mercoledì 3 febbraio 2016

Viaggio in NAMIBIA, ZIMBABWE (Viaggio ATM)

Donna Herero e giovani Himba, due popoli del Kaokoland
Namibia
Paesi attraversati: Namibia, Zimbabwe
Itinerario: 
in Namibia: Windhoek, Fish River Canyon, Lüderitz, Kolmanskop, Sossusvlei, Namib Nat. Park, Swakopmund, Cape Cross, monti Drakesberg, Khorixas, Twyfelfontein, terrazze dell’Ugab, Kaokoland, Opuwo, Etosha Nat. Park, Waterberg Nat. Park;
in Zimbabwe: cascate Vittoria e Victoria Falls Nat. Park;
Periodo: luglio-agosto 1990
Durata: 1 mese
Ne parlo nel libro: Il Gatto Buddhista

Come sarà oggi la Namibia? Ai tempi del mio viaggio praticamente nessuno sapeva dove fosse, l’ho anche sentita chiamare ‘Nabibia’. Tanto per dire: per procurarci una guida del paese dovemmo rivolgerci ad un’amica che ce ne trovò una da Stanford a Londra. Lo spunto per il viaggio c’era arrivato da un numero speciale che la rivista ‘Airone’ dedicò alla Namibia nell’ottobre del 1987. Le straordinarie foto degli Himba e degli Herero, degli orici sulle dune di Sossusvlei, delle otarie di Cape Cross, delle formazioni rocciose dei monti Drakensberg ci convinsero in fretta e partimmo. E colloco questo viaggio nella top 3 di tutti quelli che ho fatto. La natura ai suoi massimi livelli (sia mondo animale che minerale) non mi ha mai lasciato dubbi.


A mantenere un ricordo fantastico del paese contribuì anche la sorprendente organizzazione dei servizi che trovammo e le ottime piste che attraversavamo (Kaokoland a parte). Basti ricordare, a proposito, questi due episodi.
Per una gravissima rottura di un fuoristrada rimanemmo fermi a 600 km a sud della capitale. Riuscimmo con un passaggio a raggiungere un’isolata stazione di servizio che mandò immediatamente un carro attrezzi per recuperare l’auto. Dalla stazione di servizio telefonammo all’agenzia che ci aveva affittato le Toyota (era ormai pomeriggio) e questa nella notte inviò un’altra 4x4 alla stazione di servizio. Il mattino seguente alle 8 potemmo ripartire per il nostro viaggio come se nulla fosse successo.
L’altro episodio riguarda un controllo che alle 6 di mattina nel parco del Namib effettuarono i ranger (tirandoci fuori dal sacco a pelo) per verificare se le nostre prenotazioni per il campeggio erano in regola. Precisione tedesca. Sottolineo che stiamo parlando di Africa nel 1990.
La Namibia ha avuto per lo più un passato coloniale, entrando nella storia moderna alla fine dell’Ottocento come colonia tedesca (appunto) per diventare un secolo dopo un protettorato del Sudafrica. Fino al 1990, quando acquistò l’indipendenza.
Non a caso eravamo arrivati in quell’anno. Volevamo essere presenti, almeno come spettatori, alla storica conquista. Purtroppo non mi sembrava di percepire un’aria nuova o che la gente potesse credere a un futuro diverso, ad altre possibilità di vita. Di sicuro per i lavoratori neri addetti ai diversi servizi necessari al funzionamento della città - commessi, venditori, operai, autisti – sembrava che tutto continuasse come prima e senz’altro era così. Come sempre a sera venivano caricati sui pullman e spediti nella locale Soweto di periferia. La città si svuotava dei neri, ma non si riempiva dei bianchi, semplicemente restava deserta.

Kolmanskop, la città fantasma: conosco amici che negli ultimi anni sono tornati da Kolmanskop delusi lamentando che ormai la città perduta nel deserto è diventata un museo a tutti gli effetti con accesso controllato, l’organizzazione che ne consegue, ecc. ecc. Io ricordo invece un’esperienza esaltante, unica.


