mercoledì 26 dicembre 2018

RACCONTO: Il mio cinema

(Tratto da mio libro: IL GATTO BUDDISTA)

(Per concessione dell'editore POLARIS)

Bollywood [1] non esisteva, né l’India era ancora la capitale del cinema, almeno per numero di film prodotti e ancor meno Bikaner poteva far pensare all’arte dei fratelli Lumière. Eppure per me la città indiana, capitale fin dal quindicesimo secolo di un regno fiorente, circondato e protetto dal deserto, significa cinema.
Bikaner assomigliava molto a Jaipur, a Jodhpur, a Udaipur e alle altre città del Rajasthan: profonda povertà accanto a sfolgorante ricchezza. E il solito indescrivibile caos di attività che troviamo nelle strade delle città indiane. 
Auto che avanzavano a passo d’uomo strombazzando tra pedoni indaffarati e ciclisti indifferenti, donne coloratissime e agghindate con braccialetti e collane che vendevano la loro mercanzia esposta sul selciato, negozi che traboccavano di borse, tappeti, taniche, giocattoli e cianfrusaglie di ogni tipo. Artigiani che lavoravano legno, ferro e pietra, sarti, meccanici, gioiellieri, barbieri e cavadenti. Venditori di ogni cosa: sari, brocche di terracotta, sementi, polveri colorate, frutta, verdura, dolci e fritti sospetti tra fogne a cielo aperto, bambini che si rincorrevano e le onnipresenti vacche che gironzolavano ovunque.
La storia del Rajasthan viene da lontano, da prima dell’anno Mille, quando attorno ad ogni città importante sorse un regno che prosperò fin a quando dall’Asia Centrale arrivarono gli invasori mussulmani. Ebbe inizio allora uno scontro infinito tra i nuovi arrivati e gli antichi regni del Rajasthan che durò trecentocinquanta anni, senza che nessuno dei contendenti riuscisse a prevalere. Fino a quando a metà del ’500 Akbar, il più famoso imperatore moghul[2] della storia indiana, non comprese che la strada del compromesso e della diplomazia avrebbe potuto ottenere esiti migliori di una guerra perenne.
Dando seguito a questa convinzione, sposò egli stesso una principessa del regno di Amber, consentì la libertà di religione, assorbì alcuni regni elargendo in cambio ai maharaja detronizzati posizioni elevate nell’impero e s’impegnò a non privarli delle capitali dei loro antichi reami. Che erano il prestigioso simbolo del loro potere, con palazzi principeschi, castelli e dimore che potevamo ammirare anche noi e che in molti casi erano ancora abitate dai discendenti dei vecchi signori.
Ma gli antichi regni erano crollati, il mondo era cambiato e le spese di manutenzione dei vecchi edifici ormai insostenibili. Per questo alcuni li trovavamo malmessi o addirittura in rovina. Ma altri erano mantenuti agli originari splendori e per procurarsi i fondi necessari alle ristrutturazioni molte famiglie li avevano trasformati in hotel, fantastiche dimore a disposizione dei viaggiatori.
Anche se era stato costruito all’inizio del ’900 e non esisteva all’epoca di Akbar, il Lalgarh Palace era uno di questi, un po’ fuori città, circondato dal verde di un bellissimo parco. Arrivati a Bikaner avevamo preso alloggio proprio al Lalgarh. Il palazzo, vastissimo, era stato diviso in tre parti: una rimasta a disposizione dei proprietari, una adibita ad albergo e la terza dedicata al Bikaner Museum, agli archivi di stato e a una biblioteca che custodiva una grande collezione di manoscritti. E’ difficile descrivere gli splendori e le meraviglie dei palazzi e dei castelli del Rajasthan, come è difficile descrivere Versailles. Servirebbero troppi superlativi. Stanze immense – al Lalgarh la sala da pranzo può ospitare quattrocento commensali – statue, arazzi, dipinti, cristalli, lampadari, mobili, collezioni di armi, ceramiche, vasi cinesi, tristi trofei di caccia. Fotografie di antenati in guerra e a caccia. E infine esotici e lussureggianti giardini.

