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| Elefante bardato a festa per "Holy", Jaipur, India |
Periodo: marzo 1992
Durata: 3,5 settimane
Ne parlo nei libri: IL GATTO BUDDISTA, Ci sono posti così Quando scrivo di un viaggio dopo molti anni, mi domando sempre se mi piacerebbe ritornare e in quale stato potrei ritrovarlo. È così anche per il Rajasthan, un paese che vanta una cultura profonda, frutto dell’incontro di culture diverse, che ha patito per secoli guerre fratricide e scontri con popoli invasori. Ricchezze sfrenate e miserie inaccettabili. Una religiosità diffusa e vissuta che non ho mai incontrato in altri paesi.
In un paese come l’India, che sta attraversando uno sviluppo squilibrato come tutte le cosiddette “tigri orientali”, immagino che sarebbe difficile ritrovare il mondo che incontrai nel 1992, prima di Internet e dei cellulari. I colori e gli abbigliamenti della gente… come saranno adesso? E un ultimo dubbio: il Rajasthan sarà ancora oggi il paradiso dei fotografi?
Le tigri di Ranthambore. Come si fa a parlare della tigre e della sua situazione in queste
poche righe? L’argomento è sterminato e angosciante allo stesso tempo. Meglio
lasciare il campo agli esperti e alla buona volontà di chi ha voglia di informarsi. Walmik
Thapar (https://en.wikipedia.org/wiki/Valmik_Thapar) è un naturalista,
conservazionista e fotografo indiano famoso nel mondo, attivo da una vita sul
salvataggio della tigre del Bengala. Lo contattammo durante il nostro viaggio per chiedergli di scrivere un articolo sullo stato della tigre nel mondo per il libro Destini Incerti. Accettò il nostro invito. Lascerei quindi la parola lui. Oppure mi informerei sull’andamento
del Progetto Tigre (https://www.wwf.it/tigre/chi_e/tx2/).
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| Tigre del Bengala nel parco nazionale di Ranthambore, Rajasthan, India |
Con la sua numerosa
popolazione di tigri il parco di Ranthambore costituiva prima del nostro arrivo
una delle riserve di punta del Progetto, ma nel 1992 (anno della nostra visita)
il mondo finì sotto shock a causa dei risultati di una ricerca: le tigri del parco erano passate dalle 44 del 1991
alle 17 del 1992! Un calo inaspettato e terribile. Le cause? Le cause, come
sempre, erano l’uomo e la sua pressione demografica sulle risorse naturali e la
sua scellerata cupidigia. E in questa criminale gara all’estinzione della tigre si distinguono i cinesi che si sono inventati proprietà terapeutiche inesistenti per i macabri prodotti estratti da questo splendido animale (soprattutto ossa). Thapar sosteneva che il valore delle ossa di tigre sul mercato
internazionale era più alto dell’oro e tale mercato è paragonabile a
quello della droga. Lo diceva nel 1994, ma è di un’attualità drammatica.
Riporto una sua frase
lapidaria e vera che smaschera l’umano disinteresse per la natura.
“La parola sostenibile nel mondo di oggi è tanto di moda che,
all’interno del più insostenibile stile di vita che noi conduciamo, siamo in
grado prontamente di evitare le nostre colpe trovando razionalizzazioni e
cosiddette soluzioni per gli abitanti selvatici del nostro pianeta. A volte ciò
che viene definito come essere a favore delle comunità locali o come sviluppo
sostenibile diventa un semplice slogan”.
A noi tutto sommato andò bene: riuscimmo a
vedere la tigre. La osservammo da molto vicino (pochi metri) e le stemmo accanto per più di un’ora, mentre gironzolava e faceva il bagno nel fiume, ma fu una
soltanto.
Oggi leggo resoconti di
visitatori che denunciano una situazione quasi invivibile nel parco di
Ranthambore: prezzi assurdi, assalto di visitatori e auto, visite limitate a
poche aree del parco, col risultato che vedere una
tigre spesso rimane una speranza delusa. La conclusione è che in India ci
sono altri parchi dove le probabilità di incontrare questo splendido animale
sono maggiori. Fino a quando?
Il mondo Jain. Mahavira, fondatore del Jainismo nacque nel 599 a.C. e come
Siddharta (poi Buddha) rinunciò al trono. Andò in giro per tutta la vita nudo
per simboleggiare il suo distacco dalle cose. La sua dottrina, diffusa dai seguaci
(uomini e donne) dopo la sua morte, afferma che tutte le creature viventi
(sottolineiamo: tutte) possiedono un’anima e sono degne dello stesso rispetto
dovuto agli essere umani. Quindi nei loro templi non è infrequente incontrare
monaci con naso e bocca coperti per non uccidere (respirandolo) anche il più
piccolo degli insetti.
I jainisti sono davvero tolleranti con tutti, perfino le altre religioni, tanto che non è raro trovare rappresentazioni di divinità indù nei
loro strepitosi templi di monte Abu, di Ranakpur, di Bikaner e, soprattutto, di
Jaisalmer.
I loro templi, capolavori architettonici di valore assoluto, sono i
più belli di tutta l’India e una permanenza in Rajasthan non può prescindere da
una loro visita accurata.
Le sacre mucche. Non è una scoperta, si sa da sempre che le mucche (in realtà zebù)
in India sono sacre. E’ quindi normale vedere biciclette e motorini, macchine e
camion scansare gli onnipresenti bovini (sono milioni nel paese) lungo le
strade trafficatissime di qualsiasi città. Ma nessun indiano si sognerebbe mai
di maltrattarle o addirittura farne cibo. Per un occidentale questa usanza,
superato l’aspetto folcloristico, potrebbe risultare poco comprensibile,
soprattutto quando ci si rende conto che occorre sempre fare attenzione a dove
si mettono i piedi: le mucche rappresentano la grande madre che dà latte e
vitelli, ma dà anche merda.