Il deserto ha conquistato gli edifici di Kolmanskop - Namibia
Nel 1908 un operaio trovò un diamante in quell’area e fu l’inizio della corsa al prezioso minerale, simile e quasi contemporanea alla corsa all’oro nel Klondike. Sembra che i diamanti si trovassero addirittura all’aperto, sparsi sulla sabbia. E nello sconfinato deserto del Namib sorse l’elegante Kolmanskop, dotata di ogni confort: un casino, un teatro, una piccola fabbrica di ghiaccio, negozi e abitazioni per dirigenti e operai, una piscina e un ospedale che fu dotato, narrano le cronache, della prima macchina per raggi-x dell’emisfero sud. Fu costruita anche la ferrovia che ora tendeva al cielo i suoi monconi.
Ma, come nel Klondike, anche a Kolmanskop l’Eldorado svanì presto. Furono scoperti più a nord giacimenti diamantiferi più redditizi e la scoperta, aggiunta al calo delle vendite dei diamanti causato in Europa dalla prima guerra mondiale, convinse l’industria estrattiva a trasferirsi là. Lentamente la città venne abbandonata, fino a quando negli anni ’50 rimase deserta. Il vento e la sabbia, che si erano piegati per alcuni decenni alla forza e al volere degli uomini, cominciarono lentamente a riprendersi ciò che era stato loro da sempre, distruggendo a poco a poco le case e gli altri presuntuosi manufatti umani. In circa quarant’anni era nata e morta Kolmanskop, lasciando al suo posto il paese fantasma che avevo intorno.
Le case degli operai, più fragili e peggio costruite, erano state le prime a crollare, anche se non del tutto. Qualcosa era ancora in piedi, qualche tetto, a volte gli stipiti di porte e finestre, qualche trave dei soffitti. Sembrava che, una volta entrata, la sabbia non fosse interessata a sgretolare subito l’edificio, che le bastasse averlo conquistato. Spinta dal vento aveva ammassato nelle camere dune a volte tanto alte da arrivare al soffitto. I corridoi erano invasi dalla sabbia che entrava e usciva dalle porte sfondate e mi consentiva, volendo, di entrare e uscire attraverso le finestre del primo piano. C’erano ancora sedie, tavoli e qualche armadio a ricordare che c’era la vita dove ormai la sabbia era padrona.
Gli edifici più importanti, i più robusti, erano meglio conservati. C’era quello che potremmo chiamare circolo ricreativo, destinato allo svago nelle ore libere dal duro lavoro. C’era ancora il bar con uno splendido bancone di legno che avrebbe fatto la felicità di qualsiasi antiquario. C’era un bel po’ di polvere e sabbia ovunque, ma il bar sembrava pronto ad aprire il giorno dopo. C’erano vassoi, bicchieri a disposizione e il listino prezzi delle bevande appeso alla parete. C’era anche una piccola pista da bowling, con le bocce e i birilli pronti all’uso, tutto di legno. Un fantastico museo di ebanisteria dei primi del ‘900. C’era il teatro ancora dotato di palco, quinte e fondali appesi al soffitto e di complicati macchinari necessari alla loro movimentazione.
Infine c’era il capolavoro architettonico della città: l’abitazione del direttore della miniera. Nonostante fosse stata soggetta nel tempo a evidenti devastazioni, lasciava ancora intravedere, o almeno immaginare, il livello di eleganza che si poteva trovare tra quelle dune all’inizio del secolo scorso. Due piani, grandi finestre e verande, carta alle pareti, un’elegante scala interna con balaustra intarsiata.

Luderitz - Namibia
La Baviera in Africa. Conoscendo poco la sua storia, quando arrivammo aWindhoek (la capitale) rimasi sorpreso nel costatare che dopo aver attraversato mezzo mondo per arrivare in Namibia, nella punta meridionale dell’Africa, mi sembrava di essere in Baviera, poco lontano da casa. Lo stesso mi successe a Lüderitz, come a Swakopmund, come in altre città del paese. In sostanza accanto alle bidonville dove erano confinati i neri, incontravo edifici liberty dell’inizio del ‘900 che non avrebbero sfigurato in una qualsiasi città europea o americana. Fra questi mi colpì, a Lüderitz, la stazione ferroviaria dove forse arrivavano ancora alcuni chilometri di rotaie, ma nessun treno, perché ormai la ferrovia era caduta in disuso da tempo.

La vendetta degli sciacalli. Lo sciacallo dalla gualdrappa è coraggioso e furbo, ha capito che con il suo sguardo simpatico e gli occhi vispi ispira fiducia e tenerezza nei viaggiatori. Così te lo trovi a volte attorno al campo, soprattutto all’ora dei pasti. Sappiamo che non si può dare cibo agli animali selvatici, perché in questo modo imparano a dipendere dall’uomo per il cibo e possono contrarre da lui malattie umane da cui non sanno difendersi. Al lodge di Okakwejo (Etosha Nat. Park) andammo a dormire dopo esserci difesi, per tutta la cena, dalla petulanza di alcuni sciacalli dalla gualdrappa che si erano intrufolati nel camping del lodge. Nonostante la loro insistenza da noi non ottennero nulla, ma la loro vendetta fu davvero cattiva. Al mattino le nostre scarpe, che avevamo lasciato fuori dalle tende, furono ritrovate lì intorno in mille pezzi.