Quando all’ora di cena scendemmo al ristorante dell’albergo, ci venne incontro tutto lo splendore del Rajasthan. Ragazze bellissime avvolte in fruscianti sari di tutti i colori scivolavano silenziose tra le colonne dei portici aperti su giardini rinfrescati dalla notte incombente. Indossavano gioielli e diademi di pietre preziose. Grandi anelli pendevano dai nasi e catene d’argento calavano dalle tempie. Altri anelli alle dita e bracciali ai polsi e alle caviglie. Occhi nerissimi e splendenti che un trucco evidente, ma non pesante, metteva in risalto. Si muovevano scalze e leggere, quasi furtive.
C’erano anche ragazzi giovanissimi che esibivano corpi scultorei. Portavano turbanti colorati e costumi di fogge diverse. Alcuni indossavano vestiti lunghi fino alle ginocchia, chiusi da una fila di bottoni, sopra a pantaloni dello stesso colore. Altri vestivano gilet ricamati, altri ancora camicie e pantaloni leggeri e portavano antichi fucili a tracolla, pugnali e sciabole infilati nelle cinture di cuoio. I ragazzi erano come avevo immaginato Tremal Naik e Sandokan, le ragazze mi sembravano tutte la Perla di Labuan.[3] Una luce abbagliante proveniva da un angolo del giardino, dove, sullo sfondo di una vasca coperta di ninfee, un ragazzo e una ragazza si tenevano per mano guardandosi negli occhi.
Eravamo in un film e i ragazzi che si aggiravano nelle sale erano gli attori e le comparse. Il Lalgarh Palace era un set naturale già pronto, bastava inquadrare uno scorcio qualsiasi del palazzo o del giardino per trovarsi in un istante nell’antico mondo dei maharaja.
Il fascino del Rajasthan riapparve di fronte ai nostri occhi la mattina seguente quando andammo in visita al forte di Junagarh che dal ’500 troneggia al centro della città. Circondato da alte mura e torri circolari, presenta al suo interno una vera e propria cittadella composta da palazzi, padiglioni e templi costruiti nei secoli con grande splendore dai maharaja di Bikaner. Saloni, portici e giardini completano il forte, di solito silenzioso e isolato dal frastuono della città.
Ma al nostro arrivo trovammo un’insolita animazione. Ai guardiani in livrea si aggiungevano decine di guardie e soldati nelle divise colorate del passato, scaglionati in ogni angolo del forte, fin sulle mura. Ogni tanto li vedevamo coinvolti in aspri duelli con assalitori che attaccavano le mura dall’esterno. Molti soccombevano negli assalti, al culmine di strenue ed eroiche contese. Ancora il mondo di Salgari davanti agli occhi. Ma quei soldati, e anche gli assalitori, erano sempre attori e comparse dello stesso film che avevamo visto girare la sera prima al Lalgarh Palace e che quel giorno aveva trasferito il set al forte Junagarh.

C’erano anche molti cinema in città. Quando per la strada si udivano musiche un po’ melense o colloqui che superavano il rumore della strada e si scorgeva nei paraggi una serie incredibile di biciclette ordinatamente parcheggiate una di fianco all’altra, si era vicini a un cinema. Spesso all’aperto.
Quel giorno a Bikaner, di fronte all’enorme manifesto che pubblicizzava una pellicola di cui udivo in sottofondo la colonna sonora, fui preso dalla tentazione di entrare al cinema, nonostante la certezza di non capire assolutamente nulla. Sul manifesto appariva un ragazzo con lo sguardo accigliato che volgeva le spalle a una ragazza bellissima e disperata che gli tendeva le braccia supplichevoli. Notai con rammarico che entrambi, pur essendo indiani, avevano la pelle molto chiara. In India, infatti, dove la maggioranza della popolazione è scura, gli attori di successo appartengono all’esigua minoranza che ha la pelle chiara e i tratti quasi occidentali.
Le loro figure erano contornate da indecifrabili parole hindi[4] che riportavano probabilmente il titolo e i protagonisti della pellicola. La curiosità era grande, entrare o no? Decise per me la conclusione del film, quando vidi alcune centinaia di persone riversarsi in strada tutte insieme. I loro volti seri denunciavano che forse la storia proiettata sullo schermo non aveva avuto un lieto fine.
Le persone, moltissimi i giovani, che uscivano dal cinema, le riprese del film alle quali avevo assistito al forte Junagarh e al Lalgarh Palace, gli attori e le comparse mi riportarono indietro nel tempo, all’ingenuità che aveva il cinema all’inizio della sua storia, senza tecnologia esagerata ed effetti speciali. Rivedevo gli occhi sgranati di Salvatore di fronte alle pellicole e al grande proiettore, sotto lo sguardo commosso di Alfredo.[5] E rivedevo un altro bambino che, molti anni prima, giocava con la neve che l’inverno aveva accumulato nel cortile della Grande Casa.

