano andati e ritornavano a Djado solo durante la stagione della raccolta dei datteri. L’impatto su chi arriva di fronte a questa città fantasma, da “day after”, è impressionante e meraviglioso. Dalla cima della collina si poteva ammirare uno dei più bei panorami d’Africa. Qualche km ancora più a nord, immersa in un vasto palmeto, sorgeva Djaba. Più modesta di Djado,  era immersa in un ambiente ancora più affascinante. E più ci si spingeva a nord, più il paesaggio diventava impressionante. Rocce, dune, archi di pietra e pinnacoli in bilico su pareti scoscese rendevano l’Orida un luogo “ai confini dl mondo” senza per questo farne un posto desolato o inospitale. Una guida del luogo  ci condusse nei luoghi più suggestivi, soprattutto ci guidò alla ricerca delle più belle incisioni rupestri di cui era ricchissima la zona. Tra queste particolarmente frequenti e curate erano le giraffe. 
  5. La traversata del Tafassasset. Un giorno da ricordare: la traversata del deserto dei deserti, sul letto fossile del Tafassasset,  un antichissimo fiume che milioni di anni fa scorreva verso sud e sfociava nel lago Tchad. L’impatto sulla mente e l’animo di un occidentale, abituato agli spazi chiusi o limitati, alla confusione e alla presenza costante di uomini o cose a stretto contatto, crea sensazioni difficili da descrivere.  Immaginate di viaggiare per un giorno intero su un morbido tappeto di sabbia perfettamente pianeggiante, ad un velocità di 80 o 100 km all’ora. Niente buche o sobbalzi, solo il rumore costante del motore. Tutt’intorno a 360 gradi la linea dell’orizzonte ci circondava come un immenso cerchio. Un unico sterminato miraggio trasmetteva la sensazione di correre su un immenso lago, irraggiungibile. Abbiamo corso per ore su quel tappeto di sabbia fina, ma nulla sembrava cambiare. Era il Ténéré, il “nulla”. In realtà in quell'immenso “nulla” qualcosa c'era e servì, se non altro, a provare a noi stessi che ci stavamo spostando. Seguendo a grandi linee la pista che da Chirfa punta verso est e le montagne dell'Air, dopo 100 km incontrammo l’arbre perdu du Ténéré, una vecchia acacia che sopravviveva sorprendentemente in un ambiente totalmente sprovvisto d’acqua. Ai suoi piedi una targa ricordava che là erano state sparse al vento le ceneri di Thierry Sabine, l’inventore della Parigi Dakar, morto in Mali nel 1985. Dopo altri 100 km ecco apparire il picco isolato di GreinPiù avanti ancora le dune di sabbia dell’erg Capot Rey. Infine scorgemmo in lontananza l’Adrar Bous, estrema propaggine est  dell’altopiano dell'Air che vi confermò che la traversata del Tafassasset era al termine, insieme con una giornata veramente fuori dallo spazio e dal tempo. 
  6. Il paleosuolo dell'Adrar BUS. Nel Sahara l'emergere di antichi strati geologici non è un evento raro. Lo diventa quando il paleosuolo è come quello che si poteva trovare tra le cime dell'Adrar Bus, per i reperti fossili che affiorano ovunque insieme con utensili preistorici (asce, pestelli, punte di freccia, macine, cocci di vaso). La ricerca era entusiasmante per la facilità con cui si poteva trovare qualche strumento che aveva migliaia di anni alle spalle. Io fui fortunato e rinvenni una macina e tre ciotole di dimensioni crescenti ancora "impilate" l'una nell'altra. Ovviamente tutto venne lasciato sul luogo del ritrovamento. 
  7. Le dune di Temet. Alte due o trecento metri, sono tra le più alte e  belle al mondo. Le attraversava un letto di uno oued che alimentava rade macchie di acacie. Con un po' di fortuna e un buon binocolo scorgemmo un paio di endemiche gazzella dorcas. Nel pomeriggio arrivammo in tempo per salire su una delle creste più alte per aspettate il calare del sole. Il tramonto sul mare di dune di Temet fu una esperienza indimenticabile. Al mattino facemmo un sforzo e ci alzammo prima dell’alba, per poter assistere al sorgere del sole che ci presentò un capolavoro di luci, ombre e curve, inondando  le superbe onde di sabbia che ci circondavano.
  8. Iferouane. Oasi essenzialmente agricola, negli anni della siccità degli anni '90 si spopolò a favore della relativamente vicina Arlit, dove la scoperta di giacimenti di uranio assicurava lavoro e redditi più sicuri. Allora, con l’aiuto di progetti internazionali, Iferouane stava rinascendo. C’era abbondanza d’acqua e nei tanti giardini, mantenuti con grande dedizione e cura, venivano coltivati cereali e verdure di alta qualità. Erano i prodotti che verso ottobre e novembre partivano sulle carovane di cammelli alla volta di Fachi e BilmaFu rilassante e istruttivo visitare i giardini, scoprire l’ingegnoso sistema inventato per innaffiare gli  orti sfruttando i cammelli per attingere l’acqua dai pozzi. Al centro artigianale incontrammo gli artigiani che fabbricavano e vendevano i loro gioielli e con pazienza scoprimmo pezzi di buona fattura ad un prezzo accettabile.

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