Donne Herero - Namibia
Kaokoland (Herero, Himba). Si chiama Kaokoland la regione a nord-ovest della Namibia al confine con l’Angola. Si tratta di una zona molto vasta, desertica e montuosa. Bellissima. Era difficile attraversarla, non c’erano piste decenti e segnate, nessuna possibilità di qualsiasi rifornimento. Avevamo rinunciato a guide ed autisti locali e guidavamo da noi le due Toyota Hilux che avevamo in dotazione. Ci affidavamo a carte militari comprate a Windoek. Furono tre giorni di guida durissimi durante i quali bucammo la bellezza di 6 pneumatici esaurendo la nostra scorta: per fortuna bastarono. Per sicurezza, ad intervalli regolari lasciavamo sulla pista dei segnali (mucchi di pietre riconoscibili) come punti di riferimento nel caso non fossimo riusciti ad attraversare la regione e avessimo dovuto ritornare indietro. Come compenso per questa fatica vedemmo luoghi incontaminati e spettacolari e incontrammo il popolo Himba, quando ancora aveva pochi contatti con il mondo cosiddetto “civile”. 


Donna Himba - Namibia
Sullo speciale di Airone ricordo la foto di una ragazza Himba, con i costumi tradizionali (vedere foto), che sceglie prodotti sullo scaffale di un supermercato a Opuwo. Gli Himba appartengono alla grande famiglia degli Herero e provengono da nord. Nelle loro migrazioni verso sud, alcuni si fermarono nel Kaokoland, altri proseguirono finendo a contatto con i colonizzatori bianchi (tedeschi, sarà un caso?) che prima li vestirono poi li sterminarono. Con il solito sistema dei Bianchi: armarono un popolo (i Nama) e lo scatenarono contro gli Herero. Gli Herero rimasti nel Kaokoland intanto conducevano una vita tanto miserabile che i vicini Angolani presero a chiamarli Himba (accattoni) e questo nome è rimasto fino ad oggi. 
Questi hanno mantenuto l’abbigliamento tradizionale, le donne di quelli che invece si erano sparpagliati per il paese adottarono il caratteristico abito coloniale e ispirato alla moda europea del tempo; è costituito da una enorme crinolina, una serie di sottogonne e un copricapo a forma di corno.
Il nostro arrivo a Orupembe, il villaggio principale Himba nel centro del Kaokoland, sollevò curiosità e un’enorme sorpresa tra la gente: non erano molti gli stranieri che arrivavano allora da quelle parti.

Dov’è il leone? è un test che ho proposto tempo fa sul web. Dov’è il leone? Cercatelo nella foto con attenzione, perché non è facile scovarlo anche se è in bella vista. Anche dal vivo non l’avevo scoperto, tuttavia poi mi sono accorto che si vedeva benissimo. Su questa foto posso fornire dati preoccupanti, fate attenzione:
-      Obiettivo: 50 mm, ottica fissa (non un tele, né uno zoom);
-      Distanza del leone dal finestrino del nostro 4x4: max 5 m;
-      Distanza del leone dal lodge di Halali nell’Etosha N.P: max 250 m.


Dov'è il leone? Un test interessante - Namibia
Ripropongo il test per mostrare che gli animali nei parchi africani ci sono, ma non è sempre facile vederli. Sono selvaggi e quindi potenzialmente pericolosi. E non parlo solo dei felini, ma anche di ippopotami, elefanti, rinoceronti, bufali, coccodrilli, scimmie, iene… Sul web circolano filmati di turisti sbruffoni che non ne hanno tenuto conto e ci hanno rimesso la pelle. Tenetelo presente se vi capita di visitare un parco africano.

Il fumo che tuona (le cascate Vittoria).  Chissà se l’emozione provata da David Livingstone quando arrivò qui nel 1855 fu paragonabile alla mia quando mi affacciai per la prima volta sul precipizio che dà, come un vertiginoso balcone, sul salto principale. Per me fu veramente profonda. Il rombo assordante, la nebbia creata dall’acqua che precipita (da cui il nome locale che significa ‘il fumo che tuona’), gli arcobaleni che si formano di continuo generano un contrasto impressionante con la calma placida del fiume a monte del gran balzo. Gli ippopotami in queste acque calme trascorrono la loro vita, poco attenti ai rischi che corrono. Qualcuno infatti ogni tanto perde la gara con la corrente e viene trascinato via sfracellandosi in fondo alle rapide. Questo fu il racconto (un po’ preoccupante) del barcaiolo che ci condusse sul fiume a monte delle rapide, a poca distanza dalla cascata.


Cascate Vittoria sullo Zambesi - Zimbabwe
Ricordo l’impressione che mi fece arrivare a un centinaio di metri dal salto: davanti ai miei occhi avevo il fronte placido del grande Zambesi, largo più di un km, che scompariva sotto una linea immaginaria oltre la quale c’era solo il cielo. E tutta quell’acqua sembrava scomparire nel nulla.  Attorno alla cascate la nuvola d’acqua perenne garantisce la vita di due parchi naturali, tutt’altro che trascurabili (uno in Zimbabwe e l’altro in Zambia), che danno asilo a una flora rigogliosa e a molti animali, anche di grosse dimensioni come giraffe e bufali. A mio avviso solo quelle di Iguazù superano le cascate Vittoria per imponenza e maestosità.

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