Ma sono mansuete e non disturbano e alla fine ci si
abitua alla loro presenza.
Diventano una componente imprescindibile dell’ambiente
che in India ci circonda. Purtroppo lasciare le mucche libere, significa anche
abbandonarle a se stesse e quindi se ne incontrano di malate e sofferenti o
denutrite. Per il cibo infatti devono accontentarsi della spazzatura o dei
manifesti che strappano dai muri, qualche ramo, qualche foglia. Ma per loro fortuna
sembra che esistano molti ricoveri nei quali essere ospitate.
Un tempio per i topi. A Deshnok (30 km a sud di Bikaner) sorge un tempio unico al mondo,
da non perdere anche se un po’ inquietante: il santuario di Karni Mata. Più che
al reliquiario miracoloso deve la sua fama alla moltitudine di topi che qui
godono di protezione assoluta, al punto che lo splendido cortile di accesso è
protetto in alto da una rete metallica che li salva dai falchi, corvi e aquile.
I topi non mi fanno impressione, tuttavia procedere a piedi scalzi (nei templi si
entra così) mentre i topi ti sfrecciano tra i piedi fa un po’ impressione.
E,
inoltre, si deve fare attenzione: non si può assolutamente arrecare loro danni
in alcun modo, altrimenti si deve fare un offerta la tempio in oro o in
argento, o si verrà colpiti dalla sventura. Il loro numero è impressionante,
soprattutto dentro o attorno alla grande ciotola posata davanti all’altare di
Karni Mata e piena di dolci, latte e cereali donati dal fedeli. Ma è
un’esperienza da non perdere, almeno per rendersi conto delle diversità che ci
distinguono gli uni dagli altri. Chiamiamola biodiversità. Non c’è solo quella
delle piante e degli animali
“Selfie” a monte Abu. Sul monte Abu non si va solo per i clamorosi templi jain di Dilwara
(i più belli con quelli di Jaisalmer), dove le sculture in marmo bianco
raggiungono dei livelli di raffinatezza tali che si fatica a credere che si
possa lavorare una pietra con tanta perizia. Ci si va anche per vedere il
tramonto al sunset point. Siano a
mille metri di altezza, ai bordi di un strapiombo profondissimo: il sole
tramonta di fronte senza nulla che ne ostacoli la vista. Era anche stata
costruita una gradinata per permettere al “pubblico” di assistere comodamente.
Più del tramonto però mi colpiva la gente (centinaia di persone) entusiasta
dello spettacolo, soprattutto i giovani. Arrivavano a gruppi e si vedeva che
avevano intrapreso una trasferta non da poco per arrivare lì per il tramonto.
Innumerevoli le coppie di novelli sposi che arrivavano solo per farsi fotografare
con il cerchio del sole tra le mani o tra le labbra di lui e quelle di lei. Uno
spettacolo nello spettacolo. Oggi tutto questo è banale, ma allora i cellulari
non erano ancora diffusi. Gli sposini arrivavano con il fotografo ufficiale del
matrimonio per fare quelli che oggi sarebbero banali selfie.
Un giro per le haveli
dello Shekhavati. Otre a Bikaner, anche le cittadine che stanno nello Shekhawati,
tra Bikaner e Jaipur meritano una sosta per le loro straordinarie “haveli”: Mandawa,
Dundloh, Nawalgarth, Fatehpur. Le haveli sono case di città, che avevano la funzione, oltre a quella
di abitare, di circondare di mura la vita domestica della famiglia. Separata
dal mondo esterno un’haveli aveva
come riferimento solo se stessa e come punto fermo la separazione degli uomini
dalle donne.
La facciata, le entrate, le pareti e i cortili interni, i balconi
e i soffitti erano interamente coperti di affreschi. Gli affreschi non sono un’abitudine
antichissima, risalgono più o meno all’800/900. All’inizio ci furono soggetti
religiosi, ma in seguito comparvero i soggetti più strani, come treni,
automobili e biciclette. Purtroppo il tempo è nemico degli affreschi e
mantenerli costa molto, per questo parecchi li trovavamo messi maluccio.
Tuttavia molte haveli erano state
restaurate e mantenute e si presentavano come spettacolari esempi di un’architettura
civile di altissimo livello.
Bikaner e il cinema. Bikaner non è solo una bella città, la città dello splendido forte
Junagath e delle bellissime haveli.
Per me, Bikaner significa anche cinema. Per spiegarne il motivo, rimando a questo
racconto: Il mio cinema.
Holi e le polveri colorate di Jaipur. Holi fu una sorpresa tanto divertente e spettacolare, incontrata di nuovo nel 2026 a Hampi nello stato di Karnataka, che merita senz'altro la dedica di un post a parte al quale rimando con questo link: Holi, la festa dei colori
Poveri elefanti.
A Jaipur la festa
di Holy trascinava anche un’altra manifestazione
di grande importanza: una sfilata rievocativa dei tempi dei maharaja. Figuranti
in livree e antichi costumi erano confluiti a dorso di elefante in un grande
prato alla periferia della città e qui, purtroppo, si erano trasformati in
giocatori e cavalcature di un incontro di polo. I mio rammarico andava
ovviamente agli elefanti. Era triste vedere i poveri pachidermi, lenti e
impacciati, spronati a movimenti repentini non consoni alla loro mole. Nobili
animali umiliati in uno stupido gioco imposto dai colonialisti inglesi. Almeno,
anche in quella assurda partita, Holy non
mancava, senz’acqua ma con i colori della tavolozza di un pittore naif. Gli
elefanti erano infatti dipinti, quasi completamente, con gusto e fantasia.










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