Fu quella neve ad aiutarmi a risolvere un dubbio che mi rodeva da alcuni mesi, da quando avevo visto nel cinema del paese, insieme con mio padre, il primo film della mia vita.
Finita la nevicata, cominciai a costruire pupazzi di neve sulla ferrovia, in mezzo alle rotaie. Il treno li spianava inesorabile, ma non sapeva cosa in realtà rappresentassero i pupazzi. Nemmeno Sergio, che di solito mi accompagnava in queste iniziative, si chiese mai perché mettessi tanta cura nel sistemare dei piccoli sassi sui pupazzi, uno sotto l’altro, alla stessa distanza uno dall’altro, in modo da simulare i bottoni di un cappotto. Non avevano giacca, guanti, berretto, né altro indumento. Non avevano nemmeno il naso e gli occhi. Erano semplici cumuli di neve malamente abbozzati, ma avevano i bottoni. Perché?
Quando il treno si portava via un pupazzo, per Sergio il gioco era finito e non considerava che solo la parte superiore era andata perduta. La base, non investita dal treno, rimaneva intatta e, se di dieci bottoni quattro rimanevano al loro posto, significava che il treno era alto quanto quattro bottoni. Bastava misurare la loro altezza da terra. Ben presto mi resi conto che l’espediente dei bottoni non era necessario. Con o senza bottoni, per conoscere l’altezza del treno sarebbe bastato misurare, dopo il suo passaggio, l’altezza di quanto rimaneva del pupazzo. Ma continuai lo stesso ad applicarli, perché mi sembrava che lo rendessero più umano, un amico disposto a sacrificare la vita per uno scopo meritevole. ‘Meglio finire così, spazzato via dal treno’ immaginavo pensasse il pupazzo, ‘e contribuire alla soluzione di un enigma, piuttosto che sciogliersi inutilmente alla prima giornata di sole.’ Il suo sacrificio rendeva la mia prova più importante, molto di più che se avessi lasciato spianare dal treno un banale mucchio.
Quando la primavera si portò via l’ultimo fiocco bianco, avevo misurato l’altezza di tutti i tipi di locomotive che correvano sul binario. Dico locomotive perché dopo alcune prove avevo scoperto che in tutti i convogli la locomotiva era più bassa delle carrozze e dei carri merci.
A cosa servivano quelle misure? A capire se un uomo sdraiato tra le rotaie potesse essere risparmiato dal treno che transitava sul binario, oppure no. Che era una scena che mi aveva stupito durante la visione del primo film della mia vita. E siccome non era una prova che intendevo fare di persona, pensai di non avere possibilità diversa da quella che mi obbligava a misurare l’altezza del treno. Dopo molti calcoli e valutazioni, stimando la profondità del mio torace, decisi che poteva funzionare, anche se le mie dimensioni fisiche di allora non erano quelle di un adulto.

Quella del cinema era una passione che mio padre coltivava da sempre. Estate o inverno, la domenica pomeriggio lo vedevo partire da casa e rientrare all’ora di cena. Quest’abitudine andò avanti per tutta la vita fino alla vecchiaia, quando un ultimo trasloco lo avvicinò alla città e a molti cinema, ma lo allontanò dal desiderio di andarci.
Quand’ero bambino in paese ce n’era uno solo e vi proiettavano lo stesso film quattro sere la settimana, prima di sostituirlo la settimana successiva. La pellicola arrivava in paese da sola o, meglio, qualcuno la spediva con la corriera dentro una custodia rotonda di alluminio, sulla quale erano scarabocchiati a mano il titolo del film, la durata e il nome del paese di destinazione, dove lo stesso autista s’incaricava di consegnarla a un inviato del cinema che aspettava alla fermata. La pellicola ritornava poi in città con lo stesso sistema nella direzione contraria.
Nonostante i racconti di mio padre non ero riuscito a farmi un’idea del cinema prima di mettervi piede la prima volta. Di quella esperienza ricordo il buio, il fumo delle sigarette e vaghe figure che si muovevano sullo schermo. Non ricordo una storia, dei dialoghi, solo la scena dell’uomo sdraiato sul binario che aspettava il treno e, passato quello, si rialzava incolume.
Avevo visto il primo film della mia vita e all’uscita mio padre avrà pensato che mi interessasse conoscerne i segreti, per comprendere meglio quel buffo luogo dove molte persone sedevano al buio per ammirare scene ed azioni che apparivano su uno schermo bianco. Mi parlò di attori e di finzione, ma nella mia mente ormai aveva preso corpo un’idea sola: come verificare che il treno che passava sopra l’uomo steso tra le rotaie senza ammazzarlo non fosse finzione, cioè una balla, se avevo capito bene le spiegazioni di mio padre.

Bikaner, Rajasthan, India, marzo 1992




[1] Col termine Bollywood, fusione di Bombay e Hollywood, si intende il cinema popolare indiano prevalentemente in lingua hindi. (Wikipedia)
[2] Moghul è il nome della più importante dinastia imperiale mussulmana che dominò l’India del nord per oltre tre secoli.

[3] Tremal Naik, Sandokan e la Perla di Labuan sono personaggi di alcuni romanzi di Emilio Salgari.
[4] L'Hindi è una lingua del subcontinente indiano ed è parlata soprattutto nell'India settentrionale e centrale. (Wikipedia)
[5] Si fa riferimento al  film di G. Tornatore  Nuovo cinema Paradiso.


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