mercoledì 1 gennaio 2020

Viaggio in POLONIA, prima della caduta del Muro (Viaggio ATM)


Una locomotiva a vapore
nella stazione di Luban Slasky - Polonia
Paese attraversato: Polonia
Itinerario: Luban-Slasky, Varsavia, Cracovia
Periodo: dicembre 1976 – gennaio 1977
Durata: 2 settimane
Ne parlo nei libri: Il Gatto Buddhista e Ci sono posti così

In seguito mi sono reso conto che il viaggio in Polonia è stato molto istruttivo, perché, affiancato ad altri effettuati nei paesi dell’est prima e dopo il 1989, mi ha mostrato con chiarezza il livello di vita della gente prima e dopo la caduta del muro di Berlino. La Polonia, l’Ungheria o la Bulgaria prima, la Romania dopo. Il confronto è spietato e non lascia adito a dubbi. Un esercizio utile per rendermi conto di cosa abbia voluto dire nascere dalla parte fortunata del muro.
In Romania nel 2018 ho visto l’enorme balzo in avanti di un paese soffocato oltre la cortina di ferro per decenni, ma poi, con gli aiuti determinanti della UE, rientrato quasi nella “normalità” di un paese europeo. In quel paese ho riscontrato in molte regioni, soprattutto quelle beneficiate dal turismo, una qualità della vita quasi paragonabile a quella italiana.


E la Polonia? Come sarà adesso? O meglio, come saranno oggi Varsavia e Cracovia, visto che la mia visita si limitò alle due citta principali del paese? A giudicare dal confronto tra le mie foto e quelle attuali del palazzo della cultura di Varsavia, ad esempio, direi che tutto è cambiato. Dove non c’era nulla ora si alzano grattacieli e centri commerciali.
Ai tempi del mio viaggio, invece, la Polonia era un paese più o meno simile ai cugini di oltre cortina: povertà umiliante, arretratezza in ogni campo, depressione e scoramento da parte della gente. Per dire: nella stazione ferroviaria di Luban Slaski, una cittadina appena al di là del confine con la Germania dell’Est, dove eravamo stati invitati per le feste natalizie da un’amica del posto, erano ancora in funzione delle locomotive a vapore.
L’aspetto più triste era rendersi conto che lo stato di degrado e di abbandono del paese non veniva dai secoli passati, ma da tempi molto più recenti, coincideva cioè con la sua entrata nella sfera di influenza (regime) dell’Unione Sovietica.
La Polonia è da sempre una nazione profondamente cattolica. La storia lo ha dimostrato negli anni successivi con le vicende di Solidarnosc e l’elezione di papa Wojtyla. Questo sentimento religioso sembrava essere (anzi senz‘altro lo era) un collante sociale, una strenua difesa di una popolazione che non aveva molto altro a cui aggrapparsi e che il regime ateo che governava il paese non riusciva scalzare. Appariva chiaro anche a me, visitatore di passaggio, che la fede cattolica dei polacchi era soprattutto il simbolo dell’identità nazionale nei confronti del regime sovietico.

Il palazzo della cultura - Varsavia - Polonia
Fummo tristemente testimoni diretti delle difficoltà economiche della popolazione. Fummo intercettati per la strada da qualcuno che offriva alloggio (abusivamente) ai turisti in arrivo. Ci affittò casa sua, un piccolo appartamentino molto disadorno nel centro di Varsavia. Ci consegnò le chiavi andandosene in fretta con moglie e figli sotto i nostri occhi, per trasferirsi momentaneamente da qualche altra parte e lasciandoci tutto a disposizione, dalla cucina agli armadi pieni della loro roba, fino alle foto del recente funerale della nonna sul tavolo.
Tuttavia, pur molto dimessa, la Polonia anche allora poteva vantare alcune meraviglie che l’UNESCO avrebbe catalogato patrimonio dell’umanità qualche anno dopo: il centro storico di Varsavia, quello di Cracovia, le miniere di sale di Wielizka e altri (vedere più avanti).

Attraversare la cortina di ferro. Ricorderò l’attraversamento della Cortina di Ferro in auto (https://it.wikipedia.org/wiki/Cortina_di_ferro) per tutta la vita. E quando sento parlare di muri e barriere per tenere lontano/fuori gli “altri” mi domando se davvero ci rendiamo conto di cosa significhi. Lungo questa frontiera non bastava presentare un passaporto, ma anche subire più o meno un interrogatorio e una perquisizione vera e propria sotto la minaccia delle armi. Letterale. La cortina di ferro, come ben sappiamo, separava in due la Germania, quindi per raggiungere la Polonia c’era da attraversare il confine tra l’Europa dell’Ovest e quella dell’Est, un’esperienza che non dimenticherò, un classico film di spionaggio, da muro di Berlino, da guerra fredda.
Arrivammo col buio dopo aver percorso, nella Repubblica Federale, un corridoio delimitato da un centinaio di allucinanti chilometri di guard-rail che non solo non offrivano il conforto di una stazione di servizio, ma nemmeno la possibilità di una sosta. Freddo intenso e neve sporca oltre il guard-rail. Arrivammo nell’ampio piazzale della frontiera. Cartelli intimidatori avvisavano e sicuramente minacciavano. Ho studiato il tedesco e, con un po’ di calma, avrei potuto tradurre molti di quei messaggi, ma in quel momento l’ansia mi permetteva di comprendere solo “Achtung”.
Il ricordo dei tragici racconti dei miei vecchi sull’occupazione tedesca durante l’ultima guerra mi riportavano fatti e situazioni che non faticavo ad assimilare alla realtà che avevo davanti agli occhi. Qualche camion fermo in attesa di qualche autorizzazione, luci giallognole e pallide, luci da interrogatorio, altra neve sporca nel piazzale.
Si presentarono ai controlli due VoPos[1], quattro occhi in divisa. Sguardi inespressivi e indagatori, un’aria minacciosa creata allo scopo per intimorirci, imbarazzo ed ansia in me. Tenevano al guinzaglio due splendidi pastori tedeschi che ci abbaiavano al finestrino. Documenti, auto, tutto venne controllato minuziosamente in un silenzio spettrale.
I VoPos spinsero sotto la nostra auto due grandi specchi che ne riflettevano il fondo, alla ricerca di qualcosa di sospetto che, per fortuna, non esisteva. Quest’ultima operazione chiuse finalmente il controllo e fummo lasciati liberi di proseguire. Saranno stati venti minuti, forse meno, ma per me furono una vita intera in un campo di concentramento.
Se la manovra non avesse destato sospetti nei VoPos, avrei volentieri girato l’auto all’istante per ritornarmene a casa.

"Non berti la vita", campagna contro l'alcoolismo.
 Varsavia - Polonia
Non berti la vita. A Varsavia impressionavano gli scaffali quasi vuoti dei supermercati, dove invece non mancava mai una buona scorta di superalcoolici (soprattutto vodka) che spiegava gli enormi problemi di alcoolismo che c’erano.
Sembrava un problema noto che le autorità provavano a contrastare. Erano numerosi i manifesti che dai muri della città incitavano a non bere, a non bruciare la vita dentro una bottiglia.
Erano appelli che per lo più cadevano nel vuoto, visti i risultati. Era normale infatti incontrare gente (soprattutto giovani) che ciondolava per le strade ubriaca già al mattino.

Varsavia. Ricordo una città triste che il freddo inverno polacco rendeva ancora più triste, anche se qualche tentativo di miglioramento nelle città c’era stato e si vedeva. Ad esempio l’ottima ricostruzione/ristrutturazione della città vecchia distrutta dalla seconda guerra mondiale o di altre aree che mostravano qualche lieve traccia degli antichi splendori. 
La città vecchia - Varsavia - Polonia
Ma mi sembrava che la città non si fosse ancora ripresa dalle vicessitudini storiche che l’avevano coinvolta dei secoli passati con spartizioni, smembramenti e ri-accorpamenti territoriali per mano degli stati vicini (Prussia, Russia, Austria) o, ancora di più, dalle rovine dell’ultima guerra e dallo sterminio degli ebrei. Tra perentesi, su quest’ultimo tema suggerisco la lettura, se non l’avete avete ancora fatta, di un bel libro: il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn.
La città mi colpì particolarmente per gli effetti palesi del problema dell’alcoolismo.

Cracovia. Ovviamente anche allora era il gioiello del paese, anche se il trasferimento della corte reale a Varsavia all’inizio ‘600 l’aveva un po’ spenta.
Ma almeno l’importante e antica università, frequentata da moltissimi studenti, la ringiovaniva un po’ e la rendeva abbastanza “europea”. Un turismo ancora agli albori, ma già presente, la dotava di servizi discreti e le donava un aria internazionale che la distingueva dal resto del paese.


Il mercato dei tessuti - Cracovia - Polonia
Mi apparve molto bella, europea, anche se fredda sotto la neve, ma illuminata finalmente da un paio di giornate di sole, marcata profondamente dalla sua struttura medievale e dai suoi monumenti più prestigiosi. La piazza del mercato e la gloriosa basilica di Santa Maria, il barbacane e le antiche mura, il castello di Wawel.

Un presepe - Cracovia - Polonia
I presepi polacchi (tipici di Cracovia). Anche allora andare a Cracovia per Natale dava la possibilità di apprezzare i tipici e onnipresenti presepi. Non sono come i nostri con paesaggi troppo verdi per la Palestina, greggi, pastori e scene campestri, il tutto rivolto al fulcro della scena: la grotta della Natività. I presepi di Cracovia simulano la splendida cattedrale della città, la basilica di Santa Maria, si sviluppano più in verticale che in orizzontale. 

La natività non sembra essere il punto di maggior interesse della costruzione, ma l’architettura fantastica e complicata come quella dei castelli delle fiabe. Sono rivestiti di carta stagnola di tutti i colori dai riflessi d’oro e d’argento. MI affascinarono molto per la loro originalità e perché credo che fossero il simbolo di una fede popolare che resisteva all’ateismo professato dalla classe dirigente di allora.

Le miniera di sale di WieliczkaUn mondo spettacolare, un luogo imperdibile per il quale rimando al racconto L’ultima città nascosta


Un episodio del Vangelo (Le nozze di Cana) scolpito nel sale
nella miniera di sale di Wieliczka - Polonia

[1] La Volkspolizei, ossia la Polizia Popolare, era la polizia nazionale della DDR. I suoi appartenenti erano soprannominati VoPos.




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